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Una vita in fuga, recensione del film di e con Sean Penn

La recensione del film di Sean Penn Una vita in fuga, interpretato dall'attore al fianco della figlia Dylan Penn. Dal 31 marzo al cinema.

C’è stato un tempo in cui Sean Penn era considerato l’interprete di maggior talento del cinema americano. Dopo l’affermazione negli anni ’90, i primi 2000 ne sancirono la definitiva consacrazione, grazie soprattutto alle sue performance in Mystic River di Clint Eastwood e in Milk di Gus Van Sant. A un certo punto, però, la carriera dell’attore subisce una battuta d’arresto. Progressivamente Penn esce dai dai radar di Hollywood. Centellina le sue presenze sul grande schermo e per tre ani (2016-2018) risulta inattivo. Il 2021 potrebbe essere dunque considerato l’anno della svolta, del rilancio a livello professionale. Già tra gli interpreti di Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, Penn è anche regista e protagonista di Una vita in fuga, dramma familiare in uscita nei cinema il 31 marzo.

Tratto dal romanzo autobiografico della giornalista Jennifer Vogel, Flim-Flam Man: The True Story Of My Father’s Counterfeit Life, e sceneggiato da Jez Butterworth e John-Henry Butterworth, il film di Sean Penn è l’ennesima rivisitazione cinematografica del problematico rapporto genitori-figli, questa volta sullo sfondo della provincia americana tra il 1975 e il 1992. Un tema quanto mai attuale ad Hollywood, come testimonia anche l’uscita lo scorso anno di Falling – Storia di un padre di Viggo Mortensen, che Penn enfatizza scegliendo non solo di ritagliarsi la parte del genitore, ma affidando i ruoli dei figli del protagonista ai propri: Dylan e Hopper Jack, avuti entrambi dalla relazione con l’attrice Robin Wright.

John (Sean Penn) è un padre di famiglia amorevole ma totalmente inaffidabile. Bugiardo, impelagato in affari illeciti, costantemente braccato dalla legge. Eppure, i figli Jennifer e Nick nutrono per lui una vera e propria venerazione, tanto da preferire la compagnia del padre a quella della madre (Katheryn Winnick), sedotta e abbandonata dall’irrequieto marito e sull’orlo dell’alcolismo. Una volta cresciuta, è soprattutto Jennifer (Dylan Penn), adolescente ribelle con la passione per il giornalismo, a cercare di recuperare il rapporto con il padre nel tentativo di riportarlo sulla buona strada. Ovviamente non sarà facile.

La fuga come condizione esistenziale, come istinto primordiale di sopravvivenza, come tentativo (spesso illusorio) di cercare (nella speranza di trovare) la propria dimensione. A ben vedere, il regista Sean Penn è sempre stato attratto da tale tematica. Non è forse un uomo in fuga il sociopatico Frank, protagonista di Lupo solitario? Reduce del Vietnam incapace di trovare il proprio posto nel mondo e destinato a un futuro incerto. E che dire invece del Chris McCandless di Into the Wild? Rampollo di un’agiata famiglia californiana che decide di abbandonare tutto – casa, famiglia, promettente carriera – per intraprendere un viaggio verso l’Alaska, mosso da una sete di libertà che anziché spingerlo verso la vita lo condurrà a una morte atroce.

John, il protagonista di Una vita in fuga, ha molti tratti in comune proprio con McCandless, con il quale condivide una propensione all’idealismo e all’inconsapevole autodistruzione. Nato il 14 giugno, il giorno della bandiera (ecco spiegato il titolo originale: Flag Day), John è il figlio di un America che non esiste più, o che probabilmente è esistita solo nell’immaginario popolare: quella nazione rurale che ha tratto la propria forza dai suoi miti fondanti, a cominciare da quello della seconda possibilità. Un loser che Penn descrive con tenerezza, non evitando comunque di mostrarne le contraddizioni. A fargli da contraltare è la figlia Jennifer, simbolo dell’innocenza di un Paese che è costretto a fare i conti proprio con i suoi falsi miti (a cominciare, in questo caso, da quello paterno).

Ed è proprio Jennifer a prendersi la responsabilità di narrare la sua storia e quella del padre. La sua voce over scandisce il racconto, intersecando presente e passato in viaggio a ritroso nel tempo, alla ricerca delle origini del rapporto di amore e odio tra padre e una figlia che si dipana lungo una trentina d’anni. La regia di Penn segue pedissequamente la narrazione della protagonista, limitandosi per gran parte del film ad accompagnare il racconto senza eccedere in poeticismo (qualche eco del maestro/amico Terrence Malick qua e là, nulla di più), esagerando però con il sentimentalismo spicciolo, sottolineato fino allo sfinimento da fastidiose sequenze al rallentatore, e compiendo un autentico disastro in un finale involontariamente comico.

Non è certamente aiutato da una sceneggiatura che si alimenta di luoghi comuni e ovvietà, e neppure dal cast “familiare”. Il confronto/scontro tra Penn padre e figlia è impari. Troppo ampio il divario tra il talento del primo (bravo a non eccedere in gigionismo) e la recitazione ingessata della seconda, non di rado in difficoltà a reggere un primo piano. Che il regista sia stato tradito dall’amore paterno? Può darsi. Quel che è certo è che Una vita in fuga non solo non sarà ricordato come il suo miglior film (peggio questo o il precedente Il tuo ultimo sguardo? Una dura lotta…), ma se doveva servire da rilancio per la sua carriera ha fatto peggio che meglio. Che dire infine? Speriamo di poter riabbracciare presto il miglior Penn regista, quello che ci faceva battere il cuore seguendo le orme di un ragazzo nelle fredde foreste del Nord America. Dopo tutto la speranza è l’ultima a morire.

Guarda il trailer di Una vita in fuga

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Una vita in fuga non solo non sarà ricordato come il suo miglior film, ma se doveva servire da rilancio per la sua carriera ha fatto peggio che meglio. Che dire infine? Speriamo di poter riabbracciare presto il miglior Penn regista, quello che - per intendersi - ci faceva battere il cuore seguendo le orme di un ragazzo nelle fredde foreste del Nord America. Dopo tutto la speranza è l'ultima a morire.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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Una vita in fuga non solo non sarà ricordato come il suo miglior film, ma se doveva servire da rilancio per la sua carriera ha fatto peggio che meglio. Che dire infine? Speriamo di poter riabbracciare presto il miglior Penn regista, quello che - per intendersi - ci faceva battere il cuore seguendo le orme di un ragazzo nelle fredde foreste del Nord America. Dopo tutto la speranza è l'ultima a morire.Una vita in fuga, recensione del film di e con Sean Penn