venerdì, Dicembre 9, 2022
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Leonora addio, recensione del film di Paolo Taviani

La recensione di Leonora addio, film diretto da Paolo Taviani e interpretato da Fabrizio Ferracane e Matteo Pittiruti. Al cinema dal 17 febbraio.

Da quattro anni Vittorio Taviani ci ha lasciato… ma nel fratello Paolo egli vive e si “rifugia”. Siede sempre al suo fianco, sul set, confondendosi nella sua voce, nelle mani, negli occhi, nel sommesso furore e in quei “pizzicori” d’utopia che continuano, nonostante tutto, ad attraversare il corpo, fermo nella volontà, facendosi ostinatamente cinema. Un bel cinema. Onesto, lucido, sebbene non più audace come in passato, anzi, talvolta addirittura inerte e un poco prolisso eppure, a mano a mano che la narrazione procede, genuinamente “interrotto” da bruschi scoppi di intelligenza e fiabesco colore che fanno venire un groppo in gola a chi conosce la filmografia del duo sanminiatese mentre al pubblico dei giovanissimi (liceali o all’ultimo anno delle medie) si offrono come la testimonianza di un talento, di radici culturali e «popolari» per i quali, nel cinema italiano (nel paese stesso?) di oggi non c’è forse più posto. Così è Leonora addio, l’ultimo lavoro dei fratelli Taviani (vogliamo chiamarli ancora così), distribuito in sala da 01 Distribution.

Per la terza volta, dopo Kaos (‘84), liberamente tratto da sei fra le Novelle per un anno, e il meno noto Tu ridi (’98), la vita e l’opera di Luigi Pirandello (1867-1936) ispirano la coppia di registi. Un episodio, specialmente. L’ultimo, “definitivo”, il cui sapore nulla, però, ha a che vedere con l’amarezza di una solitaria sconfitta: il viaggio in treno che, nel ‘46, le ceneri del grande drammaturgo, “protette” dall’on. Gaspare Ambrosini (Fabrizio Ferracane), intrapresero in un’anfora fino a Girgenti nel cui Museo rimasero per quindici anni prima di essere definitivamente trasferite alla dimora di Càvusu, contrada natìa di Pirandello. Nel frattempo, cosa vediamo accadere? Sul vagone occupato da Ambrosini, un loffio boogie-woogie suonato su un vecchio pianoforte, malconcio e terribilmente scordato, prende, ad esempio, il posto dei cori lirici accompagnati dal ben accordato strumento di donna Nicodema, personaggio della novella, labilmente rievocata, che dà il titolo al film. Sui terrazzi di Girgenti, poi, al passaggio del feretro (un cofanetto da infante, l’ultimo rimasto ai servizi funebri) dell’artista, due bimbi, fratellino e sorellina, se la ridono, credendo si tratti di un nano e i loro cachinni contagiano pure i famigliari. Un Enrico IV e Sei Personaggi, fra i tanti centomila, salutano infine, commossi, il loro Autore.

Sogni, scontri, rituali burocratici, innocenti (ma non troppo) distrazioni letterarie in clausura, frettolosi amplessi, corse in bici nelle vie di campagna, il bianco & nero degli stenti al quale la fotografia di Paolo Carnera (Il guerriero Camillo) e Simone Zampagni (Cesare deve morire) fa seguire, come per magia, la pienezza e l’estatico invasamento dell’indaco e delle chiazze blu polvere del mare attorno alle Eolie: l’immediato Secondo Dopoguerra in piccoli, ben riusciti quadretti. Tuttavia, già visti. E che nulla aggiungono alle precedenti opere dei cineasti toscani, dando allo spettatore, come su accennavamo, un senso di “stanca correttezza”. Fatta eccezione del segmento centrale, inscenante la novella Il chiodo (‘36), la cui ruvidezza e compattezza sarebbero bastati per un cortometraggio. Merita di essere descritto.

In un brullo, sterrato campetto di periferia, probabilmente ai margini della Little Italy newyorchese nei primi anni Dieci, due monelle, una rossiccia (Dania Marino), l’altra scura (Dora Becker), entrambe dagli occhi di un celeste quasi intollerabile, si accapigliano. Dapprima con fare giocoso poi sempre più bestiale, fra morsi, unghiate e linguacce di fuori simili a certe maschere apotropaiche. Bastianeddu (Matteo Pittiruti), un garzone di trattoria, osserva lo “spettacolo”, crogiolandosi al sole del primo pomeriggio su un muretto non distante. Si alza, girovaga senza una direzione, respira a fatica. Si accoccola, nascondendo le lacrime, in una posizione che richiama un celebre dipinto, il Giovane nudo seduto in riva al mare (1836) di Hippolyte Flandrin. Passando di lì, un carretto di rottami lascia cadere a terra un chiodo. L’assurda zuffa, intanto, prosegue. Bastianeddu è al limite. Lo sguardo, torbido e obliquo come i moretti di Caravaggio, e così i muscoli del collo e del viso, tesi e decisi al pari del giovane trasportatore nella Deposizione di Raffaello (Pala Baglioni), paiono sussurrarci «Vivere non è facile… uccidere lo è un po’ di più». Bastianeddu raccoglie il chiodo. Qualche passo avanti. Un colpo secco ed è fatta, come in un gioco… solo che da questo non si torna indietro.

L’episodio appena riassunto attesta una volta di più la capacità dei Taviani di creare il “soprannaturale” muovendo dal reale. Esso racchiude tutto: la “polvere” del Mito, la seducente immediatezza della “fola”, l’infanzia che sfiorisce, la semplicità dell’essere al mondo e del venirne strappati via in un attimo, senza un perché. E lo spettro di Germania anno zero (‘48) di Rossellini, come già avvenne ne Il prato (’79), aleggia, seppur in un senso rovesciato, sulla messa in scena. Da solo Il chiodo vale l’intera visione di Leonora, addio: un cammino, intimo e politico, di maniera ma non corrivo, nel Novecento nostrano (anche “di celluloide”: si guardino gli estratti da Il sole sorge ancora di Vergano e Il bandito di Lattuada), da seguire se non altro per rispetto.

Da segnalare, in conclusione, Roberto Herlitzka, che presta l’inconfondibile voce a Pirandello, il gradito ritorno della brava Enrica Maria Modugno in una particina e le accurate scene di Emita Frigato (La grande quercia). Si consiglia, per contrasto e confronto, Lo specchio (‘75) di Andrej Tarkovskij.

Guarda il trailer ufficiale di Leonora addio

GIUDIZIO COMPLESSIVO

"Il chiodo”, episodio centrale di Leonora addio, racchiude l'essenza dell'ultimo lavoro dei fratelli Taviani: la capacità del duo toscano di creare il “soprannaturale” muovendo dal reale, la polvere del Mito, la seducente immediatezza della “fola”, l’infanzia che sfiorisce, la semplicità dell’essere al mondo e del venirne strappati via in un attimo. Da solo, vale l’intera visione.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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"Il chiodo”, episodio centrale di Leonora addio, racchiude l'essenza dell'ultimo lavoro dei fratelli Taviani: la capacità del duo toscano di creare il “soprannaturale” muovendo dal reale, la polvere del Mito, la seducente immediatezza della “fola”, l’infanzia che sfiorisce, la semplicità dell’essere al mondo e del venirne strappati via in un attimo. Da solo, vale l’intera visione.Leonora addio, recensione del film di Paolo Taviani