sabato, Gennaio 28, 2023
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La Ligne – La linea invisibile, recensione del film di Ursula Meier

La recensione de La Ligne - La linea invisibile, il nuovo film della regista svizzera Ursula Meier con Stéphanie Blanchoud e Valeria Bruni Tedeschi. Dal 19 gennaio al cinema.

Vi sono musicisti e altri che fanno della musica. Co-protagonista de La Ligne (già in concorso alla 72ma Berlinale, da oggi in sala con “Satine Film”), opera terza, pudica e crudele, della svizzera Ursula Meier, Christine Celestini (Valeria Bruni Tedeschi) appartiene senza dubbio ai primi. Nulla conosciamo della sua infanzia ma ricordiamo quella della pianista Charlotte, rievocata con rapidi, gelidi tratti in Sinfonia d’autunno (’78) di Ingmar Bergman. Due ritratti di donna quanto mai vicini e non soltanto per la professione: mani di genitori o fratelli ne hanno disertato le guance; non una percossa, non una carezza.

Ambedue, Christine e Charlotte (un’altra grande Bergman, Ingrid), ignorano i sentimenti che riguardano l’amore, l’amicizia, la tenerezza; solo attraverso la Musica riescono a manifestarli. Quando alla notte non riesce a prender sonno, Charlotte si domanda se mai avesse vissuto realmente. Christine, no. Sebbene non lo espliciti – celandolo, anzi, dietro sorrisi generosi, quasi inebetiti – tutto ciò che si sposta dalla sfera dello spirito (piccole o grandi gioie “umane”, svariati ed effimeri incontri sessuali, gli stessi rapporti famigliari) per lei non è più di una faccenda di “umori e secrezioni”: la prole si dà alla luce per l’ovvio motivo che tutti, prima o poi, lo fanno (ed è già abbastanza tollerare che Für Elise di Beethoven si riduca a carillon di una giostrina delle api per la culla) così come ognuno nasce, s’affanna, cambia e, infine, muore. Solo l’Arte, la Bellezza possono, dunque, offrire nutrimento a chi, come lei, le serve, le onora, mentre il mondo, a poco a poco, sfiorisce, perdendo sapore e colori. Nessuno è più solo, gracile, imprevedibile e insieme fiero fino al ridicolo del Musicista, il vero Musicista: nessun grido o silenzio sono paragonabili ai suoi; non c’è frase, comportamento, impercettibile spasmo del capo, delle palpebre che non trapeli, giorno per giorno, ora dopo ora, un’identica, oscura confessione: «La mia colpa è quella di esserci».

Tre figlie, tre “satelliti” danzano attorno a questo “pianeta” affollato di spartiti (vi si può scorgere un vago ricordo di Martha Argerich), vibrante di dolorosa aspirazione al controllo. Louise (India Hair) non si cura affatto della musica: porta in grembo una bimba, dice pane al pane, non chiede che un po’ di “normalità” per quanto possa avere senso questa parola. Marion (Elli Spagnolo, straordinaria), la più piccola, si prepara a ricevere la cresima: nel profondo crede nelle parole imparate al catechismo, tradotte in canto durante le funzioni. Margarethe (la cantautrice Stéphanie Blanchoud), la maggiore, guarda alla stessa stella della madre, “da un’altra angolazione” (sonorità pop anziché classiche) però. Christine si sente “tradita”. Come può Margarethe sprecare così il talento ricevuto? Come distoglierla dal proposito? Il copione – firmato dalla regista insieme alla Blanchoud, Robin Campillo, Antoine Jaccoud e Nathalie Najem – non lo spiega ma è facile intuirlo: anni di tenerezze soffocanti, libri difficili, forse incomprensibili, da discuterne vis-à-vis, implacabilmente, più come maestra ed allieva che non madre e figlia, tutto perché l’ultima capisca e accetti che non c’è nulla di lei, di ciò che faccia o dica, che abbia un valore. E che le velleità dell’Io, la volontà, il mero sentimentalismo perdono di significato nei “riti” del canto e dell’esecuzione al piano.

Un’opera pudica e crudele

Una Musicista (Christine) da un lato, una giovane (Margarethe) che semplicemente “fa” (o “vorrebbe fare”) della Musica dall’altro, disprezzandosi in segreto, disimparando ad esprimersi, non solo artisticamente, lasciando che animaleschi sibili e forza bruta abbiano la meglio. E così avviene. Sarà l’udito di Christine a farne le spese, gravemente leso durante una tragicomica, sanguinosa zuffa con Margarethe (la sequenza d’avvio). Il tribunale stabilisce che la turbolenta figlia dovrà, per tre mesi, restare lontana almeno 100 metri dalla dimora materna. Angelo-guida munito di gessetto e corda metrica, Marion traccerà di persona la “linea di demarcazione” che intitola l’opera. «Non c’è più musica in questa casa» balbetta Christine trattenendo a stento un singhiozzo. La sua carriera, la sua vita… sono cenere. Fuori dalla finestra il paesaggio le “risponde”: nuove costruzioni, nuove brutture si avvicinano. Si avvicina pure il Natale. Margarethe non potrà, tuttavia, festeggiarlo: sull’invisibile muraglia non si è formata fessura alcuna. Come se non bastasse, Margarethe ignora lo stato di salute della madre: Marion ha scelto di tacerne. Quando verrà il momento di oltrepassare il “confine”? Riuscirà la nostra a controllare la rabbia, la paura? Il grembo di Louise porta in dono una Vita veramente “nuova” o in esso si protrae unicamente la Storia del mondo, con la sua già lunga catena di debolezze e miserie?

Al pari di Hope (2022) della Sødahl e del recentissimo Godland di Pálmason, La Ligne comprova l’intimo bisogno di ricerca, di contatto con il divino da parte dell’odierna cinematografia nordeuropea e così principi e motivi ricorrenti nella spiritualità protestante. Qui, in particolare, aleggia lo “spettro” del danese Carl Dreyer, del suo capolavoro Ordet (’55): i personaggi di Johannes (Preben Lerdorff Rye) e della piccola Maren (Ann Elisabeth Rud) si condensano e rivivono, infatti, in Marion, la figura più complessa, toccante e meglio scritta del film. Rimarranno, certo, impressi nello spettatore i momenti in cui è di scena – es. la preghiera notturna dove chiede perdono a Dio per la bugia («Se le avessi detto dell’orecchio, Margarethe sarebbe caduta ulteriormente preda del Demonio»), la reazione di terrore alla vista del sangue versato (un animale investito?) sulla linea proprio alla vigilia di Natale (un segno funesto?) –, passaggi che elevano la narrazione, trasformando la pellicola di Ursula Meier, com’era già accaduto nel suddetto Hope, in un’originale riflessione “in celluloide” sul terzo comandamento (“Ricordati di santificare le feste”), sul suo significato più autentico (astenersi da tutto ciò che non è “necessario”, dal “peccato”, per riacquistare la pura Bellezza: Margarethe porterà i segni di tale “rinascita” sul volto e nelle corde vocali).

La Musica è, poi, sempre presente. Le immagini di Agnès Godard (La répétition) ci scagliano nella Notte, nell’indistinto, nel gelo eppure… conoscono la Luce, facendocene talvolta gradito, inatteso dono. «Era destino che fossi il mio tormento: perfino quando nascesti non hai voluto il mio latte» confida Christine a Margarethe. Madre e figlia evitano l’una lo sguardo dell’altra. Ma non per molto. Non è possibile. Negli occhi di Margarethe la commozione si mescola, inusitatamente, per brevi, atroci istanti alla tentazione… dell’assassinio! Non è malignità, non è follia. É… umanità. Certi conflitti non hanno né avranno mai soluzione.

Guarda il trailer di La Ligne – La linea invisibile

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Pudica e crudele, La Ligne è l’opera migliore, certo la più matura finora di Ursula Meier. Memore del cinema di Dreyer (nella figura di Marion rivivono, infatti, suggestioni del capolavoro Ordet), il film comprova l’intimo bisogno di ricerca del senso, di contatto con il divino da parte dell’odierna cinematografia nordeuropea (es. Sødahl, Pálmason). La giovanissima Elli Spagnolo è un talento da seguire con attenzione.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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Pudica e crudele, La Ligne è l’opera migliore, certo la più matura finora di Ursula Meier. Memore del cinema di Dreyer (nella figura di Marion rivivono, infatti, suggestioni del capolavoro Ordet), il film comprova l’intimo bisogno di ricerca del senso, di contatto con il divino da parte dell’odierna cinematografia nordeuropea (es. Sødahl, Pálmason). La giovanissima Elli Spagnolo è un talento da seguire con attenzione.La Ligne - La linea invisibile, recensione del film di Ursula Meier