mercoledì, Febbraio 1, 2023
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La Meccanica delle Ombre, recensione del film con François Cluzet

La Meccanica delle Ombre (La Mécanique de l’Ombre) è il titolo dell’opera prima firmata da Thomas Kruithof, talento parigino che debutta dietro la macchina da presa con un atipico thriller dalle inquietanti atmosfere hitchcockiane, e che è possibile paragonare ad un’inarrestabile discesa in un Maelstrom di intrighi, macchinazioni, spie, manipolatori, doppiogiochisti e falsità, dov’è impossibile scorgere il riflesso della verità che si rifrange nel gioco di specchi delle bugie.

Duval (il François Cluzet di Quasi Amici) è un grigio contabile che, dopo aver perso il lavoro, si abbandona ad una spirale di autocommiserazione, alcolismo e apatia dalla quale cerca di uscire. Durante una riunione degli alcolisti anonimi incontra Sara (la “nostra” Alba Rohrwacher), donna enigmatica e schiva, che lentamente – grazie alla sua fragilità – irrompe nella fortezza della solitudine che l’uomo ha eretto.

Dopo l’incontro arriva anche una nuova proposta di lavoro: dovrà ascoltare delle intercettazioni telefoniche per conto di un misterioso Sig. Clément (Denis Podalydes), trascrivendole fedelmente. Più ascolta, più Duval si renderà conto di essere incappato in un pericoloso intrigo di potere dal quale sembra impossibile uscire.

La Meccanica delle Ombre, la meccanica dell’ombra traducendo fedelmente dall’originale: un ossimoro ambiguo, un enigmatico titolo che evoca subito l’idea funesta della macchinazione, del complotto ordito a tavolino dove niente è lasciato al caso e ognuno ha una propria parte nella grande messinscena che è stata architettata.

Sottile come un thriller o un tradizionale film complottista a sfondo politico, l’opera prima di Kruithof “degenera” piacevolmente nel noir, nella sua estetica stilizzata e scolpita dai chiaroscuri degli ambienti quanto delle singole personalità, il tutto sottolineato dall’alienante colonna sonora; ciò che il regista riesce ad architettare è un incubo kafkiano ad occhi aperti, così moderno e meccanico, dove un normale “Signor Kappa” si sveglia una mattina qualunque e viene coinvolto in un intrigo decisamente più grande di lui.

Il film sembra nascere sotto l’egida di Alfred Hitchcock e del suo stile: l’eleganza formale che accompagnava la mise-en-scène del primo periodo londinese del regista e che poi “emigrerà” con lui nel passaggio ad Hollywood contamina anche il linguaggio cinematografico di Kruithof, definendone i contorni stilistici.

La scelta delle inquadrature e, in definitiva, di un preciso sguardo adottato dal regista si riflette nei modi attraverso i quali si racconta la storia; storia che, dal canto suo, si basa su un’impeccabile sceneggiatura capace di allineare perfettamente il racconto per immagini con la scrittura quintessenziale drammatica, in grado di far progredire l’azione.

I rapporti umani che si muovono sullo schermo sono ambigui, oggetto di dubbi e inclini alle manipolazioni: la menzogna accompagna e determina le scelte compiute da alcuni personaggi, coinvolti nella spasmodica conquista del potere; eccezion fatta per Duval e Sara, anime perse, due solitudini destinate a riconoscersi ed incontrarsi, un uomo e una donna che possono contare solo su loro stessi per potersi salvare dall’intrigo internazionale nel quale sono rimasti coinvolti.

Guarda il trailer ufficiale de La Meccanica delle Ombre

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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