mercoledì, Febbraio 8, 2023
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Bang Bang Baby, recensione della nuova serie Amazon Original italiana

La recensione di Bang Bang Baby, la nuova serie Amazon Original italiana. I primi cinque episodi disponibili su Prime Video dal 28 aprile.

Bang Bang Baby è la nuova serie italiana, targata Amazon Original, pronta a debuttare su Prime Video a partire dal 28 aprile con i primi cinque episodi; per vedere gli altri cinque che compongono la prima stagione, gli spettatori dovranno attendere il 19 maggio. Ma nel frattempo avranno modo di conoscere la giovanissima Alice, interpretata da Arianna Becheroni, vero e proprio motore immobile delle iperboliche azioni che si susseguono sul piccolo schermo; accanto a lei, anche nomi consolidati del panorama audiovisivo nostrano come Adriano Giannini, Antonio Gerardi, Dora Romano e Lucia Mascino.

Ambientata nel 1986, la serie racconta la storia di Alice, adolescente di 16 anni che vive in una cittadina del Nord Italia insieme a sua madre, dopo aver perso il padre da bambina. La sua vita di teenager cambia però all’improvviso quando scopre che il genitore, che credeva morto, in realtà è ancora vivo. È l’inizio di una discesa negli inferi per Alice, che per amore dell’uomo si tuffa nel pericoloso mondo della malavita, facendosi sedurre dal fascino del crimine. Quando cercherà di tirarsene fuori, forse sarà troppo tardi…

Bang Bang Baby, con la sua carica dirompente, è la serie che traghetta ufficialmente il nostro mercato in una nuova dimensione dal respiro internazionale, lontana da un certo “provincialismo di maniera” che spesso ha afflitto (e continua ad affliggere) soprattutto i prodotti televisivi, rei d’aver dimenticato la lezione impartita dal sociologo Marshall McLuhan: la tv è un medium freddo a bassa risoluzione e ad alta partecipazione sensoriale, che implica una contemplazione necessaria – e un forte coinvolgimento – da parte dello spettatore, i cui sensi non vengono saturati da informazioni; anche per questo motivo, non bisogna dimenticare la competitività e l’ambizione di conquistare un mercato sempre più ampio per stimolare il pubblico. Se Amazon Original aveva già tentato di distinguersi attraverso prodotti inediti come Anni da cane o Monterossi – La serie, è solo con la nuova Bang Bang Baby – nata da un’idea di Andrea Di Stefano – che riesce, finalmente, a sparigliare le carte di un gioco già prestabilito.

Cavalcando l’onda del successo legato al revival, nostalgico, degli anni ’80 (e già attuati con operazioni come Stranger Things, targato Netflix), la serie cerca di ricreare un immaginario patinato e pop, facile da riconoscere e iconico, infinitamente riproducibile e vendibile. Ma questo immaginario non ricopre solo una sterile funzione celebrativa: è la perfetta connotazione spazio-temporale nella quale collocare le avventure della giovane protagonista Alice, teenager pronta ad avventurarsi, incauta, in un paese delle meraviglie (rovesciato) che la aspetta oltre lo specchio; un mondo spaventoso ed edulcorato dal suo immaginario ipercinetico, contaminato da citazioni e riferimenti, distorto dalla creatività della quale si nutre per sfuggire agli orrori atroci del quotidiano che, altrimenti, rischierebbero di inghiottirla e sopraffarla.

Alice, in un’ottica freudiana (o, comunque, psicoanalitica) cerca di scindere se stessa per non soffrire, perseguendo un obiettivo fisso che la motiva e dilania allo stesso tempo: riconquistare l’amore (perduto) di suo padre Santo Maria Barone, creduto morto per anni. E più s’inoltra in questo oscuro bosco, più viene attorniata da creature “mostruose” per via degli atti che commettono: omicidi, tradimenti, intimidazioni, traffici illeciti e malavita si consumano sullo schermo con la leggerezza rutilante e sfrontata di un crime – o di un gangster movie – di Guy Ritchie, strizzando un occhio alla commistione di generi cara al pulp di matrice tarantiniana e, infine, alle suggestive atmosfere notturne e psichedeliche del Nicolas Winding Refn di Drive, The Neon Demon e Too Old Too Die Young. E proprio al clima di quest’ultimo sembrano guardare i registi Michele Alhaique, Margherita Ferri e Giuseppe Bonito, affascinati dalle luci artificiali che fendono la notte oscura – e urbana – ridefinendone i contorni, sfumati dalla nebbia perenne di Milano.

bang bang baby
Bang Bang Baby. Foto di Andrea Pirrello. ©️Prime Video & Amazon Studios

Ambientata nella “Milano da bere” degli anni ’80, con i propri inconfondibili cliché, Bang Bang Baby è un prodotto iper-pop immerso nelle ombre nere di un romanzo di Giorgio Scerbanenco, capace di flirtare in modo indiscriminato con i generi e i media, passando da una narrazione da neo-noir metropolitano alla commedia grottesca intrisa di umorismo nero, senza dimenticare una lucida analisi – dall’interno – delle inquietanti dinamiche criminali che animano i clan malavitosi. Ma per intere generazioni la serie si trasforma in una macchina del tempo, una musicassetta da riavvolgere per tornare indietro fin nel cuore degli ‘80s, viaggiando attraverso linguaggi diversi in grado di riaggiornare, in modo nuovo (ma già rodato), l’universo delle arcade, delle sit-com, della pubblicità, dei primi programmi delle tv private, della musica pop e del glam rock, della serialità americana che spopolava in quegli anni in cui gli Stati Uniti erano visti come un modello da ammirare, copiare e raggiungere ad ogni costo.

Bang Bang Baby, a fronte di una storia lineare e collaudata (imperniata sulle peripezie che affronta Alice, novella Justine di sadiana memoria), rivoluziona il linguaggio seriale italiano pensando in grande, a quella miscellanea pulp di generi che riescono a coabitare tra loro in perfetto equilibrio, creando un canone nuovo e mai identico a se stesso; la macchina da presa dei registi – nel corso dei primi cinque episodi – si immerge sempre più a fondo nella tana del Bianconiglio dentro cui cade Alice, scrutando nei torbidi correlativi oggettivi che animano la sua mente dilaniata, permettendo così all’immaginario di trapelare tra le oscure crepe. E ogni attore, dal più noto al meno conosciuto, si configura come il volto giusto al momento giusto, maschera prima ancora che interprete di personaggi sopra le righe, baciati da un’inedita tridimensionalità di solito sconosciuta alle macchiette.

Questo perché, ancora una volta, le scelte casting dimostrano quanto nel nostro mercato audiovisivo contino le “facce”, i caratteri; un punto di contatto con la storica tradizione della commedia all’italiana che permette, però, di traghettare la serie tra le braccia del futuro, forte di un presente competitivo e ambizioso. Ogni rappresentazione tratteggiata dal prodotto sfugge ai tradizionali regionalismi, permettendo così di raccontare, attraverso immagini evocative, una storia universale a partire dal particolare, in un processo induttivo che coinvolge alcune delle migliori maestranze del nostro mondo del cinema e della tv tra registi, sceneggiatori, attori e crew tecnica.

Guarda il trailer ufficiale di Bang Bang Baby

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Bang Bang Baby, a fronte di una storia lineare e collaudata (imperniata sulle peripezie che affronta la protagonista Alice), rivoluziona il linguaggio seriale italiano pensando in grande, a quella miscellanea pulp di generi che riescono a coabitare tra loro in perfetto equilibrio, creando un canone nuovo e mai identico a se stesso; la macchina da presa dei registi si immerge nella tana del Bianconiglio dentro cui cade Alice, scrutando nei torbidi correlativi oggettivi che animano la sua mente dilaniata, permettendo così all’immaginario di trapelare tra le oscure crepe.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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Bang Bang Baby, a fronte di una storia lineare e collaudata (imperniata sulle peripezie che affronta la protagonista Alice), rivoluziona il linguaggio seriale italiano pensando in grande, a quella miscellanea pulp di generi che riescono a coabitare tra loro in perfetto equilibrio, creando un canone nuovo e mai identico a se stesso; la macchina da presa dei registi si immerge nella tana del Bianconiglio dentro cui cade Alice, scrutando nei torbidi correlativi oggettivi che animano la sua mente dilaniata, permettendo così all’immaginario di trapelare tra le oscure crepe.Bang Bang Baby, recensione della nuova serie Amazon Original italiana