venerdì, Dicembre 9, 2022
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Man in the Dark, recensione dell’horror di Fede Alvarez

Articolo a Luca Buricchi

Sono passati tre anni da quando ad un giovane Fede Alvarez venne affidata la regia del remake di Evil Dead (La Casa il titolo italiano), cult del cinema horror anni ‘80 che all’epoca lanciò il regista Sam Raimi.

Don’t Breathe, da noi diventato Man in the Dark, nasce quindi lontano da apparenti vincoli produttivi che un prodotto già collaudato come Evil Dead poteva invece avere. Coadiuvato come sempre dal fidato e sodale Rodo Sayagues alla sceneggiatura, il regista uruguaiano ha potuto dare sfogo alla propria fantasia.

Ma di cosa parla Man in the Dark? Di un gruppo di ragazzi, Rocky (Jane Levy), Alex (Dylan Minnette) e Money (Daniel Zovatto), cresciuti in un quartiere sgangherato nella periferia di Detroit, con problemi familiari e senza il becco di un quattrino. Spinti dal desiderio di lasciare la macilenta e mortifera città, i tre si specializzano in piccoli furti all’interno delle case dei più ricchi. Due semplici regole per ridurre i rischi: niente contanti e mai superare la soglia di diecimila dollari di valore del bottino.

Il prossimo colpo lo hanno pianificato nel villino fatiscente, in una zona ormai disabitata, appartenente ad un veterano della Guerra del Golfo rimasto cieco in seguito ad una ferita. I tre hanno avuto una soffiata: pare che l’inquilino abbia ricevuto una montagna di soldi a causa di un incidente in cui ha perso l’unica figlia. Ben presto i tre scopriranno però che “The Blind Man”, l’uomo cieco (Stephen Lang), non è così indifeso come potevano pensare. La sua furia darà inizio ad una lenta discesa nell’orrore.

Man in the Dark inizia con una bellissima ripresa dall’alto in cui si vedono un uomo trascinare il corpo esamine di una ragazza e tutto intorno il desolante scenario di una città morta, la periferia di Detroit. Il cinema americano (ri)scopre una location perfetta. Ancora una volta infatti, dopo quel capolavoro di It Follows, Detroit torna a fare da sfondo ad una vicenda che ha per protagonisti ragazzi disagiati e spaventati. Come per la pellicola di David Robert Mitchell gli adulti, i genitori, sembrano non esistere, o se ci sono, come nel caso di Rocky, fumano erba accanto a compagni poco raccomandabili e si divertono a sfottere i propri figli.

In uno scenario così deprimente, lo spettro dell’avidità emerge sin da subito. Il dubbio su quanto sia etico rubare ad un cieco viene spazzato via dal potere del vile denaro. Quel gruzzolo che il vecchio tiene in casa è sostanzioso e i tre sentono che le loro vite potranno finalmente cambiare in meglio. Alvarez decide però di sovvertire le regole ribaltando i tòpoi dell’assedio. Se infatti generalmente in questo genere di pellicole la minaccia viene da fuori, in questo caso i sventurati ragazzi scopriranno a loro spese che la minaccia risiede proprio all’interno.

Sfruttando la fisicità di Stephen Lang, perfetto nella parte del cieco, e grazie alla fotografia satura e scura di Pedro Luque, ci troviamo così prigionieri con i protagonisti tra le mura della casa e in balia della follia inarrestabile di Norman Nordstrom, pronto a tutto pur di difendere ciò che gli appartiene, persino segreti raccapriccianti celati dietro ad una porta sigillata.

Tanto più si scende nella spirale di orrore che nasconde la casa tanto più l’immoralità dei ragazzi lentamente non ci sembra più così fastidiosa; in quel luogo alberga un mostro capace di atrocità ben peggiori delle loro iniziali intenzioni. Ad Alvarez però pare non bastare e così assesta un altro duro colpo con un finale decisamente beffardo.

Tra piccoli omaggi al grande Hitchcock ed altri a Wes Craven, e con una macchina da presa che pare annullare il proprio peso di oggetto fisico disegnando piani sequenza morbidi e silenziosi, il film di Alvarez, seppur con qualche lungaggine di troppo nel finale, ne esce vincente.

Guarda il trailer ufficiale di Man in the Dark

Redazione
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