venerdì, Dicembre 9, 2022
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Lamb, recensione del fantasy horror con Noomi Rapace

La recensione di Lamb, il fantasy horror islandese di Valdimar Jóhannsson con protagonista Noomi Rapace. Dal 31 marzo nelle sale.

Lamb è l’evocativo titolo del primo lungometraggio del regista islandese Valdimar Jóhannsson, pronto a portare sul grande schermo una storia che affonda le proprie radici nella terra e nel folklore dell’estremo nord. Presentato in concorso nella sezione Alice nella Città durante l’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, il film vede protagonista l’attrice Noomi Rapace, prossimamente nel cast della serie Django diretta da Francesca Comencini, e uscirà nelle sale il 31 marzo distribuito da Wanted Cinema.

Il film racconta la storia di una coppia, costituita da María (Rapace) e Ingvar (Hilmir Snaer Gudnason), che vivono in una remota fattoria immersa nella fredda natura islandese, nella quale accudiscono il loro gregge e lavorano la terra. I due hanno dovuto affrontare un’esperienza terribile: la nascita di una figlia morta. Un trauma che ha lasciato sul volto di María una costante espressione triste e ha reso Ingvar ancora più taciturno. Il loro unico conforto è il lavoro, che li impegna così tanto da tenere le loro menti occupate, coinvolgendoli nella vita della fattoria. Ma un giorno i due rinvengono una neonata nella loro tenuta e non sanno assolutamente spiegarsi come mai sia lì, ma soprattutto per quale motivo il suo aspetto sia a metà tra quello di un essere umano e quello di un agnello. Nonostante le sembianze, Maria e Ingvar – che desiderano assolutamente un figlio – decidono di tenere la piccola con loro, ignorando le conseguenze del loro gesto.

Lamb è una grottesca fiaba nordica per tempi moderni; una storia intrisa di realismo magico capace di sospendere l’incredulità dello spettatore e di creare un ponte tra un certo tipo di folklore, tipico dei luoghi più a nord – il film è, infatti, ambientato in Islanda – e una tradizione liturgica comune al mondo cattolico, senza contare la natura visionaria che attraversa molte graphic novel e il grottesco che anima alcuni racconti. Per accentuare questo insolito mix, il regista Jóhannsson si affida a una regia dal tocco onirico, sospesa tra il tono perturbante del racconto e la rappresentazione naturalistica di un paesaggio che è parte integrante – e protagonista attivo – della drammaturgia del film.

Come nella tradizione del cinema nordeuropeo, i dialoghi sono ridotti all’osso e quintessenziali, lasciando quindi alle immagini lo spazio necessario per evolversi e raggiungere un proprio, brutale, climax, recuperando l’essenza stessa della settima arte, ovvero quella capacità innata di legarsi – a doppio filo – con il racconto per immagini. Noomi Rapace, da troppo tempo “schiacciata” in ruoli che forse non hanno valorizzato abbastanza le sue capacità da attrice (eccezion fatta per il debutto nella saga di Millennium e qualche altro raro caso) qui può finalmente confrontarsi con un ruolo complesso e stratificato, doloroso e laconico: quello di una madre ingabbiata nel proprio lutto, ormai privata anche della speranza, ma che vede riaccendere il flebile lume del proprio futuro grazie a quello che è letteralmente un… miracolo, un atto di grazia che è, però, decisamente contro natura.

Lamb è una fiaba nera per adulti, è vero, ma è anche una favola macabra che racconta, filtrandola attraverso la propria lente deformante, la nostra realtà: perché il grande tema centrale intorno a cui ruota non è solo quello della famiglia, del lutto e della sua rielaborazione, ma soprattutto l’impatto che l’uomo ha sulla natura, e le conseguenze dirette delle sue azioni. L’antropizzazione coatta avviata dall’essere umano sul territorio sta comportando dei rischi per lo stesso pianeta, come dimostrano il surriscaldamento globale, i disastri climatici e altre mostruosità causate dai cattivi comportamenti: abbiamo a disposizione un pianeta, e lo stiamo distruggendo.

Questo sembra ricordarci Jóhannsson attraverso le azioni dei vari personaggi, da Maria, attraverso Ingvar, passando infine per Ada, la piccola e candida creatura che dà il via alle azioni bizzarre del film. E Ada non è altro che il simbolo, freudiano, di un’unione incestuosa tra uomo e natura; un piccolo Minotauro che pretende il proprio tributo, come impareranno a caro prezzo gli umani protagonisti. E Lamb, l’agnello a cui si fa riferimento nel titolo, nella tradizione giudaico-cristiana è sempre visto come simbolo della purezza, ma anche del sacrificio supremo; un ciclo di morte e resurrezione, che viene interrotto – e modificato – dalla natura pretenziosa dell’essere umano, sempre pronto a piegare il paesaggio alla propria volontà.

Lamb, quindi, intrattiene il pubblico grazie ad a immagini evocative e oniriche, ma lo fa senza mai sacrificare la riflessione: ed è così che ogni dettaglio, ogni frammento di azione che si sussegue nel film, conduce il pubblico verso un inesorabile terzo atto, dove i fili tessuti nel corso di 106 minuti si congiungono, intrecciandosi insieme fino a svelare la fitta trama dell’allegoria e della metafora che costituisce il cuore oscuro del film stesso.

Guarda il trailer ufficiale di Lamb

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Lamb è una fiaba nera per adulti, è vero, ma è anche una favola macabra che racconta, filtrandola attraverso la propria lente deformante, la nostra realtà: perché il grande tema centrale intorno a cui ruota non è solo quello della famiglia, del lutto e della sua rielaborazione, ma soprattutto l'impatto che l'uomo ha sulla natura, e le conseguenze dirette delle sue azioni.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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