martedì, Gennaio 31, 2023
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La Sindrome di Antonio, recensione del film di Claudio Rossi Massimi

Articolo a cura di Irene Caltabiano

Antonio (Biagio Iacovelli) è innamorato della Grecia e dei i suoi miti. Sarà questa la spinta a partire verso la Terra di Omero appena terminata la maturità, durante un 1970 che risente ancora dei fervori sessantottini. La sindrome del titolo fa riferimento a quest’ossessione, per cui il giovane vuole visitare e respirare l’aria dei luoghi in cui ha vissuto uno dei suoi riferimenti intellettuali, Platone, che lui considera rivoluzionario quanto il Che. Una volta arrivato ad Atene conoscerà un altro tipo di amore: quello romantico. Si invaghisce di Maria (Queralt Badalamenti), una ragazza greca che gli farà scoprire le bellezze della sua terra attraverso un viaggio tra i luoghi più significativi del Peloponneso. Finché non arriverà il momento di tornare a casa…

Recitazione dilettantistica e andamento noioso per il film di Claudio Rossi Massimi (tratto dall’omonimo romanzo scritto dallo stesso regista) che avrebbe potuto essere un prodotto decisamente migliore grazie ad alcuni spunti, poco sviluppati, e alla presenza di attori del calibro di Giorgio Albertazzi (nel ruolo di Klingsor, alla sua ultima apparizione) e  Remo Girone (voce narrante nel personaggio di Gino, migliore amico del protagonista).

Portare sullo schermo la vastità e la profondità della filosofia greca, accompagnata dal contesto politico dell’epoca, non è compito facile. Forse per scelta, la storia rischia poco su queste tematiche, soppiantata da una gentile ma poco credibile relazione tra i due ragazzi, dal sapore di amore estivo fine a sé stesso.

Durante il suo viaggio Antonio non incontra solo Maria, ma anche Efisio (Moni Ovadia), oste un po’ filosofo, e Vasillis (Antonio Catania), proprietario dell’ostello dove Antonio soggiornerà, e infine un breve episodio in cui incontrerà Lissa, una matta, che, come una novella sfinge, pone interrogativi sul senso della vita.

Dialoghi sparuti e individuali che non trovano tra loro un legame di senso compiuto ma soprattutto non hanno un effetto reale sulla figura del protagonista, di cui non si coglie un’evoluzione come personaggio (non si sa se dovuta alla sceneggiatura o alla scarsa interpretazione), distaccandosi troppo dalla simbologia e dal valore iniziale del viaggio.

La cornice mozzafiato di luoghi come Atene, il tempio dell’ Oracolo di Delfi e i tramonti sul Mediterraneo avrebbero potuto ospitare una storia di respiro più ampio e memorabile. La Sindrome di Antonio è purtroppo un’occasione mancata.

Guarda il trailer ufficiale de La Sindrome di Antonio

Redazione
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