lunedì, Dicembre 5, 2022
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And Just Like That, recensione del sequel di Sex and the City

La recensione di And Just Like That, sequel di Sex and the City, con protagonista Sarah Jessica Parker. Disponibile su Sky e NOW.

Guardando And Just Like That si assiste al trionfo del piano malvagio dei creatori di Sex and the City: riesumare (per l’ennesima volta) uno show ormai giunto al capolinea e continuare a spremerlo, confidando nella fedeltà di un’inossidabile platea di fan nostalgici, disposti a tutto pur di rimandare ulteriormente l’inevitabile addio alle loro eroine. I due mediocri film, usciti rispettivamente nel 2008 e nel 2010, non erano stati sufficienti. Nel 2021, Micheal Patrick King, non pago di aver a suo tempo snaturato i suoi stessi personaggi, decide quindi di renderli anche insopportabili. E lo fa ritornando al piccolo schermo: la serie, composta da 10 episodi, è disponibile su Sky e NOW.

Dopo anni di turbamenti amorosi, le tre inseparabili amiche Carrie Bradshaw (Sarah Jessica Parker), Charlotte York (Kristin Davis) e Miranda Hobbes (Cynthia Nixon) sembrano aver finalmente trovato un equilibrio accanto ai rispettivi consorti. La tranquillità delle tre è destinata, purtroppo, a non durare a lungo. Alle prese con crisi familiari e personali, figli indisciplinati e inedite consapevolezze, le ex-ragazze, ormai oltre la soglia dei cinquanta, dovranno far fronte a scelte dolorose e cambiamenti inaspettati. Carrie, Miranda e Charlotte si troveranno costrette a stravolgere, ancora una volta, le proprie esistenze, scoprendosi più combattive e unite che mai.

Sex and the City, rievocata spesso – e a ragione – come una serie cult, seguiva le peripezie sentimentali di un gruppo di quattro amiche, trentenni benestanti che si muovevano con disinvoltura nell’affascinante cornice della città di New York. In Sex and the City si assisteva all’apoteosi del girl power: le protagoniste, pur affermando di ricercare il grande amore, erano restìe ai compromessi e disposte a tutto pur di non tradire sé stesse, rifiutando di barattare la preziosa indipendenza con le fugaci promesse del principe azzurro di turno.

La patina anticonformista – legata all’abbattimento del luogo comune secondo cui le donne non parlerebbero mai di sesso tra di loro, attività fino a poco tempo fa considerata appannaggio dell’universo maschile, né tantomeno farebbero sesso “come un uomo”, svincolandolo cioè dal trasporto emotivo – non tradiva il nucleo romantico della serie, tenuto in piedi per sei stagioni da un’(auto)ironia di fondo che, oltre a stabilire il mood dello show, lo proteggeva dal rischio di perdersi in superflue divagazioni melodrammatiche. Anche nei momenti di peggiore crisi, Carrie Bradshaw & Company riuscivano a non prendersi mai completamente sul serio, dando alle giovani spettatrici preziosi suggerimenti su come tirarsi su da un’eventuale delusione, affidandosi prima di tutto alle proprie risorse interiori, affinate in anni e anni di relazioni fallite.

Archiviata la serie, perché non smantellarla pezzo per pezzo, avranno pensato gli autori: se con il primo lungometraggio si erano limitati ad eliminare quasi tutti gli elementi dissacranti, dando vita ad una commedia romantica gradevole ma fastidiosamente stucchevole per i fan della prima ora (visto che la serie era tutto tranne che questo), con il secondo decidono di farsi prendere la mano, privilegiando il trash e affidandosi ad un copione senza capo né coda, che aggiungeva ben poco all’arco narrativo dei personaggi. Un modo come un altro per annacquare il brodo, che induceva lo spettatore a svincolare i film dalla serie, se non altro per non rovinarsi retroattivamente il ricordo di uno show tanto amato.

Nonostante i successivi anni di silenzio, qualcosa continuava a bollire in pentola, e chi di dovere si ingegnava per accanirsi ulteriormente su una storia che ormai non aveva più nulla da dire. Si è parlato per molto tempo dell’ennesimo sequel, aizzando la curiosità del pubblico con la diatriba a colpi di battutine social tra Sarah Jessica Parker e Kim Cattrall, grandi amiche sullo schermo ma (a quanto pare) acerrime nemiche nella vita reale. Alzi la mano chi non ha passato almeno una notte insonne a chiedersi se la disinibita Samantha Jones avrebbe partecipato alla reunion e alzi la mano chi non si è strappato i capelli nello scoprire che, ebbene sì, c’era una serie in lavorazione e le protagoniste non sarebbero state quattro ma tre.

Ma questo trauma non era niente in confronto all’amara sorpresa cui avremmo assistito nel primo episodio di And Just Like That. Come se l’assenza del personaggio più iconico della serie non bastasse, perché non uccidere Mr Big, l’amore storico di Carrie, recentemente promosso da sexy imprenditore a eccellente cuoco e pantofolaio amante dei vinili? Come è ormai noto, spesso la vita imita l’arte, e il “suicidio” del personaggio ha finito per coincidere con il suicidio professionale dell’attore, accusato di molestie sessuali a pochi giorni dalla messa in onda del debutto della serie.

E, per quanto sia discutibile lucrare su un fatto del genere, è indubbio che la serie ne abbia giovato in termini di hype: in che modo gli autori – che avevano già pronto l’episodio conclusivo, con il poetico e metafisico addio al fantasma di Mr Big – sarebbero usciti da un tale ginepraio? Un altro quesito da non dormirci la notte.

and just like that

And Just Like That decide così di percorrere un sentiero non ancora battuto: l’elaborazione del lutto. Niente più outfit sfavillanti, né passeggiate tra le iconiche vie di Manhattan, né eccitanti serate nei locali alla moda. Restano le mura di un appartamento troppo grande per una persona sola, gli scatoloni pieni di ricordi, la paura di voltare pagina. Charlotte e Miranda – le due amiche superstiti – vivono, dal canto loro, la vita tranquilla che (sempre a detta degli autori) si confà a qualsiasi cinquantenne benestante: le raccolte fondi e le serate di gala si alternano a crisi di mezza età di varia natura, problemi di incomunicabilità con i figli adolescenti, matrimoni che vanno in mille pezzi.

Assistiamo, in altre parole, all’unico sviluppo possibile per questi personaggi e al tentativo disperato di farli evolvere, restituendogli un briciolo di spessore psicologico. Il risultato è riuscito a metà. La serie ci regala dei momenti gradevoli e si fa apprezzare per lo sforzo di toccare con leggerezza temi caldi e non ancora pienamente digeriti dal pubblico generalista, primo tra tutti quello dell’identità di genere. Descrivere una società benpensante e puritana, che si nasconde dietro un progressismo più di facciata che di sostanza, può essere irrilevante in termini di superamento effettivo delle discriminazioni, ma di certo non fa male alla causa. Fa piacere che se ne parli, insomma, per quanto in maniera approssimativa.

A corredo di ciò, ritorna un barlume di autoironia: le donne che un tempo erano disinibite e all’avanguardia, oggi non sono nient’altro che boomer (nel senso più dispregiativo del termine), incapaci di allinearsi totalmente ad un mondo in cui non si riconoscono più completamente. I tentativi maldestri di Carrie, Miranda e Charlotte di adattarsi al nuovo contesto sociale, fatto di neologismi e inedite regole di comportamento accettate ma non comprese fino in fondo, sono lo specchio dei nostri tempi, dove le differenze anagrafiche ritornano a creare un gap generazionale difficile (ma non impossibile) da colmare.

Le buone intenzioni, tuttavia, non bastano a salvare una serie assai carente dal punto di vista della scrittura. Pochi, ad esempio, hanno gradito i cambiamenti subiti dal personaggio di Miranda Hobbes. Da avvocato rampante, indipendente e da sempre ostile a privilegiare l’irrazionalità dei sentimenti alla sicurezza di una carriera in ascesa, intransigente con il marito Steve (incline, sia nella serie che nel primo film, a colpi di testa inaccettabili agli occhi della rigida moglie) si trasforma, in And Just Like That, nella tipologia di donna che lei stessa ha sempre guardato dall’alto in basso.

Metamorfosi che avrebbe potuto essere interessante e non del tutto inverosimile, se solo fosse stata sviluppata gradualmente e non così, di punto in bianco, senza dare particolari spiegazioni a chi aveva, nel tempo, imparato ad amare (e talvolta “sopportare”) un personaggio stereotipato ma che funzionava alla grande nel contesto originario. La stessa approssimazione è da applicarsi ai mariti: gli uomini di Sex and the City sono sempre stati, certamente, delle figure in secondo piano, servendo principalmente a condire di pepe le vicissitudini delle ragazze, ma decidere di trasformarli in fugaci comparse, mettendoli spesso (e gratuitamente) alla berlina, si rivela come l’ennesima scelta drammaturgicamente insensata.

Il tentativo di colmare l’assenza del personaggio di Samantha Jones con l’ampliamento del cast si rivela, a lungo andare, altrettanto inefficace. Si è sentito il bisogno di introdurre, addirittura, quattro nuovi personaggi femminili, al solo scopo di vivacizzare un plot che altrimenti sarebbe risultato troppo scarno. Scelta legittima, ci mancherebbe altro, ma al solito ci troviamo di fronte a figure raffazzonate, piatte, non particolarmente simpatiche e che non aggiungono niente a ciò che sarebbe stato detto comunque. L’unica eccezione è rappresentata, forse, dal personaggio della speaker radiofonica Che Diaz (Sarah Ramirez), la sola a presentare qualche sfaccettatura in più delle altre. Ma, come prevedibile, la sua funzione principale è quella di rendere ancora più pregnante il messaggio insito nella serie, mettendo in luce il disagio delle ultra-cinquantenni rispetto al concetto di “gender fluid” (che, onestamente, avrebbe meritato un briciolo di approfondimento in più): ciò che ne risulta è un personaggio che si comporta esattamente come ci si aspettava sin dalla sua prima comparsa sullo schermo.

Nel tentativo di abbattere gli stereotipi, quindi, ci si serve degli stereotipi stessi. Una scelta che in altro contesto avrebbe potuto generare indignazione ma che, in questo caso, siamo disposti ad accettare, trattandosi soltanto dell’ennesimo passo falso cui assistiamo nell’arco dei dieci interminabili episodi. Perché sì, il problema è anche questo: nei circa quaranta minuti di durata di ciascun episodio è difficile rintracciare eventi degni di nota e, alla fine, ci riduciamo a continuare la visione più per sfinimento che per reale interesse.

A conti fatti, sembra che il target di And Just Like That sia molto più circoscritto rispetto a quello della serie originaria. Se Sex and the City poteva risultare gradevole agli occhi di una platea eterogenea, And Just Like That pare rivolgersi principalmente ad un pubblico anagraficamente vicino alle protagoniste, più incline a provare empatia rispetto a ciò che accade sullo schermo. Ma se è vero che una trentenne potrebbe trovare noioso e deprimente assistere all’inesorabile declino delle ragazze che forse, un tempo, aveva preso a modello, siamo veramente sicuri che una cinquantenne (in un certo qual modo “cresciuta” con le protagoniste) gradirebbe fino in fondo quanto mostrato sullo schermo?

And Just Like That si ferma, infatti, ad un livello superficiale, senza mai affrontare veramente le questioni che pone, finendo per essere tradito dalle sue stesse ambizioni. Da un lato, la distorta convinzione che inserire qualche battuta su problemi attuali basti a rinnovare un racconto ormai esaurito, dall’altro il disperato tentativo di rendere interessanti le vicissitudini di un gruppo di smorfiose che, di fatto, interessanti non lo sono più da un pezzo.

Guarda il trailer ufficiale di And Just Like That

GIUDIZIO COMPLESSIVO

And Just Like That si ferma ad un livello superficiale, senza mai affrontare veramente le questioni che pone, finendo per essere tradito dalle sue stesse ambizioni. Da un lato, la distorta convinzione che inserire qualche battuta su problemi attuali basti a rinnovare un racconto ormai esaurito, dall’altro il disperato tentativo di rendere interessanti le vicissitudini di un gruppo di smorfiose che, di fatto, interessanti non lo sono più da un pezzo.
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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And Just Like That si ferma ad un livello superficiale, senza mai affrontare veramente le questioni che pone, finendo per essere tradito dalle sue stesse ambizioni. Da un lato, la distorta convinzione che inserire qualche battuta su problemi attuali basti a rinnovare un racconto ormai esaurito, dall’altro il disperato tentativo di rendere interessanti le vicissitudini di un gruppo di smorfiose che, di fatto, interessanti non lo sono più da un pezzo.And Just Like That, recensione del sequel di Sex and the City