mercoledì, Febbraio 1, 2023
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Django, recensione dei primi due episodi della serie Sky Original con Matthias Schoenaerts

La recensione dei primi due episodi di Django, la serie western Sky Original di Francesca Comencini con protagonista Matthias Schoenaerts. Sky e NOW nel 2023.

Aggiornare un mito non è un processo facile: il rischio è quello di depotenziarlo, profanarlo, mutare la sua carica sovversiva fino a trasformarlo in una mera copia conforme di un originale che è, ormai, solo un pallidissimo ricordo. Forse ne sono consapevoli tutti coloro che hanno provato, nel corso della storia del cinema, a replicare (ed imitare) forme, modelli e personaggi unici che hanno fatto irruzione nell’immaginario collettivo, finendo per imprimersi in modo definitivo.

E Django, la nuova serie Sky e CANAL+ diretta da Francesca Comencini (Gomorra – La serie), ne è un perfetto esempio: pronta ad approdare su Sky e in streaming su NOW nel 2023, è stata però presentata in anteprima – con i primi due episodi – alla 17esima edizione della Festa del Cinema di Roma. Ambientata in Texas alla fine del 1800, Django è la storia di un uomo che, partito in cerca di vendetta, finirà per lottare per qualcosa di più grande. Arrivato a New Babylon per rintracciare gli uomini che hanno assassinato la sua famiglia, Django scopre che sua figlia Sarah è sopravvissuta e si appresta a sposare il fondatore della città. La ragazza, ormai ventenne, non vuole più saperne di suo padre, ma Django non si arrende e non si lascerà sfuggire la possibilità di avere un’altra occasione con sua figlia.

La sfida di aggiornare il mito di Django agli occhi del grande pubblico sembra, oggi, ancor più un ossimoro dopo il Django Unchained (2012) di Quentin Tarantino: con il suo stile iperbolico, pulp, incline all’exploitation grafico, cinefilo e sopra le righe, il regista del Tennessee aveva attinto a piene mani dalla tradizione del genere western (tanto statunitense quanto, soprattutto, italiano) per raccontare il mito attraverso un punto di vista nuovo e inedito, che incrociava l’annosa questione della schiavitù e del Black Lives Matter nell’era della Secessione.

La Comencini, coadiuvata dagli sceneggiatori Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli e Max Hurwitz, non si abbandona agli eccessi immaginifici e geniali di Tarantino (nonostante una regia che strizza l’occhio tanto al cinema di genere anni ’70 e all’exploitation), scegliendo piuttosto di rimanere fedele alla matrice originale quanto alle tematiche sensibili dei nostri tempi coevi.

Un campionario variegato di umanità

Nei primi due episodi di Django tutti i personaggi principali si presentano alla ribalta, tracciando già quelle traiettorie emotive (e personali) che diventeranno, di sicuro, il cardine dell’intera serie: ogni singolo character è in cerca di qualcosa, mentre tenta di sopravvivere tra le avversità crudeli di un’epoca buia e senza legge.

Se Matthias Schoenaerts, interprete di Django, è un perfetto straniero senza nome (o quasi) tormentato e laconico, un epigono perfetto delle incarnazioni eastwoodiane dell’era di Sergio Leone, non sono da meno i “comprimari” (di lusso) che compongono il suo microcosmo: Lisa Vicari nei panni della determinata e coriacea Sarah, figlia ritrovata (ma forse emotivamente perduta per sempre), ma anche il “tiranno illuminato” di New Babylon, John Ellis (Nicholas Pinnock) e il figlio ribelle (Jyuddah Jaymes), immortalati in una dinamica shakespeariana nella quale soldi, potere, gelosia e passione sono al centro di uno strano triangolo di suspense e tensione narrativa. A coronare questo nutrito gruppo troviamo Elizabeth, interpretata da Noomi Rapace, antagonista fuorviante e magnetica, ambigua e visionaria come il protagonista di un film di Werner Herzog.

Dal Django originale la serie eredita – forse involontariamente – un aspetto fondamentale: l’attenzione per il racconto delle storie degli ultimi. La vera rivoluzione, con l’uscita nelle sale del film di Corbucci, non fu tanto la rilettura del “genere americano” per eccellenza in un’ottica completamente rinnovata e italiana, ma la possibilità di mettere per la prima volta, in primo piano, le storie di peones, emarginati, sfruttati, che diventano la miccia a cui basta solo la scintilla di uno straniero solitario per innescarsi.

Nella serie Django lo spettatore si trova di fronte ad un campionario variegato di umanità: sfruttati e sfruttatori, ex schiavi che hanno riconquistato la propria libertà, prostitute in fuga, orfane determinate a conquistarsi un proprio posto nel mondo. Sono i comprimari, i caratteristi tipici del genere western e delle derive spaghetti western a conquistare la scena, inseguendo i trend odierni legati alla sensibilizzazione verso temi come l’empowerment femminile e le questioni legate all’inclusione.

Django non nasce con la volontà di riscrivere la Storia, quanto piuttosto con l’intento di raccontare “un’altra versione” di quest’ultima, affidando un ruolo di primo piano alle minoranze silenziose e trasformando il protagonista non tanto in un (anti)eroe liberatore assetato di vendetta, quanto in un testimone silenzioso dilaniato da tormenti e spettri, un reduce o un sopravvissuto di un passato traumatico che continua a perseguitarlo nel presente, pur coltivando la volontà di riannodare quei fili che tessono insieme, in un dialogo costante, il tempo e il ricordo.

Guarda il teaser trailer ufficiale di Django 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Django non nasce con la volontà di riscrivere la Storia, quanto piuttosto con l'intento di raccontare "un'altra versione" di quest'ultima, affidando un ruolo di primo piano alle minoranze silenziose e trasformando il protagonista non tanto in un (anti)eroe liberatore assetato di vendetta, quanto in un testimone silenzioso dilaniato da tormenti e spettri.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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