sabato, Dicembre 10, 2022
HomeRecensioniRed Rocket, recensione del film di Sean Baker

Red Rocket, recensione del film di Sean Baker

La recensione di Red Rocket, il nuovo film diretto da Sean Baker con protagonista Simon Rex. Al cinema dal 3 marzo.

Red Rocket è il titolo del nuovo film di Sean Baker, che arriva nelle sale quattro anni dopo Un sogno chiamato Florida: se l’altra volta era Willem Dafoe (Spider-Man: No Way Home) a prestare il proprio volto ad uno dei protagonisti, questa volta il ruolo principale spetta a Simon Rex (Scary Movie 3) affiancato da una serie di attori non protagonisti al loro debutto sul grande schermo. Il film, presentato durante l’ultima edizione del Festival di Cannes e poi con successo nel corso della 16^ edizione della Festa del Cinema di Roma, è pronto a debuttare nelle sale italiane a partire dal 3 marzo.

A quasi quarant’anni, lo spiantato Mikey “Saber” Davis torna, malconcio e senza un soldo, nella natia Texas City dopo una fallimentare esperienza nell’industria pornografica di Los Angeles. In città nessuno, a partire dalla suocera e dalla sua ex moglie da cui si stabilisce, sembra molto felice della sua presenza e soprattutto del suo ritorno, che coincide con una serie di guai e tragicomiche situazioni. Le cose paiono migliorare fin da subito almeno finché Mikey non conosce Strawberry, una cassiera diciassettenne che sogna di andarsene dalla provincia, e che lo spinge a ricadere nelle sue vecchie – e insane – abitudini da adescatore.

Red Rocket è un’amara commedia intrisa di black humour e realismo che si ispira, liberamente, ai “classici” della sexploitation anni ’70 e ai cult dell’erotismo italiano firmati da Fernando Di Leo e Umberto Lenzi; ma anche ai capisaldi della rivoluzione cinematografica apportata dalla New Hollywood come Sugarland Express, diretto da Steven Spielberg. Influenze e suggestioni che sono confluite nell’immaginario di Baker e nella sua visione, incentrata su una “riqualifica” di determinati stili di vita che spesso appartengono ad un immaginario tipicamente americano: nell’ottica del regista, alcune professioni devono essere normalizzate – così come le vite di molti di coloro che gravitano in certi ambiti – e devono finire per tessere il complesso arazzo dell’immaginario della provincia americana, così contraddittoria e sfaccettata.

Questa dramedy che mescola sapientemente l’umorismo con il dramma dell’esistenza pone al centro della narrazione – oggetto delle attenzioni dell’occhio meccanico di Baker – le vicissitudini picaresche di un ex pornodivo, che ha sempre vissuto appoggiandosi agli altri, soprattutto alle donne che frequentavano lo stesso mondo dell’intrattenimento per adulti (e che nel gergo viene chiamato suitcase pimp); un quasi quarantenne che ha perso le effimere certezze conquistate mentendo, raggirando e truffando da sempre il prossimo suo (come se stesso). Mikey è un uomo in cerca del proprio riscatto e di una dignità che ha smarrito lungo la via, difficile da riconquistare così come l’integrità morale che ha calpestato in più di un’occasione e che continua a maneggiare con poca cura una volta tornato nella natia Texas City.

Il ritorno a casa equivale ad un modo per riavvolgere, in modo ingannevole, il nastro del tempo fino a ritrovare il filo di un’ultima buona occasione, una seconda possibilità per cambiare la propria vita o per rimettersi in pista più sfavillante di prima. Mikey confida in se stesso e nelle proprie capacità, ma la sua sola presenza implica un lento degenerare delle situazioni che virano verso il disagio, l’improbabile, valicando il confine sottile che separa la credibilità (e la maturità) da un’infantile voglia di riscatto. E non è da meno il microcosmo che circonda l’ex pornodivo, popolato da uomini e donne eterogenei e alla deriva, personaggi alla ricerca della svolta definitiva che potrebbe assestare le loro sconclusionate esistenze. La ex moglie trascinata dall’ex marito in un brutto giro; una suocera dipendente, una spacciatrice e i suoi agguerriti figli: ogni personaggio è alla ricerca di un proprio posto al sole sotto l’orizzonte, un’effimera El Dorado che li porti lontano dalla quotidianità texana.

A fronte di premesse e concetti articolati quanto profondi, Red Rocket non riesce però a veicolare fino in fondo il messaggio preposto da Baker: forse per colpa di una sceneggiatura mimetica, che si limita ad imitare la realtà senza abbandonarsi mai (troppo) all’artificio del cinema, consapevole che una buona scrittura ha bisogno di regole auree da rispettare per mantenere sempre alta l’attenzione (e la tensione) dello spettatore; oppure a causa di un taglio documentaristico interessante, soprattutto dal punto di vista tecnico (con la scelta di girare in 16 mm), ma incapace di conciliare pienamente l’esigenza fictional della narrazione mainstream con un’arguta critica sociale, pronta a colpire il cuore pulsante dell’American Dream che si annida nella provincia più remota e di frontiera.

Red Rocket è quindi un film che galleggia in una sorta di “limbo”, in un’incompleta sospensione (dell’incredulità) che lo rende più accattivante di Un sogno chiamato Florida ma ancora lontano da un linguaggio maturo, completo e complesso quanto capace di relazionarsi davvero con un pubblico ampio e variegato, e dalla capacità di trasformare una storia particolare – larger than life – in una narrazione universale, un racconto nel quale ognuno può proiettare contraddizioni, speranze e desideri di rivincita sullo sfondo di fallimenti, disastri e seconde occasioni mancate.

Guarda il trailer italiano ufficiale di Red Rocket

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Red Rocket è un film che galleggia in una sorta di “limbo”, in un’incompleta sospensione (dell’incredulità) che lo rende più accattivante del precedente Un sogno chiamato Florida ma ancora lontano da un linguaggio maturo, completo e complesso quanto capace di relazionarsi davvero con un pubblico ampio e variegato, e dalla capacità di trasformare una storia particolare in una narrazione universale.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

- Advertisment -
Red Rocket è un film che galleggia in una sorta di “limbo”, in un’incompleta sospensione (dell’incredulità) che lo rende più accattivante del precedente Un sogno chiamato Florida ma ancora lontano da un linguaggio maturo, completo e complesso quanto capace di relazionarsi davvero con un pubblico ampio e variegato, e dalla capacità di trasformare una storia particolare in una narrazione universale.Red Rocket, recensione del film di Sean Baker