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La Mia Vita con John F. Donovan, recensione del film di Xavier Dolan

Era il lontano 2014 quando Xavier Dolan, poco dopo il successo internazionale di Mommy, annunciò la lavorazione del suo primo lungometraggio in lingua inglese: The Death and Life of John F. Donovan, tradotto poi in La Mia Vita con John F. Donovan. Da quel momento, la lunghissima fase di produzione – intervallata anche dall’uscita un altro lungometraggio firmato dal giovane regista canadese, il meno apprezzato È Solo la Fine del Mondo – si è protratta per circa quattro anni, collimando in una catastrofica première mondiale allo scorso Toronto Film Festival.

Massacrato dalla critica americana e al momento distribuito solo in Francia, La Mia Vita con John F. Donovan (qui il trailer italiano ufficiale) è sembrato per un attimo essere il canto del cigno di un regista che, fino a pochi anni fa, era considerato l’enfant prodige della cinematografia mondiale. Tuttavia, in nuce ad una distribuzione italiana (Lucky Red) a partire dal prossimo 27 giugno, le prime proiezioni nazionali smentiscono almeno parzialmente quanto affermato oltreoceano, dimostrando che l’ultima fatica di Dolan, seppur criticabile sotto diversi punti di vista, è tutt’altro che disastrosa.

Che piaccia o non piaccia, il regista da poco trentenne ha anzitutto uno stile ben definito, pensato e coeso, che si riflette pienamente anche in quest’ultimo film. Rispetto ai precedenti, il lungometraggio appare stilisticamente più maturo, capace cioè di affrontare con coscienza e linearità – ma non senza qualche virtuosismo a lui caro – un tema scottante ma di per sé atipico come l’amicizia (venata da una costantemente evocata ma mai realmente concretizzata inquietudine) tra un bambino e un divo della televisione.

Il soggetto, di per sé geniale, si perde tuttavia in una sceneggiatura frammentaria e a volte banale. A tal proposito, nonostante anche la costante riproposizione del dualismo madre-figlio cada nel già visto, il vero difetto del prodotto finale è imputabile al massacrante numero di tagli, i quali hanno notoriamente causato anche l’esclusione del personaggio di Jessica Chastain. L’eccessiva ambizione del progetto sembra infatti aver portato Dolan a non ragionare sull’economia del racconto tanto che, in fase di post-produzione, la narrazione è stata smembrata e non chiaramente ricomposta.

In continuità con quanto appena affermato, accanto all’interessate plot dell’incontro-scontro tra Donovan e il suo giovane fan, si diramano una serie di sotto-trame (ma forse meglio dire sotto-tematiche) parallele e in certi casi superflue, che complicano la visione o comunque la lasciano sospesa. In uno spettro di narrazioni forse quantitativamente eccessive, emergono tuttavia una serie di personalità qualitativamente inappuntabili, in quanto ben ritratte e soprattutto ben interpretate.

Se sembra banale affermare che un mostro sacro come Susan Sarandon spicchi su un cast al femminile che comprende l’ottima Natalie Portman e la bravissima Kathy Bates, un particolare encomio deve essere riservato anche ai due protagonisti: Jacob Tremblay, già bravissimo in Wonder, si conferma una delle giovani promesse del cinema americano contemporaneo, mentre Kit Harington, pur non essendo uno degli attori più espressivi del momento, sorprende grazie ad una inaspettata intensità.

Guarda il trailer de La Mia Vita con John F. Donovan

Gabriele Landrini
Gabriele Landrini
Perché il cinema non è solo un'arte, è uno stile di vita | Film del cuore: Gli Uccelli | Il più grande regista: Alfred Hitchcock | Attore preferito: Marcello Mastroianni | La citazione più bella: "Vorrei non amarti o amarti molto meglio." (L'Eclisse)

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