lunedì, Gennaio 30, 2023
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Le Fate Ignoranti, recensione dei primi due episodi della serie di Ferzan Ozpetek

La recensione de Le Fate Ignoranti, la serie tv di Ferzan Ozpetek ispirata al suo omonimo film. Disponibile su Disney+ dal 13 aprile.

Le Fate Ignoranti sono pronte a tornare: a distanza di vent’anni dall’uscita nelle sale del cult firmato da Ferzan Ozpetek, è lo stesso regista a riportare in vita le sua creature sul piccolo schermo, coadiuvato dall’aiuto del fedele sceneggiatore Gianni Romoli e dalla produzione di Tilde Corsi per R&C Produzioni.

Squadra che vince non si cambia, dunque, ma… sempre cast permettendo: per questa serie in 8 episodi, a vestire i panni dei protagonisti saranno Cristiana Capotondi, Eduardo Scarpetta (visto di recente in Qui Rido Io) e Luca Argentero (già visto in Saturno Contro dello stesso regista), circondati da un nutrito cast di vecchie conoscenze del cinema dell’autore turco e da interessanti new entry: Ambra Angiolini, Anna Ferzetti, Filippo Scicchitano, Paola Minaccioni, Edoardo Purgatori, Serra Yilmaz, Burak Deniz, Carla Signoris ed Edoardo Siravo. La serie arriverà su Star, all’interno di Disney +, dal 13 aprile.

Quando Massimo (Argentero), il marito di Antonia (Capotondi), rimane ucciso in un incidente, la donna scopre che l’uomo aveva una relazione con un giovane scenografo, Michele (Scarpetta). Antonia, devastata dalla notizia, si ritrova a indagare sulla vita segreta del marito e stringe un’amicizia inaspettata e coinvolgente con Michele e la sua cerchia di amici eccentrici che erano per suo marito quasi una seconda famiglia. Grazie a tutti loro, Antonia riuscirà a cambiare il suo punto di vista sulla vita, ma… imparerà di nuovo ad amare?

Con la sua uscita nelle sale, Le Fate Ignoranti rappresentò un’improvvisa rivoluzione – tematica e contenutistica – per via degli argomenti trattati: forse per la prima volta nel cinema italiano, si affrontavano temi “tabù” come la sessualità, la malattia e la morte, tutti presenti in delicato equilibrio all’interno di una storia che incarna, prima di tutto, il viaggio interiore nella consapevolezza di due persone. E se nel film, a prestare il volto ai protagonisti Antonia e Michele, erano Margherita Buy e Stefano Accorsi, questa volta spetta alla Capotondi e a Scarpetta rilevare il decisivo onere; ne risulta una narrazione più fluida e meno deduttiva, interessata più alle singole storie particolari che ogni singolo personaggio affronta sulla scena che a mostrare uno spaccato sociale.

Il film fu un cult soprattutto per via della sua volontà, ostinata e contraria (rispetto al trend di mercato), di raccontare l’intimità delle persone e la difficoltà di accettare dei cambiamenti radicali e improvvisi nelle proprie esistenze (come ha, del resto, riconfermato lo stesso Romoli durante la conferenza stampa). La serie approda sugli schermi vent’anni dopo: e in questo ampio lasso di tempo sono avvenuti significativi cambiamenti, che hanno spinto Ozpetek a recuperare – evidentemente – una dimensione molto più intima e corale della narrazione, incentrata sulle singole vicende personali che si svelano man mano nel corso della sceneggiatura. Come in un incrocio curioso tra la coralità di Altman e l’estro di Almodovar, Ozpetek riconferma ancora una volta il suo talento nel mostrare storie, inseguendo – con la propria macchina da presa – dettagli e particolari che tradiscono le emozioni dei personaggi.

Non c’è farsa, giudizio morale, piacere sterile della macchietta nella rappresentazione del mondo che il regista turco anima sugli schermi nel corso dei primi due episodi: piuttosto la sua abilità è quella di ricostruire un microcosmo verosimile, plausibile e realistico, nel quale ogni character si muove come un pesce in un acquario. E quest’ultimo non potrebbe avere altro aspetto se non quello di Roma, della città che ha da sempre ispirato le vicende narrate da Ozpetek (eccezion fatta per i recenti Rosso Istanbul e Napoli Velata); la città eterna fa da sfondo silenzioso ma onnipresente alle storie dei vari personaggi, che vivono a doppio filo con il paesaggio che li circonda, filando un tessuto urbano più complesso e stratificato.

A tornare è, inoltre, la poetica stilistica dello stesso Ozpetek, che attraversa Le Fate Ignoranti trasformando il tutto in una summa compendiaria dall’ampio respiro della sua stessa filmografia: le terrazze romane (del quartiere Ostiense), le tavole imbandite, l’amicizia colorata e talvolta chiassosa, ingombrante; la capitale che brulica di vita e vite, esistenze che si intrecciano ed incontrano sullo sfondo del tempo e del destino. Ne Le Fate Ignoranti c’è la tendenza ad accendere i riflettori soprattutto sulla famiglia, intesa proprio come nucleo di supporto per affrontare le turbolenze dell’esistenza: quelle mostrate sono tutte famiglie atipiche, perché non biologiche (i condomini del palazzo dove vive Michele, che sono tutti amici), o disfunzionali (la Antonia della Capotondi e sua madre, interpretata da Signoris); poi ci sono molte coppie, solo alcune felici (nonostante i piccoli problemi quotidiani, tipo quella interpretata da Angiolini e Ferzetti) e altre intrappolate in convenzioni e cliché (il triangolo costituito da Antonia, Massimo e Michele).

Le Fate Ignoranti mostra il moderno decalogo della realtà che ci circonda, pittoresca ed eterogenea, fluida e in continuo divenire, pronta a subire il cambiamento non più come uno scossone improvviso ma piuttosto come delle scosse di assestamento, più piccole e discrete, che scuotono dall’interno per rivoluzionare, in conclusione, l’assetto finale. La vera forza di questa versione televisiva si annida nelle splendide interpretazioni, nella naturalezza dell’evocazione di vecchi/nuovi mondi e nella presenza di personaggi tridimensionali dotati di una propria corporeità, di una sostanza magnetica che cattura l’attenzione dello spettatore, proiettandolo all’interno di un universo plausibile nel quale agiscono tutti i protagonisti, portatori sani di una coralità – e di una molteplicità di voci – che incontra la propria dimensione all’interno della narrazione più lunga e strutturata della serie.

Guarda il trailer ufficiale della serie Le Fate Ignoranti

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Le Fate Ignoranti recupera una dimensione molto più intima e corale della narrazione, incentrata così sulle singole vicende personali che si svelano man mano nel corso della sceneggiatura. Come in un incrocio curioso tra la coralità di Altman e l'estro di Almodovar, Ozpetek riconferma ancora una volta il suo talento nel mostrare storie, inseguendo – con la propria macchina da presa – dettagli e particolari che tradiscono le emozioni dei personaggi.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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