venerdì, Dicembre 2, 2022
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Un Sogno Chiamato Florida recensione del film con Willem Dafoe

Un Sogno Chiamato Florida è il nuovo lungometraggio del cineasta statunitense Sean Baker che approderà nelle sale italiane il prossimo 22 marzo distribuito da Cinema di Valerio De Paolis.

In The Florida Project – il titolo originale – il microcosmo mostrato si muove sullo sfondo di Orlando, in Florida appunto, la capitale mondiale delle vacanze che attira ogni anno milioni di turisti grazie al famoso parco a tema targato Disney che sorge lì vicino; ma all’ombra del divertimento si nasconde un mondo completamente diverso nel quale vive una vivace bambina di nome Moonee (Brooklyn Kimberly Prince).

Quest’ultima, insieme al proprio gruppo di amici, cerca di dare una svolta creativa alle vacanze estive, riempiendole di sorpresa, avventura e meraviglia tipici dell’infanzia, in modo tale da trasfigurare la squallida realtà quotidiana che li circonda e nella quale si muovono gli adulti, che si barcamenano tra drammi e difficoltà.

un sogno chiamato florida

Tra questi, la giovane Halley (Bria Vinaite) – mamma di Moonee, donna costantemente in bilico tra legalità e crimine – e Bobby (Willem Dafoe), il manager del motel dove vivono, un duro dal cuore d’oro che lotta per tenere uniti i frammenti di queste esistenze alla deriva.

Un Sogno Chiamato Florida (qui il trailer italiano ufficiale del film) rappresenta, senza dubbio, un curioso esperimento cinematografico: è un film, un prodotto della finzione e della creatività del regista, ma affonda in modo indissolubile le proprie radici nella realtà, nell’oscura crepa che separa il patinato mondo americano del divertimento a tutti i costi – con il suo motto “prima mangiate, e poi comprate” – e del consumismo sfrenato da fast food dalla realtà più nascosta, quella che viene omessa agli occhi dei turisti in libera uscita. Una realtà amara e popolata da ombre di esseri umani.

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Un Sogno Chiamato Florida recensione del film con Willem Dafoe

Le “ombre umane” che si stagliano sulle pareti dei motel appartengono agli ultimi della società americana, coloro che vengono relegati ai margini: una corte dei miracoli di nuovi poveri che vivono nelle stanze dei motel da 35 dollari al giorno, mangiano cibo spazzatura e non sanno né come divertirsi, tantomeno come vivere e sopravvivere. E Baker sceglie di raccontare proprio questa umanità alla deriva senza però cadere nel paradosso della “pubblicità progresso”, mantenendo un lucido sguardo da documentarista pur dipingendo, con i colori della finzione, il prodotto finale.

Il risultato finale in Un Sogno Chiamato Florida è piuttosto un affresco: un colorato affresco saturo di colori e di vita, uno spaccato mai melodrammatico sulla macchia nel curriculum dell’ultimo grande impero Occidentale, ormai avviato verso l’inesorabile declino. Il punto di vista che Baker sceglie di condividere è quello della piccola Moonee, una bambina terribile, vivace ma piena di vita, il cui carattere ben riflette la forza del paesaggio della Florida, nel quale le dirompenti forze della natura vengono invase – e contaminate – dalla lunga mano aggressiva dell’uomo, pronto a colonizzare tutto, perfino l’anima stessa.

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Le suggestioni di Baker legate alla serie degli anni della Grande Depressione, Simpatiche Canaglie, ben si sposano con inquadrature aperte, ampie: totali, panoramiche ed establishing shot che abbracciano il paesaggio immortalandolo come in una tela di Edward Hopper; e tale impatto estetico è sorretto dalla potenza delle interpretazioni degli attori, con un cast assemblato dal regista affiancando – volontariamente – professionisti e non professionisti, oltre a debuttanti alla prima grande prova davanti la macchina da presa.

Willem Dafoe, la vera star del film, mette con umiltà il proprio talento al servizio della causa e dei limiti degli altri, che finiscono per giganteggiare con lui grazie all’incontenibile spontaneità, soprattutto la madre difficile (e in difficoltà) interpretata dalla star di Instagram Bria Vinaite, che fa da perfetta controparte alla dirompente innocenza della piccola Brooklyn Kimberley Prince, un nome e un volto che, una volta visto il film, nessuna riuscirà a dimenticare troppo facilmente.

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Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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