lunedì, Dicembre 5, 2022
HomeRecensioniSoldado recensione del debutto americano di Stefano Sollima

Soldado recensione del debutto americano di Stefano Sollima

Soldado, seguito di Sicario diretto dal canadese Denis Villeneuve, è il nuovo film che aggiunge un tassello alla saga “di frontiera” scritta da Taylor Sheridan. Questa volta, il timone registico passa all’italiano Stefano Sollima, che dopo le avventure crime di Romanzo Criminale, Gomorra e Suburra, porta sotto il sole di Hollywood il proprio stile e il suo personalissimo sguardo nell’analizzare le complesse e oscure dinamiche tra legge, potere e criminalità.

Nella guerra alla droga non ci sono più regole. La lotta della CIA al narcotraffico fra Messico e Stati Uniti si è inasprita da quando i cartelli della droga hanno iniziato a infiltrare terroristi oltre il confine americano. Per combattere i narcos l’agente federale Matt Graver (Josh Brolin) dovrà assoldare il misterioso e impenetrabile Alejandro (Benicio Del Toro), la cui famiglia è stata sterminata da un boss del cartello. Alejandro e Matt scateneranno un’incontrollabile guerra tra bande, in una missione che sforerà perfino nell’ambito personale.

Soldado (qui il trailer italiano ufficiale) è il degno erede di Sicario, o forse riesce in un’impresa considerata spesso impossibile: supera l’originale, un po’ come l’allievo con il maestro, regalando 124 minuti di pura adrenalina, incalzante azione e oscurità che lentamente emerge dalle profondità recondite dell’animo umano.

Un po’ neo crime, neo western e neo noir – “neo” perché figlio delle contraddizioni prodotte dalla modernità dalla quale è generato -, Soldado si muove nelle acque limacciose del lato oscuro dell’animo umano e dei desideri più inconfessabili (vendetta, rabbia, avidità), snodandosi abilmente tra i piani alti del potere, della criminalità, della polizia corrotta e dei servizi segreti.

In questo nuovo film l’apporto tra azione e sfera personale è ben bilanciato, permettendo – proprio grazie alle situazioni che si susseguono, incalzanti, sullo schermo – di approfondire anche solo in modo superficiale le linee emotive che dominano i personaggi, soprattutto quelli centrali di Graver, Alejandro, Cynthia Foards (Catherine Keener), della giovane Isabel Reyes (Isabela Moner) e di tutti gli altri personaggi messicani che vivono al confine tra due mondi, con un piede in terra messicana e lo sguardo rivolto agli Stati Uniti.

Soldado, il debutto a stelle e strisce di Stefano Sollima, dal 18 ottobre al cinema

Sollima, nel suo debutto in grande stile a stelle e strisce, riesce a portare quel tocco che lo contraddistingue: la narrazione babelica, le tante storie che sembrano non incontrarsi mai ma che alla fine, per mano di un destino ordito da un demiurgo pantocreatore, riescono a trovare una ragion d’essere ed esistere comune; l’oscurità, caratteristica che si riflette nei luoghi e sui volti, bilanciata però dalla fotografia mozzafiato di Dariusz Wolski.

È proprio la fotografia e le inquadrature riflettono il legame, inscindibile, che collega l’opera di Sollima alla tradizione western americana: ambientazioni, suggestioni e personaggi affondano le radici nei topoi del genere che Sheridan ben sa maneggiare, pur essendo quest’ultimi aggiornati al nuovo mito della frontiera. Eppure, la sceneggiatura di Soldado incontra qualche snodo confuso nel corso della narrazione, ovviato prontamente dal ritmo della regia e del montaggio decisi da Sollima.

La frontiera di cui si parla oggi vede fronteggiarsi nemici difficili da riconoscere: ogni distinzione manichea tra buoni e cattivi salta, rivelando solo la natura fragile e corruttibile dell’animo umano; e il confine si sposta dal piano fisico a quello interiore, snodandosi a sua volta tra luci e ombre di caravaggesca memoria.

Soldado riesce a coniugare felicemente una storia dai tipici contorni americani con un gusto – e un registro – registico dal respiro più ampio e atipico, che affonda le proprie radici nella conoscenza ereditaria dei generi; ad accrescerne il valore è indubbiamente la presenza di due attori come Josh Brolin e Benicio Del Toro, capaci di recitare soprattutto con il corpo, il corpo dell’attore, che si trasforma nella tela viva sulla quale proiettare le inquietudine umane.

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

- Advertisment -