domenica, Febbraio 5, 2023
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Paterson, recensione del film di Jim Jarmusch con Adam Driver

Jim Jarmusch irrompe di nuovo sul grande schermo, e lo fa con un ritorno in grande stile dopo l’ultimo, elegante e decadente Solo Gli Amanti Sopravvivono. È una rentrée talmente dirompente la sua da conquistare subito il plauso della critica, prima quella che ha avvistato il film durante il Festival di Cannes, il New York Film Festival e il Toronto International Film Festival, e infine quella italiana che l’ha designato Film della Critica secondo il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.

Paterson, questo il titolo dell’ultima acclamata fatica del cineasta indie americano, è una ballata poetica sulla sfolgorante bellezza nascosta nelle piccole cose ordinarie; quando anche l’abitudine può – e deve – trasformarsi in un meraviglioso viaggio alla scoperta della conoscenza di sé stessi.

Paterson è un giovane conducente di autobus a Paterson, cittadina omonima del New Jersey che ha dato i natali a numerosi poeti come Allen Ginsberg e William Carlos Williams. La sua vita è scandita dalla routine, che passa dall’amore ricambiato per la vitale moglie Laura, al solito percorso con il suo autobus che attraversa la città accompagnando le vite di persone distanti tra loro che si ritrovano giusto il tempo di un viaggio. Ci sono poi la passeggiata con il suo cane, la birra della sera nel pub di fiducia popolato sempre dagli stessi avventori e le sue poesie, quelle schive gemme che tiene ben nascoste nel suo taccuino, nel quale appunta idee, ispirazioni e suggestioni mentre è immortalato nell’osservazione continua della vita che scorre, frenetica, intorno a lui.

In Paterson il concetto d’azione drammatica subisce una brusca trasformazione. Jim Jarmusch mette lo spettatore di fronte ad un film durante il quale non accade niente, ma è potenzialmente permeato da un senso costante di cambiamento e trasformazione.

Radicandosi con forza nella propria volontà di raccontare la ballata folk della bellezza insita nelle piccole cose, il regista si limita a dar voce proprio a quest’ultime, trasformando in versi pensieri che da banali diventano quotidiani e infine poesia allo stato puro, composizioni completamente scisse da qualunque logica metrica o struttura precostituita.

Quelli di Paterson sono i pensieri sparsi – e raccolti – della propria cittadina, e non è un caso che il giovane conducente /poeta porti lo stesso nome del luogo natio, perché entrambi sono legati da un sottile fil rouge intessuto di rimandi e simbolismi, dove l’esistenza dell’uno è garantita dalla sopravvivenza dell’altro.

Per la prima volta sul grande schermo, sempre alla spasmodica ricerca di azione, reazione, adrenalina e situazioni che possano mettere in difficoltà i personaggi che si animano davanti ai nostri occhi, è la banale quotidianità a diventare interessante, avvincente, proprio perché immortalata nei suoi sottili e misteriosi giochi di rimandi nascosti ed enigmatici legami misterici (forse alla base dell’essenza stessa della poesia).

Paterson (Adam Driver) è un abitudinario forte della propria routine sempre uguale, che gli fornisce una stabilità, una saggezza e una lucidità fuori dal comune; Laura (Golshifteh Farahani), sua moglie, al contrario è dinamica, immortalata in eterno cambiamento e sospesa tra desideri, realtà ed aspirazioni. I concetti aristotelici di “atto e potenza” trovano nei 115 minuti del film nuova linfa vitale per potersi rinnovare e collocare, con modesta grazia, nelle pieghe caotiche del mondo.

Guarda il trailer ufficiale di Paterson

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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