lunedì, Gennaio 30, 2023
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Io sono l’abisso, recensione del nuovo thriller di Donato Carrisi

La recensione di Io sono l'abisso, il nuovo film di Donato Carrisi, tratto dall'omonimo romanzo dello scrittore e regista italiano. Al cinema il 27 ottobre.

Al fedele lettore di cronaca nera nostrana il nome di Alleghe non sarà sconosciuto. Fra il ‘33 e il ‘46, il villaggio nell’alto Agordino e le sue acque lacustri divennero, infatti, teatro di una quadruplice uccisione: Emma De Ventura, Carolina Finazzer e i coniugi Del Monego, da assommarsi, per essere precisi, alla scomparsa, mai ben chiarita o documentata, di una quinta vittima, Ines Dal Pian. Imputati: i Da Tos, nota famiglia di ristoratori. Il caso, tra i più efferati dell’Italia all’ultimo scorcio del regime fascista, ispirò vari articoli, saggi-inchiesta (alcuni assai recenti) e due discussi romanzi – La donna del lago di Giovanni Comisso, I misteri di Alleghe di Sergio Saviane – il primo dei quali fu trasposto al cinema da Luigi Bazzoni e Franco Rossellini nel ’65.

Benché la scenografia, “ostile” ed umida, sia il Lario anziché il ridente, in apparenza “ospitale” lago del Bellunese, sulla vicenda e i personaggi de Io sono l’abisso, tutt’ora nelle sale con Vision Distrib., pare stendersi il tanfo di quegli stessi intrighi (filtrati, in particolare, dal ricordo delle pagine di Comisso e della loro splendida versione filmica con Virna Lisi), vergognosi e inutili, di quegli stessi morti, forse spettri già prima di andarsene brutalmente, di oltre settant’anni fa. Ogni cenno, non importa se breve, intorno alla trama guasterebbe la visione: la comporrete strada facendo come si compone un disegno partendo dai pezzi di un puzzle. Per volere dell’autore (e, indirettamente, del Destino) quei “pezzi”, sparpagliati, di primo acchito inservibili, sono stati orbati di un’identità: farete, dunque, la conoscenza del Netturbino (Gabriel Montesi, spaventosamente truccato), della Matta (Michela Cescon), della tredicenne Rottinger (Sara Ciocca, bravissima) – il cui nome di battesimo rimane ignoto sebbene i piccoli occhi celesti, ad ogni primo piano, sussurrino di continuo “Io sono Dolore” – e, camuffato dietro molte maschere, nientemeno che il “Dio Crudel” cantato da Iago, la Forza Oltraggiosa invisa al capitano Achab; ora col viso di Madre pronta a gettare ai flutti quel che ha partorito, ora col viso di Padre che ricatta, violenta, mutila o semplicemente trascura i figli…

Tanto nella narrativa (es. i noir di Higashino Keigo, Arnaldur Indriðason) quanto sugli schermi contemporanei, grandi (Acqua scura di Roman Karimov) o piccoli (lo sceneggiato tv Sei bellissima di Andrea Molaioli), i fondali melmosi ancora non cessano di “ospitare” tristi segreti, ossa innocenti, tempietti inghiottiti. Essi avvolgono, conservano. Mai dimenticano. E, talvolta, esigono un “tributo” di sangue. Io sono l’abisso lo prova. È proprio alla luce delle suggestioni e ambizioni su individuate che la terza prova da regista di Donato Carrisi (dal suo omonimo romanzo edito, non a caso, da Longanesi come fu, a suo tempo, l’opera di Comisso) riesce a far tenere per più di due ore gli occhi del pubblico fissi sul telone, complice inoltre la forte propulsione immaginativa (echi fiabeschi, bui soffocanti, luoghi sfatti e disadorni, imprevedibili rifrazioni luminose) già rinvenibile nei precedenti lavori (La ragazza nella nebbia, L’uomo del labirinto) del giallista martinese. Per il resto, e pesa parecchio scriverlo dato che simili “avventure” nella filmografia italiana dovrebbero essere sempre incoraggiate, solo chi non conosce bene la sapiente commistione di incanto, ribrezzo e patetismo dell’horror classico o ignora quasi del tutto la produzione thriller di carta e inchiostro degli ultimi trent’anni si lascerà impressionare da una storia del genere.

io sono l'abisso recensione

Nelle forme di una personale “ballata macabra”

In più di una trovata il copione (firmato dallo stesso Carrisi) rasenta addirittura il plagio nei confronti del romanzo Il delitto della terza luna (‘81) di Thomas Harris e delle sue riduzioni cinematografiche (Manhunter, Red Dragon). All’attivo: l’abile rielaborazione nella parte centrale (la meglio riuscita de Io sono l’abisso) di uno degli episodi più celebri del Frankenstein di James Whale (il Mostro, stavolta, non butta la Fanciulla nello stagno convinto che, in quanto “fiorellino”, galleggerà ma proprio perché ritrova in lei un essere fragile, affine a lui, la “coglierà” in tempo dalle acque, proteggendola a modo suo, sacrificandosi se necessario), una non meno felice, inattesa citazione da In Hell (il primo scambio fra la piccola Rottinger e il Netturbino, zimbelli di un mondo feroce e omertoso, avviene in forma di “teneri” colpi di palmo dati al muro che divide i due, proprio come fra Kyle e il gigante Miłosz nel dramma carcerario di Ringo Lam) ma soprattutto il genuino disagio che trasuda dalla messa in scena.

Recita l’evangelista Luca: «…verranno i giorni in cui si dirà “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato…”». Quei giorni a lungo paventati vengono da Carrisi racchiusi in una personale “ballata macabra”, lombarda nel colore, meridionale alla radice: balbettante di invadenti, cupe ossessioni, non lontane dal basso Medioevo, essa cerca, al di là di tutto, di parlare con franchezza del moderno gelo dei sentimenti, dei codici arcaici e crudeli che sonnecchiano in fondo al cuore materno e, più in generale, alla Famiglia. Se la pioggia, cadendo sulla terra, prosegue, si spera, la sua azione purificatrice, dal seme versato oggi nel grembo femminile, fosse anche il più puro (come quello della Matta), non può crescere che il Male. Difficile concepire un messaggio più angosciante.

Da segnalare gli incisivi contributi di Claudio Cofrancesco (Questi giorni) alla fotografia e di Maurizio Leonardi (Diceria dell’untore, In memoria di me) alle scene. Per un confronto, insieme al menzionato noir di Bazzoni e Rossellini, si consiglia di vedere Confessions (2010) di Nakashima Tetsuya.

Guarda il trailer ufficiale di Io sono l’abisso 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Giunto alla terza regia Donato Carrisi cerca, nelle forme di una personale “ballata macabra”, di parlarci del moderno gelo dei sentimenti, dei codici arcaici e sanguinari che sonnecchiano in fondo al cuore materno e, più in generale, alla Famiglia. Tuttavia, al di là delle sincere ambizioni e di un certo talento visivo, solo in chi ignora l’orrore patetico di un James Whale o i gialli di Thomas Harris, Io sono l’abisso potrà lasciare segni duraturi. Ragguardevole prova della 14enne Sara Ciocca.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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Giunto alla terza regia Donato Carrisi cerca, nelle forme di una personale “ballata macabra”, di parlarci del moderno gelo dei sentimenti, dei codici arcaici e sanguinari che sonnecchiano in fondo al cuore materno e, più in generale, alla Famiglia. Tuttavia, al di là delle sincere ambizioni e di un certo talento visivo, solo in chi ignora l’orrore patetico di un James Whale o i gialli di Thomas Harris, Io sono l’abisso potrà lasciare segni duraturi. Ragguardevole prova della 14enne Sara Ciocca.Io sono l'abisso, recensione del nuovo thriller di Donato Carrisi