lunedì, Dicembre 5, 2022
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La Pazza Gioia, recensione del film di Paolo Virzì

Articolo a cura di Lucia Lorenzini

Villa Biondi è una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali. Al suo interno vediamo nascere l’amicizia tra Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi), una chiacchierona istrionica nonché sedicente contessa, e Donatella (Micaela Ramazzotti), una giovane donna piena di tatuaggi, fragile e silenziosa, che custodisce un doloroso segreto. Due donne con un vissuto pesante alle spalle e classificate come socialmente pericolose. Durante un’uscita da Villa Biondi, le due eludono la sorveglianza e si danno alla fuga.

I personaggi e i dialoghi sono la chiave del successo de La Pazza Gioia di Paolo Virzì. La sceneggiatura, che il regista ha scritto insieme a Francesca Archibugi, è delirante e loquace, e s’intreccia perfettamente a un profondo senso di realismo e alla disperata ricerca di un po’ di felicità. Le protagoniste sono due donne psicologicamente danneggiate. Una mitomane, esplosiva, sempre sopra le righe, l’altra un relitto estremamente fragile. Insieme sono un duo strepitoso, la loro complicità e il modo in cui si sostengono tocca le nostre emozioni.

Il cast è straordinario: Valeria Bruni Tedeschi è un fiume in piena, le parole sono senza sosta, sembra quasi incredibile che riesca a prendere fiato tra una battuta e l’altra. L’attrice prende il ruolo per mano e lo fa suo, riuscendo a tratteggiare le diverse sfumature del suo carattere testardo. La sua esuberanza verso l’esterno nasconde chiaramente un grande dolore e la paura della solitudine. Micaela Ramazzotti bilancia il tutto con la sua quasi tremante Donatella. Ha l’ingrato compito di sviluppare una donna che inizialmente viene risucchiata nel vortice di Beatrice, ma quando si arriva a conoscerla meglio e la vediamo gettare la sua corazza da dura, sboccia un personaggio femminile a tutto tondo che dà maggiore umanità a entrambe. Gli altri pazienti nelle scene di Villa Biondi sono interpretati da vere detenute, aggiungendo un valore al merito alla Ramazzotti e alla Bruni Tedeschi per il realismo della loro interpretazione.

L’odissea delle due segue un copione abbastanza prevedibile, che prende forma in un viaggio improvvisato. Da quando rubano l’auto di un uomo, mangiando in ristoranti costosi (anche se non hanno soldi), a quando si mettono in contatto con i loro cari. Quello che conta qui non è l’originalità, ma le verità di questi incontri, pezzetti di puzzle che ci aiutano a comprendere il vissuto straziante delle due donne e di come sono arrivate al punto in cui sono ora.

Realizzato splendidamente è il rapporto di Donatella con il giovane figlio che è stato dato in adozione, mentre l’incontro tra Beatrice (in qualità di ambasciatrice) e i genitori adottivi del bambino è ben costruito ed estremamente toccante. Troviamo un’eco di questa scena in un momento successivo, su una spiaggia assolata, in cui il regista trova il giusto equilibrio tra la malinconia causata dalla perdita e la gratitudine per le opportunità che si ottengono.

Questi punti salienti – insieme ad una sequenza meravigliosa con le due donne al crepuscolo – sarebbero stati abbastanza forti di per sé; peccato che Virzì senta il bisogno di condire il tutto con flashback che riempiono ogni vuoto, privando queste ultime scene di alcuni degli attimi di poesia più suggestivi della storia.

Guarda il trailer ufficiale de La Pazza Gioia

Redazione
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