venerdì, Dicembre 2, 2022
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The Umbrella Academy Stagione 3, recensione della serie Netflix

La recensione della terza stagione di The Umbrella Academy, la serie tratta dall'omonimo fumetto di Gerard Way e Gabriel Bá. Dal 22 giugno su Netflix.

The Umbrella Academy 3 è ai blocchi di partenza, e si prepara a tornare su Netflix: irriverente, atipica, sopra le righe – e semplicemente irresistibile – la serie porta, sul piccolo schermo, una terza stagione composta da dieci episodi pronti a debuttare, a partire dal 22 giugno, sulla celebre piattaforma streaming. Gli spettatori ritroveranno quindi i sette fratelli Hargreeves alle prese con eventuali apocalissi e poteri difficili da gestire, in un viaggio complesso e insidioso attraverso lo spazio, il tempo e soprattutto… i legami familiari. Perché non c’è niente di più confortevole e, al contempo, disfunzionale della famiglia, in particolare di una allargata e alla deriva come quella dei sette fratelli protagonisti interpretati da Elliot Page, Tom Hopper, David Castañeda, Emmy Raver-Lampman, Robert Sheehan e Aidan Gallagher.

La terza stagione riprende la narrazione esattamente dal punto in cui si era interrotta la seconda: dopo aver evitato la catastrofe nel 1963, l’Umbrella Academy torna a casa nel presente, con la convinzione di aver sventato l’apocalisse iniziale e di aver risolto il problema della linea temporale una volta per tutte. Ma il gruppo si rende presto conto che le cose non sono come le aveva lasciate: entra, infatti, in scena la Sparrow Academy. Tra i due gruppi, così diversi tra loro, lo scontro è inevitabile. Tra sfide, perdite, sorprese e un’entità distruttiva non meglio identificata che scatena il caos nell’universo (situazione che potrebbero aver provocato loro stessi, in fondo), ora dovranno riuscire a convincere la nuova famiglia del padre ad aiutarli a risolvere il problema, per poter tornare alle loro esistenze pre-apocalittiche.

Il mondo dell’audiovisivo post-moderno è costellato da storytelling che ruotano intorno al ruolo – e al concetto – del supereroe: non più semplici eroi senza macchia né paura, ma spesso personaggi più complessi, immortalati al confine tra buio e luce, tratteggiati da chiaroscuri che li rendono amabili quanto discutibili, fragili e al contempo inclini al sacrificio. (Anti) eroi che ritagliano il loro spazio vitale sul grande schermo, dividendosi tra Marvel e DC, ma soprattutto sul piccolo schermo, dove il formato seriale riesce a sfruttare nel modo migliore il potenziale narrativo, permettendo di approfondire dinamiche e relazioni all’interno di un arco narrativo più complesso e strutturato. In questo panorama, The Umbrella Academy si colloca a metà strada tra un’altra serie coeva e un prodotto del 2009: stiamo parlando di The Boys e Misfits, una americana e l’altra inglese, la prima figlia dell’era della piattaforme VOD e la seconda di un’epoca lontana in cui i fumetti ancora non avevano colonizzato l’immaginario collettivo.

Con The Boys, The Umbrella Academy condivide un’origine a fumetti: in quest’ultimo caso, le storie sono liberamente tratte dalla graphic novel omonima scritta da Gerard Way (il frontman del gruppo My Chemical Romance) e illustrata da Gabriel Bá, autori di un ciclo di popolari fumetti pubblicati dalla Dark Horse Comics. Con la serie Amazon, inoltre, ha in comune l’analisi atipica del mondo supereroistico, che viene destrutturato e riletto in un’ottica iper-moderna e contemporanea, con eroi contraddittori alle prese con grandi poteri e responsabilità ancor più grandi e, spesso, fin troppo difficili da gestire. Nel terzo ciclo di The Umbrella Academy i sette si ritrovano alle prese con l’ennesima apocalisse, che questa volta sembra minacciare – in modo tangibile – il mondo che conosciamo: un pericolo sottile, misterioso e incalzante che sembra pronto a cancellare ogni traccia di vita o di memoria sulla terra. Ma ad ostacolare la nuova missione dei sette è la comparsa della Sparrow Academy, un gruppo speculare di loro “fratellastri” che li hanno rimpiazzati, mettendo in luce le debolezze e gli anacronismi che agitano il nucleo familiare originale.

Rispetto alla precedente stagione, quest’ultima cerca di bilanciare con un perfetto equilibrio tutti gli elementi che ne avevano sancito il successo: l’azione pirotecnica e iperbolica, ma anche l’introspezione che permette di mettere a nudo i personaggi, svelando le loro fragilità e quella voglia incessante di trovare se stessi, perfino tra le pieghe di oscuri paradossi temporali e a ridosso della fine del mondo. Un’analisi approfondita e sfaccettata dei personaggi che ricorda, in parte, quella compiuta nelle varie stagioni di Misfits: il supernatural teen-drama britannico utilizzava la chiave supereroistica per raccontare il disagio giovanile e le difficoltà che si incontrano durante la crescita, mettendo i protagonisti in situazioni paradossali che li spingevano, nonostante tutto, a dover diventare adulti. Ironicamente, The Umbrella Academy condivide con la serie britannica un attore, l’irlandese Robert Sheehan, presente – nel prodotto Netflix – nei panni del barocco Klaus.

La terza stagione di The Umbrella Academy si colloca perfettamente nel ciclo tracciato dalle due precedenti stagioni: bilanciando l’azione e l’introspezione, alza la posta in gioco tracciando un’iperbole che oscilla tra i generi e le forme, sposando un immaginario pop irresistibile e cool, intrigante quanto sfacciato e sarcastico, che la rende un unicum nel panorama audiovisivo odierno. Per quanto machiavellica nella narrazione, la serie è in grado di sospendere l’incredulità dello spettatore conducendolo, per mano, nello stralunato mondo degli Hargreeves, tra colpi di scena e paradossi che lo delineano fino ad arricchirlo di dettagli e particolari, rendendolo plausibile e verosimile, una realtà (potenziata) dove i problemi sono direttamente proporzionati ai poteri dei sette fratelli (per caso) protagonisti.

Guarda il trailer di The Umbrella Academy Stagione 3

GIUDIZIO COMPLESSIVO

La terza stagione di The Umbrella Academy si colloca perfettamente nel ciclo tracciato dalle due precedenti stagioni: bilanciando l’azione e l’introspezione, alza la posta in gioco tracciando un’iperbole che oscilla tra i generi e le forme, sposando un immaginario pop irresistibile e cool, intrigante quanto sfacciato e sarcastico, che la rende un unicum nel panorama audiovisivo odierno.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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