venerdì, Febbraio 3, 2023
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Sing Street, recensione del film di John Carney

John Carney, irlandese, classe 1972, torna alla regia e stupisce di nuovo, con un altro film nel quale il rapporto interconnesso – e inscindibile – tra musica, parole e immagini fa la differenza e segna lo scarto netto nella modalità che si sceglie per comunicare emozioni.

Sing Street, presentato per la prima volta in Italia durante la scorsa Festa del Cinema di Roma, è appena uscito in sala e rappresenta uno di quei rari gioielli piccoli, indie, amabili ed imperdibili che è impossibile non vedere e restare indifferenti al suo affascinante incantesimo.

Dublino, anni ’80: Conor (Ferdia Walsh-Peelo) è un quattordicenne che vive con i suoi genitori ed il fratello; nel momento in cui le tensioni familiari aumentano – e i suoi genitori sono ad un passo dal divorzio – il ragazzo trova nella musica l’unica via di fuga dai grigi problemi dell’esistenza. Contemporaneamente, Conor deve affrontare il pesante clima che si respira a scuola, tra atti di bullismo (di cui è oggetto) e professori severi: saranno questi elementi a spingerlo a fondare una propria rock band – chiamata Sing Street appunto – per cercare il proprio riscatto sociale ma soprattutto per conquistare Raphina (Lucy Boynton).

Dopo aver riscosso successi di pubblico e critica con i precedenti film Tutto Può Cambiare (sottovalutata commedia con Keyra Knightley, Mark Ruffalo e Adam Levine) e Once (che vinse anche un Accademy Award per la Miglior Canzone Originale), Carney torna a colpire nel segno rielaborando quel curioso mix che già aveva attuato, ma con un forte ritorno alle origini: i territori sono quelli dell’Irlanda – e della Dublino – dove, adolescente, è cresciuto; quell’Irlanda povera e vittima di politiche sbagliate che è stata terreno fertile per sperimentazioni artistiche e personalità poliedriche che hanno trovato, attraverso l’arte e in particolare la musica, il mezzo per esprimersi al meglio e raccontare quelle stesse contraddizioni dalle quali cercavano di sfuggire (come “insegna” la parabola della rock band degli U2, ad esempio).

Nel racconto di formazione di Carney a trionfare è la potenza dei sogni e dell’amore: i primi, che possono cambiare la percezione della realtà stessa, modificandola ed adattandola al proprio respiro interiore (nonostante le innumerevoli difficoltà); il secondo, interpretato nel senso più astratto del termine, amore verso le persone (quello che prova Conor verso Raphina, ma anche quello fraterno per Brendan, il fratello maggiore) ma soprattutto verso un ideale e una passione: in questo caso, la musica.

Ed è quest’ultima il motore immobile del film, un vero e proprio tuffo nei puri anni ’80, tra canzoni inedite composte appositamente per l’occasione e grandi successi di gruppi come The Cure, A-ha, Duran Duran, The Clash, Hall & Oates, Spandau Ballet, Motorhead e The Jam; la dramedy di Carney trova il proprio equilibrio sul filo della risata amara e liberatoria, nel non – luogo simbolico della appassionata rievocazione del periodo in cui videos killed the radio stars, ma la musica ha decisamente salvato molte altre esistenze.

Guarda il trailer ufficiale di Sing Street

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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