martedì, Gennaio 31, 2023
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Moon Knight: da grandi poteri derivano molteplici personalità

Si è conclusa Moon Knight, la serie Marvel con Oscar Isaac disponibile su Disney+ e dedicata al personaggio creato da Doug Moench e Don Perlin.

Se ci chiedessero, a bruciapelo, qual è stata la cosa più interessante della serie Moon Knight, risponderemmo senza alcun dubbio la campagna di comunicazione social messa in campo da Walt Disney Italia in collaborazione con il Museo Egizio di Torino. Elogiando comunque non tanto la costola italiana della major (con chi altro avrebbe dovuto stringere una partnership?), quanto la consueta lungimiranza del direttore del museo Christian Grieco, da tempo impegnato a svecchiare un’istituzione che raccoglie reperti vecchi di migliaia di anni ma non per questo imbalsamata. Tutto questo per dire che la serie che si è da poco conclusa ed è disponibile nella sua interezza su Disney+ non passerà alla storia per la sua qualità. Anzi, la sua discutibile riuscita solleva più di un quesito circa il futuro del Marvel Cinematic Universe, giunto – come sappiamo – alla Fase 4.

Già la conclusione della fase tre, con il dittico Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame, seppur “aperta”, aveva indotto i fan a domandarsi quali potessero essere i successivi sviluppi di un franchise che – in un sol colpo – aveva perso due dei suoi principali alfieri: Tony Stark/Iron Man e Steve Rogers/Captain America. Consce del plausibile disorientamento del pubblico, Disney e Marvel rilanciarono immediatamente la narrazione a distanza di neanche tre mesi, facendo uscire nelle sale Spider-Man: Far From Home e gettando le basi non solo per i successivi film, ma anche per le annunciate serie televisive legate al MCU. Un ampliamento del racconto suggestivo, che rendeva (se possibile) ancora più esplicita la volontà di fortificare la stretta correlazione tra le storie individuali dei diversi personaggi.

Sia al cinema che in ambito seriale, la volontà Disney/Marvel è sempre rimasta fedele a un duplice obiettivo: da una parte approfondire vecchi personaggi e dall’altra introdurne di nuovi, in modo tale da non atrofizzare la narrazione. Per quanto riguarda la prima casistica pensiamo, ad esempio, a Spider-Man: No Way Home e a Doctor Strange nel Multiverso della Follia (attualmente in sala) lato cinema e WandaVision e Hawkeye lato streaming; mentre per la seconda, possiamo citare – tra i tanti – Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli ed Eternals, sempre per la sala, e proprio il recente Moon Knight per quanto riguarda la serialità. Vi è però un significativo particolare per cui la serie da poco conclusa si differenzia da tutti gli altri progetti Marvel: la volontà – per la prima volta – di discostarsi (almeno in questa prima stagione) dal MCU, non esplicitando alcun legame con gli altri cinecomics.

Un aspetto, quest’ultimo, che avrebbe potuto giocare a favore della serie ideata da Jeremy Slater (Fantastic 4 – I Fantastici QuattroThe Umbrella Academy) e basata sul personaggio creato alla metà degli anni ’70 da Doug Moench (testi) e Don Perlin (disegni). D’altronde, quante volte abbiamo criticato la Marvel per aver dato maggiore importanza alla continuità narrativa del proprio universo cinematografico-seriale, anziché privilegiare storie e personaggi? Eppure Moon Knight sembra dirci che ci eravamo sbagliati su tutto. Non ci siamo forse resi conto che proprio quel fil rouge che ha iniziato (chissà quanto consapevolmente) a dipanarsi nel lontano 2008 in Iron Man non era un semplice vezzo, ma il presupposto sul quale si basava l’efficacia di un progetto costantemente a rischio dispersione.

Dalla California godereccia di Tony Stark alla Germania degli anni ’40 dove è spedito Steve Rogers, dal piccolo quartiere suburbano di New York dove abita Peter Parker, dall’Unione Sovietica pre-Guerra Fredda dove Bucky diventa il Soldato d’Inverno fino allo spazio profondo dei Guardiani della Galassia e degli Eterni, quel filo rosso ha rappresentato un salvagente, un approdo sicuro da dove poter godere di un punto di osservazione privilegiato su tutto. Questo almeno fino alla comparsa ufficiale – nel MCU – del Multiverso, da tempo caldeggiato ma divenuto effettivo solo a partire dalla serie LokiMoon Knight, come accennato, sceglie però di prendere un’altra direzione. A ben vedere non così dissimile rispetto a quella presa da Chloé Zhao per il suo Eternals, ma comunque più radicale. In poche parole: “rinnegare” il progetto cinematografico-seriale della Marvel per costruire una narrazione autonoma. Per il momento…

Attenzione: da qui in avanti SPOILER!

Dal Multiverso al “micro-universo”

Una delle grandi sfide della Fase 4 del MCU è quella di introdurre nuovi eroi. Alcuni “senatori” non saranno ovviamente abbandonati – vedi Thor: Love and Thunder -, ma verranno affiancati da nuovi personaggi. Sono state in particolare le serie, negli ultimi mesi, a fungere da trampolino di lancio per i debuttanti e le debuttanti. Già in WandaVision, ad esempio, veniva introdotta Monica Rambeau, oltre alla neo villain Agatha Harkness (che sarà protagonista di una serie dedicata). E se Loki verrà ricordato soprattutto per la prima apparizione di Kang il Conquistatore (sarà davvero lui il principale antagonista degli Avengers in questa fase?), Hawkeye si attestava come un esplicito passaggio di consegne tra vecchie (Clint) e nuove generazioni (Kate).

Una mission che non verrà compromessa dalle prossime uscite cinematografiche e seriali. I nuovi progetti Marvel, infatti, ci permetteranno di conoscere nuovi eroi (spesso in erba) che avranno il compito di non far rimpiangere quelli precedenti (impresa non da poco). In particolare, le serie introdurranno nei prossimi mesi altre due importanti figure femminili: Kamala Khan (Ms. Marvel) e Jennifer Walters (She-Hulk). Moon Knight ovviamente non smentisce questa caratteristica della serialità Marvel, ma anziché introdurre solo un personaggio, decide di gettare nella mischia un intero (piccolo, ma considerevole) universo.

Se è vero, infatti, che la serie diretta da Mohamed Diab, Justin Benson e Aaron Moorhead è dedicata a Moon Kight (Oscar Isaac), il guerriero mascherato avatar del Dio egizio Konshu (che nella serie ha la splendida voce di F. Murray Abraham), uno dei principali obiettivi del progetto sembra quello di presentare allo spettatore un microcosmo che prenderà spazio all’interno dell’Universo/Multiverso Marvel. Così, in un sol colpo, gli Dei del Pantheon egizio entrano a far parte del MCU; in particolare – lo dicevamo – Konshu, il dio della luna, del tempo, della guarigione e della giovinezza. Etichettato scherzosamente nella serie come “un uccellaccio”, Konshu come tutti gli altri dei si affida a un avatar nel mondo reale: una persona fisica che accetta di diventarne l’umile servitore.

Figura per gran parte della narrazione ambigua, Konshu non è ovviamente l’unica divinità che mostra il suo corpo immateriale durante il corso delle puntate. Nel finale, infatti, condivide la scena (seppur brevemente) con la sua principale antagonista, la dea Ammit, “la divoratrice di morti”, dalle fattezze simili a quelle di un coccodrillo, e con la ben più placida Tueret, contraddistinta dall’aspetto di un ippopotamo, qui in veste di traghettatrice di anime nell’aldilà. Una suggestiva ambientazione che trasporta il MCU indietro di migliaia di anni – come già successo con Eternals, dove però anziché la civiltà egizia compariva quella babilonese – e che sicuramente tornerà a interessare la macro-narrazione cinematografico-seriale della Marvel.

Dott. Jekyll, Mr. Hyde e… Moon Knight

Ogni divinità egizia, dunque, per “sopravvivere” nel mondo reale ha bisogno di un avatar che faccia le sue veci. Quello di Konshu è Steve Grant, mite dipendente della National Gallery di Londra. O almeno così crediamo all’inizio del primo episodio della serie. In realtà l’avatar del dio egizio presenta una caratteristica alquanto singolare: una personalità multipla. Così, il docile Steve talvolta deve lasciare il posto al più risoluto Marc Spector (ex mercenario); mentre entrambi – Steve e Marc – sono inconsapevoli del fatto che condividono il corpo con un altro (misterioso) figuro, tutt’altro che raccomandabile, che la serie ci svela solo nell’ultima sequenza (rigorosamente post-credit): Jack Lockey.

Tre personalità a cui corrispondo tre avatar diversi, sia per caratteristiche che per aspetto: se Marc – quando posseduto da Konshu – assume le fattezze di Moon Knight, Steve prende invece quelle (per certi versi comiche) di Mr. Knight (con abito da damerino, doppiopetto e cravattino bianchi), mentre al momento nulla sappiamo circa il costume indossato da Jack (nell’ultima sequenza, benché posseduto da Konshu, appare “in borghese”). Steve/Marc/Jack non è l’unico personaggio complesso, sfaccettato, “multiplo” del MCU. Alcune sue peculiarità sono ravvisabili, in particolare, in Wanda Maximoff/Scarlet Witch e Bruce Banner/Hulk.

Alle origini della complessità/schizofrenia del personaggio non vi è però nulla di soprannaturale. E non c’entrano neppure esperimenti pseudo-scientifici di alcun genere. Alle origini vi è un trauma mai davvero superato dalla personalità primordiale del personaggio, che corrisponde a quella di Marc. Se Wanda per superare il trauma del lutto di Visione si inventava una realtà alternativa basata sull’estetica delle sit-com statunitensi dagli anni ’60 fino alla contemporaneità, Marc ha cercato di superare un trauma che ha condizionato la sua esistenza – è stato inconsapevole artefice della morte accidentale del fratellino – facendo germogliare dentro di lui un’altra personalità, candida, senza colpe, buona: ovvero, Steve.

Un tentativo maldestro di dimenticare un passato doloro che riemerge, con prepotenza, nel quinto episodio della serie quando – dopo essere stato (temporaneamente) ucciso dal villain Harrow (Ethan Hawke) – Marc si ritrova in compagnia di Steve a ripercorrere i momenti salienti della propria esistenza nell’anticamera dei campi di Aaru (il regno dei morti nella cultura egizia). Non ci è dato sapere invece come è emersa la seconda (violenta) personalità di Marc, quella di Jack Lockey. Lo scopriremo probabilmente nell’inevitabile seconda stagione della serie (al momento non ancora annunciata), dove Marc dovrà presumibilmente compiere salti mortali per far convivere le sue personalità (oltretutto, come da tradizione, molto diverse tra loro).

Una caratteristica, quest’ultima, che lo lega a Bruce Banner. Novello Dottor Jekyll, Banner condivide il proprio corpo con quello del suo alter-ego verde Hulk. Una convivenza non sempre facile, ma che il dottore è riuscito con il tempo a stabilizzare. Anche Marc riuscirà a fare lo stesso? Presumibilmente sì, date le premesse. Già in questa prima stagione di Moon Knight il personaggio ha fatto dei notevoli passi avanti. All’inizio, infatti, a farla (inconsciamente) da padrona era la personalità di Steve, non consapevole dell’esistenza di Marc. Oppresso da incubi e visioni di vario genere – inizialmente etichettati come un disturbo dissociativo -, ben presto Steve prende coscienza dell’esistenza di Marc, iniziando a dialogare con lui. Il colpo di scena del quinto episodio – dove viene rivelato che Marc è la personalità primigenia e le altre sono derivate (fino a prova contraria) – sembra segnare la strada anche per il futuro (all’insegna del continuo dialogo tra le due personalità). L’entrata in scena di Jack Lockey, però, potrebbe sparigliare le carte in tavola.

L’effimero peso del villain

Lo abbiamo citato sbrigativamente nel precedente paragrafo, ma ora è necessario fare un piccolo approfondimento. Di chi stiamo parlando? Di colui che veste i panni del cattivo in Moon Knight: Arthur Harrow. Benché già presente nei fumetti, l’Harrow della serie Marvel si discosta in maniera significativa da quello apparso (oltretutto sbrigativamente) negli albi. Il personaggio fu creato nel 1985 da Alan Zelenetz (testi) e Chris Warner (disegni) e apparve solo nel secondo numero della seconda serie dedicata a Moon Knight. Poi, non fece più ritorno. In quel caso Harrow era uno scienziato candidato al Nobel grazie a una ricerca finalizzata a trovare una cura per il dolore che sfruttava ricerche effettuate dai Nazisti. Un personaggio ben diverso rispetto a quello che compare nella serie, più in linea con un altro villain: Sun King.

Quest’ultimo, creato nel 2017 da Max Bemis (testi) e Jacen Burrows (disegni) è anch’egli, come l’Harrow della serie, il seguace di una divinità egizia. Nel caso di Sun King è Amon-Ra, il padre di tutti gli altri dei egizi, in quello di Harrow è invece la già citata Ammit. Una scelta curiosa, quella della Marvel di rielaborare il personaggio, che farebbe presagire una volontà di rimodellamento/aggiornamento rispetto al MCU per far diventare Harrow uno dei villain protagonisti della Fase 4. Peccato che – a meno di ulteriori colpi di scena – di Harrow non sentiremo più parlare. Dopo aver avuto il compito di introdurre la serie – straordinaria la prima sequenza di Moon Knight, che ce lo descrive come una sottospecie di santone ascetico che cammina sui vetri -, il personaggio muore (all’apparenza) nella scena post-credit per mano di Jack Lockey.

Un epilogo che la serie sembra “anticipare” nel corso delle varie puntante, dove Harrow perde sempre maggiore importanza (inspiegabilmente). Vengono così disperse le potenzialità di un personaggio che appare figlio del nuovo mondo generatosi a seguito del Blip. Un rivoluzionario “alla rovescia”, come quelli contro cui combattono Falcon/Captain America e Bucky nella serie The Falcon and The Winter Soldier. L’Harrow descritto in Moon Knight è un estremista convinto che l’unico modo per estirpare il male dal mondo sia quello di intercettarlo in anticipo. Non lasciare ai potenziali peccatori/criminali il beneficio del dubbio, ma punirli in prospettiva. Per farlo decide di divenire seguace della dea Ammit, covando l’ambizione di diventarne l’avatar.

La dea, però, è stata imprigionata dalle altre divinità a causa del suo desiderio di onnipotenza. Così, l’obiettivo di Harrow diviene quello di trovare la sua tomba, liberarla e fare in modo che il suo giudizio (piuttosto sommario) possa riequilibrare le sorti dell’umanità. Per farlo dovrà però scontrarsi con Moon Knight e soprattutto con Konshu (di cui Harrow è stato, in precedenza, avatar e con il quale non ha un grande rapporto). Benché affascinante, il villain perde consistenza lungo il corso delle puntante, rivelando la sua natura strumentale. Come anticipato, sarà difficile rivederlo (su piccolo o grande schermo), ma… mai dire mai.

Una supereroina egiziana

Moon Knight non è l’unico eroe introdotto dall’omonima serie. Ad affiancare il nostro (multiplo) eroe c’è la (quasi ex) moglie di Marc, l’archeologa Layla (May Calamawy), da cui l’uomo si allontanato perché sospetta che Konshu voglia farla diventare la sua nuova avatar. Ma, procediamo con ordine. Layla è figlia di un famoso archeologo trucidato da un gruppo di mercenari di cui faceva parte anche Marc (che però si rivelerà innocente). Per gran parte del film spalla del protagonista, nell’ultima puntata Layla veste i panni di supereroina scegliendo – temporaneamente? – di diventare l’avatar della dea Tueret per aiutare Marc/Steve a sconfiggere Harrow. Assumendo così le fattezze di Scarlet Scarab e vestendo una scintillante armatura dotata di due ali dorate.

Una scelta in linea con l’attuale politica della Marvel: dare maggior risalto alle eroine e soprattutto alle minoranze. «Sei una supereroina egiziana?», chiede una ragazzina a Scarlet Scarab durante una pausa dai combattimenti che la vedono protagonista a Il Cairo. Dopo averci pensato un attimo (come se dovesse raggiungere un certo grado di consapevolezza), la risposta dell’eroina è laconica: «Sì!». Come la sordomuta Maya Lopez, apparsa in Hawkeye e futura protagonista di Echo, e la già citata Kamala Khan, di origini pakistane, Scarlet Scarab è l’emblema di un eroismo che non conosce confini legati alla nazionalità e al genere. La rivedremo? Senza ombra di dubbio.

Autonomo, sì, ma fino a un certo punto

Una delle principali caratteristiche di Moon Knight è la sua singolarità rispetto ai progetti Marvel che l’hanno preceduto. Una singolarità solo temporanea, ovviamente. Lo ha ribadito anche il regista Mohamed Diab in una recente intervista, durante la quale ha confessato che nella serie avrebbero dovuto esserci i camei di due personaggi del MCU, poi eliminati. Il regista non è sceso nei particolari, ma al suo posto l’ha fatto il creatore della serie Jeremy Slater. Interrogato circa i possibili collegamenti con gli altri film/serie Marvel, Slater ha ammesso che inizialmente era prevista una scena ambientata nell’antico Egitto in cui gli avatar degli dei incontravano gli Eterni.

La rivelazione ha stupito fino a un certo punto. D’altronde, il collegamento tra gli Eterni e le vicende raccontate in Moon Knight era il più plausibile. E sarà solo questione di tempo prima che le due linee narrative convergano. Nell’attesa, l’unico appiglio al MCU al quale possiamo aggrapparci nella serie Marvel è rappresentato da un (quasi impercettibile) Easter Egg che parrebbe avere come protagonista nientepopodimeno che Kang il Conquistatore. In una scena dell’episodio tre, Marc/Steve è a Il Cairo sulle tracce di Harrow. Si trova al centro di una colluttazione con alcuni scagnozzi del villain e uno di loro indossa una giacca di jeans con stampato sulla schiena l’immagine di un faraone circondato da macchie verdi e viola.

Il colore, già associato al personaggio in Loki, non è chiaramente l’unico elemento sul quale soffermarsi. Nei fumetti, infatti, Kang viaggia indietro nel tempo fino all’antico Egitto, dove diviene faraone con il nome di Rama-Tut. Si tratta di un semplice riferimento fine a se stesso, oppure è un indizio che apre le porte verso gli sviluppi futuri della serie Moon Knight e del MCU? Come sempre, lo scopriremo nei prossimi film.

Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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