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Una birra al fronte, recensione del film con Zac Efron e Russell Crowe

La recensione di Una birra al fronte, il nuovo film di Peter Farrelly con Zac Efron e Russell Crowe. Dal 30 settembre su Apple TV+.

Patiti e buontemponi della Settima Arte associano il nome di Peter Farrelly a quello del fratello Robert e alle commedie dirette in coppia; si pensi al caustico Io, me & Irene, ai sottovalutati e originali Osmosis Jones, Amore a prima svista. Nel 2018 l’imprevedibile cineasta di Phoenixville, classe ’56, ha voluto salire di un gradino, senza “aiuto”, pur regalando i consueti sprazzi d’humour, commosso da un incontro reale, quello che avvenne nel 1962 fra il pianista jazz Donald Shirley e la “leggera” Tony Vallelonga. Memore del calore dell’epoca d’oro di Hollywood (es. le opere di Frank Capra), lo sperimentale Green Book gli ha così fruttato tre statuette all’Academy (inclusa la più importante, “miglior film”), perfino una candidatura ai David di Donatello.

Ebbene, questo è per Farrelly il momento più delicato. Potrebbe non avere gli anticorpi sufficienti a respingere un morbo subdolo, anche più del Covid-19: si chiama “sindrome di Benigni” ossia l’impellente bisogno, da giocatore d’azzardo in piena regola, di confrontarsi “solo” con le grandi questioni etiche e politiche (del presente o del vicino passato), come se “solo” il filtro dell’allegoria o dell’umorismo dolceamaro possa far cogliere al grande pubblico, meglio di altre opere “realistiche”, l’essenza di tali problemi i quali tuttavia risultano, appunto, troppo complessi e troppo “gravi” perché un animo ilare, autenticamente generoso ma poco accorto, non cada in seducenti luoghi comuni. Ieri è toccato ai pregiudizi di classe e razziali del profondo sud degli Stati Uniti; oggi, quattro anni dopo la fortunata notte degli Oscar, mediante Una birra al fronte (“The Greatest Beer Run Ever”, in originale; lib. trad. “La più grande maratona birresca di sempre”) è la guerra in Vietnam a venir messa per l’ennesima volta (insieme ai recenti Da 5 Bloods e The Last Full Measure) sul tavolo; guerra persa in quanto «sporca», «ingiusta» per dirla con Carlo Ruta, altrimenti perché non fu una “vera” guerra bensì un semplice (si fa per dire) «eccidio» o «un’estesa scena del delitto» – come afferma il copione (firmato dal regista insieme a Brian Currie e a Pete Jones) per bocca del personaggio principale – contrapponendola implicitamente, aldilà del lucido ma “strategico” scetticismo della figura di un fotoreporter, ad altri conflitti mossi da altri ideali – giusti o sbagliati che fossero, comunque “solidi” – catapultata in mezzo ai quali la Terra dei Valorosi s’illuse ed è forse tutt’ora persuasa di «aver salvato il mondo».

Di ciò è bambinescamente convinto pure il protagonista della nostra storia. Si chiama John Donohue (Zac Efron), per gli amici “Chickie”, cresciuto a pane e John Wayne, ed è la sua strana avventura, “alla Tom Sawyer”, racchiusa in un libro di memorie curato a quattro mani con Joanna Molloy (Sugarwhistle LLC; 2015), a guidare la cinepresa di Farrelly. Come scrive il critico Dawid Muszyński, neanche al più inventivo sceneggiatore sarebbe venuta in mente un’idea del genere, né questi avrebbe trovato la chiave giusta per convincere gli spettatori più cinici che un simile fatto sia accaduto. Del resto, chi potrebbe credere alla vicenda di un ventiseienne scavezzacollo newyorchese preso, un giorno, dall’idea di recarsi con ogni mezzo in Vietnam, settore LZ Jane, e di fornire birra ai compagni di quartiere, scesi all’inferno? Eppure nel 1967 successe esattamente questo. Little Chickie needs to toast… Irritato dal tono delle notizie che quotidianamente giungono dal fronte, dalla rabbia e dal malcelato disprezzo esalanti dai media, dall’assenza di un generale, sentito sostegno ai soldati, e alla fin fine “stuzzicato” da Christine (Ruby Ashbourne Serkis), sorella ‘pasionaria’ che lo rimprovera di non aver arte né parte, Donohue cerca a suo personalissimo modo di “colmare il vuoto”. Vorrebbe tanto che i giovani combattenti sapessero che qualcuno, magari uno soltanto, li pensa con lealtà e affetto, pronto a rischiare la vita… per un breve brindisi alla stessa! «Contrabbandare birra non è l’azione più intelligente che si possa compiere in guerra ma neanche la più dannosa» sospira Coates (un misurato Russell Crowe), il fotoreporter prima menzionato. La bevanda alcolica e spumosa che “Chickie” porge a coloro che, di volta in volta, incontra lungo il cammino assume, però, agli occhi dello spettatore più sensibile, un’inattesa valenza fraterna e “sacrale”, come prova un noto passo della saga di Gilgameš, riportato dallo studioso Cattabiani. Quando l’eroe del racconto epico decide, infatti, di trasformare in uomo lo scimmione Enkidu, manda una fanciulla con questo invito: «Mangia il pane, Enkidu, fa parte della vita, bevi la birra come usa chi vive». Allora Enkidu «mangiò il pane fino a saziarsene. Bevve la birra, sette boccali colmi. Il suo spirito si distese e si fece sereno. Il cuore si rallegrò e il volto gli si illuminò. Si lavò il corpo peloso con acqua, si unse di olio e diventò uomo».

una birra al fronte

Una dissimulata forma di narrazione patriottica

Festeggiare la vita con l’elisir di malto d’orzo, con la stessa virginale gioia degli antichi, similmente al Vino, immagine della sapienza, esaltato dalle quartine persiane di Khayyām, può ancora condurre a un’intima comprensione della verità del mondo? Oddio, “Chickie” non aspira né raggiunge tali altezze, sebbene, nel suo piccolo, possa ricordarcele. Egli capirà, ma non occorreva essere dei geni (benché oggigiorno nulla dev’essere dato per scontato), che la propaganda può facilmente manipolare la mentalità dei cittadini, che non basta la giunonica presenza di Raquel Welch per considerare attendibile uno speciale televisivo sulle gesta di una brigata di fanteria, che gli orrori della trincea appaiono assai diversi se visti con i propri occhi, che quasi mai un cecchino, di qualunque colore sia la pelle, sa davvero in nome di chi o di che cosa sta aprendo il fuoco… ciò nonostante il twainiano “caso di un mercante di sorrisi e birra a Saigon” descritto da Farrelly non trascina né vibra fino in fondo di umana bontà. Non per lo scrivente, almeno. Per due ore e sei minuti ha provato a stare al gioco: ha atteso La vita è bella per poi ricevere un decoroso ma approssimativo La tigre e la neve.

Il contesto è troppo atroce per accettare tocchi surreali (il varano che attraversa la strada) o di malinconico “contrasto” (troppe, le canzoni); viceversa, quando il dramma dovrebbe irrompere e “far luce” sulla nuda realtà delle cose l’inavvertenza e lo stupore di “Chickie” sono tali da sospettare che il fiabesco ottimismo d’inizio viaggio non solo non si sia, in lui, diradato del tutto (salvo una sequenza in elicottero da gelare il sangue) ma che sia proprio questo ottimismo («Tu hai un cuore grande, è il cervello che mi preoccupa» dice Tom [Archie Renaux] di Donohue) la ragion d’essere del film, inquadrando Una birra al fronte in una nuova, ben dissimulata forma di narrazione patriottica. A rischio di esagerazioni ideologiche, l’intervento del presidente Biden alla 77ª Assemblea Generale dell’ONU (New York; 21-09-‘22), ha riaffermato, senza sottigliezze, il ruolo guida degli Stati Uniti quali «garanti della stabilità mondiale» e, volendo citare il capitano nordista de Il buono, il brutto, il cattivo, «chi possiede più bottiglie per ubriacare i soldati e mandarli al macello, quello vince»; se poi a offrire il lenitivo sorso è una sorta di Forrest Gump con l’occhio ceruleo di Efron, il Troy di High School Musical, che crede nell’amicizia e nel trionfo del Bene sul Male l’amor di patria salirà certo alle stelle.

Al disperato appello del “milite ignoto” John Rambo («Io voglio, loro vogliono, e ogni altro ragazzo che è venuto fin qui e ci ha lasciato la pelle o ha dato tutto quello che aveva, vuole… che il nostro paese ci ami quanto noi lo amiamo!») il popolo americano risponde, dunque, a 47 anni di distanza, con una cassa di “Pabst Blue Ribbon”, calducce ma sempre dissetanti. È il pensiero che conta…

Curiosità: Hieu (Kevin K. Tran), cordiale vigile urbano amante del musical Oklahoma! di Zinnemann, è un’apparizione che lascia il segno. Per un confronto, si consiglia Rescue Dawn – L’alba della libertà di Werner Herzog, con Christian Bale.

Guarda il trailer ufficiale di Una birra al fronte 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Attraverso Una birra al fronte, Peter Farrelly si confronta con un’altra complessa questione culturale e politica del vicino passato (il conflitto vietnamita) riflettendo nel mentre, fra serietà e umorismo, sulla discrepanza fra realtà e rappresentazione nei media e perfino sulla valenza fraterna e “sacrale” del brindisi. Ma la genuinità di Green Book non ritorna e su tutto, forse inconsapevolmente, si stende il velo di una nuova, ben dissimulata forma di narrazione patriottica a stelle e strisce.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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