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Spencer, recensione del film di Pablo Larraín con Kristen Stewart

La recensione di Spencer, il film diretto da Pablo Larraín con protagonista Kristen Stewart. Al cinema dal 24 marzo.

“Una fiaba tratta da una vera tragedia”, è in questa dichiarazione di intenti che risiede il cuore di Spencer, l’ultima fatica di Pablo Larraín. Molto, forse tutto, è stato già detto sulla parabola della Principessa Diana. Il regista cileno sceglie di percorrere l’unica strada rimasta, quella dell’invenzione narrativa.

La protagonista viene colta nella sua essenza, quasi a voler indagare la genesi di quello spirito ribelle e anticonformista su cui tanto si è speculato negli anni, spogliandolo finalmente di inutili orpelli e fasulle sovrastrutture. Non un ridondante biopic, dunque, ma una fantasia, che pure riesce ad imporsi come “più vera del vero”, aggiungendo un nuovo, cruciale, tassello ad un ritratto che credevamo di conoscere in tutte le sue sfumature. Il film, scritto da Steven Knight e presentato all’ultimo Festival di Venezia, uscirà nelle sale il prossimo 24 marzo.

Natale 1991. La famiglia reale, come ogni anno, si riunisce a Sandringham House, meravigliosa tenuta immersa nel verde della campagna inglese. Nel corso di tre giorni decisivi, la Principessa Diana (Kristen Stewart) tenterà in tutti i modi di dare ascolto alla propria voce interiore, rifiutandosi di sottostare alla rigidità della vita di corte. Un momento di svolta, che segnerà l’inizio della rottura definitiva dal marito Carlo (Jack Farthing) e il primo, coraggioso passo, verso la libertà.

È un film sul tempo, Spencer. Se in Jackie (2016), lo sguardo di Larraín era rivolto al futuro incerto della first lady, attonita di fronte ad una tragedia destinata a ridisegnare i confini tra vita pubblica e privata, in Spencer è il passato a chiedere il conto. Il passato dei Windsor, prima di tutto, che avvinghia il presente con le sue regole ferree, vuote e insensate agli occhi della “nuova arrivata”, recalcitrante nell’identificarsi con una tradizione che non le appartiene; e il passato degli Spencer, relegato al buio, nella villa di famiglia ormai in disuso, sede perturbante dei ricordi di un’infanzia felice e ormai irrimediabilmente perduta.

L’obbedienza forzata alla sterile etiquette e la ricerca ossessiva di un personale senso di appartenenza generano un cortocircuito nella mente di Diana, votata ad una sofferenza che sembra non concederle alcuna via di uscita. È la descrizione di un dramma certamente destinato a ripercuotersi sul volto pubblico della protagonista (non per niente ricordata come “la principessa triste”), ma che Larraín affronta (ed è forse il primo a farlo) nella sua dimensione privata, preclusa agli occhi indiscreti dei paparazzi, estranea alla narrazione ben nota alla collettività.

Sandringham House diventa così metafora di una gabbia, quella di un codice imposto che non lascia scampo all’iniziativa personale. Diana, che si perde in un dedalo di corridoi tutti uguali, muovendosi a tentoni in uno spazio illuminato soltanto dalla tenue luce artificiale delle lampade, è raffigurata nel suo ostinato rifiuto di comprendere un mondo che non le appartiene, in una presa di posizione che è disperato tentativo di affermare sé stessa. E se tutto ciò cui assistiamo è filtrato dalla prospettiva della protagonista, la famiglia reale appare – a maggior ragione – dedita ad una routine autoreferenziale e ormai svuotata di significato.

A Sandringham House il passato fagocita il presente, distruggendo anche il futuro. Il senso di morte che aleggia sulla vita di corte si riverbera, inevitabilmente, sugli abitanti della tenuta, che somigliano a spettri più che a persone in carne ed ossa. Elisabetta (Stella Gonet) e Carlo sono figure sfuggenti eppure onnipresenti, autoritarie nel ribadire l’inadeguatezza di Diana e di qualsiasi suo tentativo di allinearsi alle richieste altrui. I membri della servitù, dal canto loro, sono giudici inflessibili, guardiani proni al potere e disposti a registrare anche la più piccola défaillance.

Neanche l’amore dei giovani William (Jack Nielen) e Harry (Freddie Spry), estranei alle logiche di corte più per età che per scelta, è sufficiente: la loro empatia non si traduce mai in un ruolo attivo che vada oltre uno sguardo di intesa o una battuta sussurrata all’orecchio. Spencer, d’altronde, è un film introspettivo, incentrato sulla sola figura della protagonista e sulle scelte (determinate da un qualche moto interiore più che da avvenimenti esterni) che eventualmente sarà disposta a mettere in atto per svincolarsi da una disposizione d’animo apparentemente immutabile.

Per ovvie ragioni, la riuscita del film è nelle mani di Kristen Stewart, impegnata in un compito arduo, dovendo cimentarsi in un ruolo scritto in maniera essenziale, basato quasi interamente sull’eventuale bravura dell’interprete nel riempire, con la sola espressività, i numerosi spazi lasciati in sospeso tra le (spesso laconiche) battute. La sua Diana appare, per buona parte del film, assuefatta ad una solitudine che sfoggia quasi a vessillo di una condizione di infelicità immanente e imperitura; una figura che si prende tremendamente sul serio, con il rischio di esasperare lo stereotipo, lasciando in ombra gli inediti spunti presenti tanto nel lavoro di Knight quanto in quello di Larraín.

A lungo andare, tuttavia, arriviamo a comprendere la profondità del lavoro operato dalla Stewart sul personaggio (candidata, giustamente, al Premio Oscar come migliore attrice). L’attrice, infatti, mette in atto una caratterizzazione estrema, delineando una figura che non conosce mezze misure, tanto nel male quanto nel bene. La coltre oscura che domina il film (in un’atmosfera quasi da incubo, enfatizzata dalle splendida colonna sonora di Jonny Greenwood) si smorza, infatti, quando la donna intravede delle occasioni di libertà: i suoi tentativi di fuga, che spesso conducono ad un apparente nulla di fatto, sono espressione di una disposizione d’animo a intravedere le occasioni di cambiamento che si celano dietro l’infelicità più paralizzante e, in ultima istanza, di un’ostinazione che si realizza tanto nella sofferenza più autodistruttiva quanto nella gioia più assoluta. Ma poiché dal passato è impossibile fuggire, ci resta quantomeno il potere di scegliere a quale passato aggrapparci.

Questo sembra volerci suggerire Larraín e, non a caso, il titolo stesso del film allude alle radici, prima di tutto familiari, che costituiscono l’unica chiave di lettura di un presente altrimenti indecifrabile. Spencer è il racconto di una conquista e degli sforzi che siamo chiamati a fare per riappropriarci, finalmente, della nostra storia. Il tramite è Lady Diana Spencer, per la prima volta svincolata da una narrazione ormai stantìa e ripetitiva, e inaspettatamente elevata a simbolo di una sofferenza che ci accomuna tutti, aggrappati ad un passato che rifiutiamo di elaborare, comodi nel nostro rimpianto, terrorizzati da quella libertà che, pure, ci illudiamo di inseguire.

Guarda il trailer ufficiale di Spencer

GIUDIZIO COMPLESSIVO

In Spencer, la protagonista viene colta nella sua essenza, quasi a voler indagare la genesi di quello spirito ribelle e anticonformista su cui tanto si è speculato negli anni, spogliandolo finalmente di inutili orpelli e fasulle sovrastrutture. Non un ridondante biopic, ma una fantasia, che pure riesce ad imporsi come “più vera del vero”, aggiungendo un nuovo, cruciale, tassello ad un ritratto che credevamo di conoscere in tutte le sue sfumature.
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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In Spencer, la protagonista viene colta nella sua essenza, quasi a voler indagare la genesi di quello spirito ribelle e anticonformista su cui tanto si è speculato negli anni, spogliandolo finalmente di inutili orpelli e fasulle sovrastrutture. Non un ridondante biopic, ma una fantasia, che pure riesce ad imporsi come “più vera del vero”, aggiungendo un nuovo, cruciale, tassello ad un ritratto che credevamo di conoscere in tutte le sue sfumature.Spencer, recensione del film di Pablo Larraín con Kristen Stewart