venerdì, Dicembre 9, 2022
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I Am Not Okay with This, recensione della serie Netflix con Sophia Lillis

La recensione di I Am Not Okay with This, la serie con Sophia Lillis tratta dalla graphic novel di Charles Forsman. Dal 26 febbraio su Netflix.

Sulla scia di The End of the F***ing World, arriva su Netflix una nuova serie indirizzata al pubblico dei più giovani (come accaduto di recente con Locke & Key). Stiamo parlando di I Am Not Okay with This, serie che con gli altri show della piattaforma di streaming appena citati condivide più di un elemento: tutte e tre le serie, infatti, hanno come protagonisti degli adolescenti; tutte e tre sono tratte da una graphic novel. Inoltre, I Am Not Okay with This è creata da Jonathan Entwistle, la mente dietro The End of the F***ing World, ed è basata sulla graphic novel omonima di Charles Forsman, lo stesso autore della graphic novel sulla quale è basata The End of the F***ing World. 

Come se tutto ciò non bastasse, I Am Not Okay with This è prodotta dagli stessi produttori dell’amatissima Stranger Things. Potrebbe bastare questo a lasciarsi persuadere dal nuovo teen-drama di Netflix e a concedergli almeno una visione: ma sappiate che c’è molto di più. Due adorabili giovani protagonisti, riferimenti alla cultura pop letteraria e cinematografica come se piovessero ed una fruibilità immediata, capace di catturare all’istante. Sono queste le caratteristiche che fanno di I Am Not Okay with This una serie forse non particolarmente originale, ma assolutamente godibile.

La storia raccontata nei 7 episodi (della durata – più o meno – di 30 minuti ciascuno) che compongono la prima stagione è quella di Sydney, una “noiosa diciassettenne bianca” – come lei stessa si definisce -, che frequenta il liceo e si barcamena a fatica tra studio, problemi familiari e prime turbe sentimentali. Ma non solo: Sydney, infatti, deve anche fare i conti con dei misteriosi poteri soprannaturali che iniziano a sconvolgere la sua esistenza, manifestandosi come forti reazioni alle sue emozioni più sentite e profonde. A vestire i panni di Sydney troviamo Sophia Lillis, che abbiamo già avuto modo di ammirare ed apprezzare in IT e IT – Capitolo Due, gli adattamenti cinematografici del celebre romanzo di Stephen King ad opera di Andy Muschietti. Al suo fianco ritroviamo Wyatt Oleff, che proprio con la Lillis aveva recitato nel già citato IT e che qui veste i panni di Stanley, l’unico che sembra comprendere i tormenti interiori della povera Sophia (anche perché è l’unico ad essere a conoscenza dei suoi poteri!).

I due giovani attori dimostrano una chimica invidiabile, riuscendo a destreggiarsi egregiamente con la notevole quantità di tematiche che la serie decide di affrontare. Le difficoltà della crescita e le contraddizioni dell’adolescenza si mescolano all’elemento soprannaturale, dando vita ad un’interessante e stimolante commistione di generi: il coming-of-age si mescola al teen-drama, che a sua volta si mescola all’action e al genere horror, con spolverate di commedia che contribuiscono a rendere la miscela finale del cocktail ancora più esplosiva.

Uno dei elementi certamente più riusciti dello show è il continuo rimando, attraverso personaggi e situazioni, alla cultura pop letteraria e cinematografica, cosa che non può non fare la gioia dei nerd e degli appassionati di easter egg più accaniti. Il personaggio di Sydney, ad esempio, non può non riportare alla memoria quello di Carrie White, la tragica eroina del romanzo omonimo di Stephen King: entrambe condividono quella costante sensazione di sentirsi inadeguate, mentre diventano consapevoli dei loro “misteriosi poteri” e, a mano a mano, sempre più coscienziose delle persone che vogliono essere. Per di più, nell’episodio finale della serie, è palese l’omaggio ad uno dei momenti cult del romanzo (scolpito nella memoria collettiva anche grazie all’adattamento di Brian De Palma): la scena ambientata durante il ballo della scuola.

Da Stephen King a John Hughes il passo è breve: se il regista di pellicole cult come Sixteen Candles, Breakfast Club Una pazza giornata di vacanza fosse ancora vivo, probabilmente avrebbe voluto dirigere una serie come questa, e I Am Not Okay with This sembra ricordarcelo ogni volta che può, non solo perché sceglie di parlare del disagio giovanile e della difficoltà di crescere al giorno d’oggi, ma anche perché decide di impostare un intero episodio (nello specifico il numero 5, “Un altro giorno in paradiso”) sulla base dei modelli narrativi stabiliti da Breakfast Club, omaggiando il film del 1985 in tutto e per tutto.

Il finale aperto lascia presagire che il personaggio di Sydney ha ancora molto da svelare: le sue avventure sono appena cominciate, così come il viaggio alla scoperta di se stessa e dei suoi poteri. Noi non vediamo l’ora di scoprire di più a proposito della sua storia e delle origini delle sue “strane abilità” (che sembrano collegate ad una figura paterna che definire ingombrante è usare un mero eufemismo). E siamo certi che dopo la visione di I Am Not Okay with This la penserete anche voi così.

Guarda il trailer ufficiale di I Am Not Okay with This

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Uno dei elementi certamente più riusciti dello show è il continuo rimando, attraverso personaggi e situazioni, alla cultura pop letteraria e cinematografica, cosa che non può non fare la gioia dei nerd e degli appassionati di easter egg più accaniti.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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