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Il mostro della cripta, recensione del film di Daniele Misischia

La recensione del film Il mostro della cripta, horror comedy di Daniele Misischia con Tobia De Angelis e Lillo. Dal 12 agosto nei cinema.

Il mostro della cripta è il nuovo film prodotto dai Manetti Bros. (attesi sul grande schermo con il prossimo Diabolik) e diretto da Daniele Misischia, già mente creativa dietro l’horror The End? L’inferno fuori. Se nella precedente opera il regista aveva immaginato un’apocalisse zombie tutta italiana, questa volta l’orrore si contamina con le risate, dando vita ad una horror comedy nostrana che strizza l’occhio a modelli – e moduli – d’oltreoceano. Protagonisti della storia sono Lillo Petrolo (Nove lune e mezza), Tobia De Angelis, Amanda Campana e Nicola Branchini, pronti ad approdare sul grande schermo dal prossimo 12 agosto (dopo una presentazione nella sezione Fuori Concorso della 74esima edizione del Locarno Film Festival).

È il 1988 e il giovane Giò (De Angelis), nerd poco più che adolescente, sfogliando l’ultimo numero del suo fumetto preferito – “Squadra 666 – Il mostro della cripta” – scritto e disegnato da uno dei suoi idoli, Diego Busirivici (Lillo), si accorge di alcune analogie tra la storia raccontata in quelle pagine e gli atroci avvenimenti che stanno seminando morte e terrore nel paesino in cui vive, la ridente Bobbio. Un inquietante mistero condurrà Giò e il suo strampalato gruppo di amici cinefili in un’avventura fuori dal comune, tra orrore e umorismo nero.

Il mostro della cripta è una rara figurina incollata su un vecchio album, una patinata replica di modelli, situazioni, atmosfere che hanno caratterizzato – in modo inconfondibile – un decennio: gli anni ’80, pronti a rivivere ancora una volta sullo schermo, rielaborati dall’immaginazione iperattiva (e nostalgica) di Daniele Misischia. Un regista che, insieme ai Manetti Bros. (sceneggiatori-soggettisti con Paolo Logli e Alessandro Pondi), ha curato in modo dettagliato l’estetica patinata che caratterizza il film, cercando disperatamente di evocare nel presente le suggestioni che affondano nella memoria percettiva di intere generazioni: perché non solo chi era adolescente negli anni ’80, ma anche chi li ha vissuti di riflesso in tenerissima età può ritrovarsi nelle avventure dei giovani protagonisti, nella loro dipendenza dai fumetti e dalla pop culture (MTV, videoclip, film horror e slasher), dalla musica e dal cinema ma soprattutto dalla speranza di vivere una grande avventura, lontana dalla monotonia della provincia italiana.

Ed è proprio la provincia una delle grandi protagoniste, e non solo sullo sfondo del film ma in un ruolo di primo piano: tutto si snoda nella tranquillità monotona di Bobbio, dove boschi e luoghi abbandonati non fanno che accrescere il fascino suggestivo e sinistro di un luogo perturbante, nel quale la realtà viene sconvolta dalle incursioni dell’incubo. Con Il mostro della cripta Misischia realizza più una playlist (su musicassetta) che un film, un’opera citazionista e derivativa che si nutre – in modo cosciente – della sua stessa natura creativa: Ritorno al futuro, Stand by Me, la cultura del sottogenere slasher con Nightmare in bella mostra (soprattutto sui poster), i Goonies e il Brat Pack, la musica pop con Madonna, i Duran Duran e Sabrina Salerno ma anche l’immaginario sci-fi e un retaggio degli anni ’70 (con un tocco di Non aprite quella porta e un omaggio al cinema giallo italiano, Dario Argento in primis). C’è tutto questo e molto altro ne Il mostro della cripta, rendendo la visione dello spettatore interattiva come una caccia al tesoro pronta a districarsi tra dedali di omaggi, battute citazioniste, ammiccamenti cult a grandi classici.

Ma il film di Misischia, commedia contaminata dall’horror e dal genere, non è solo un divertissement ludico e cinefilo per tutti gli appassionati e i nostalgici degli anni ’80: purtroppo Il mostro della cripta, con i suoi pregi da figurina “di lusso” incollata su un album Panini vintage, tradisce la propria stessa essenza con una sceneggiatura fragile, un Golem dai piedi d’argilla che zoppica in diversi punti perdendo di vista tanto l’argomento quanto il tema del film. Dietro quella patina accattivante e le strizzate d’occhio all’estetica immortale di un decennio al quale guardiamo ormai con crescente nostalgia, cosa rimane?

Cosa vuole raccontare realmente questo film, qual è il messaggio implicito che vuole veicolare, dietro la lineare avventura scanzonata che si tinge progressivamente di rosso (sangue)? Diverse domande come queste sembrano non trovare risposta, restando vittime di un gioco bellissimo – e citazionista – che a lungo andare rischia di incepparsi nel suo stesso meccanismo, tra le maglie strette di una tradizione e di un immaginario ingombrante, con lo sguardo rivolto tanto al cinema di genere che ha contraddistinto la nostra stagione ’70-’80 quanto alla scuola americana dei blockbuster, dei grandi film capaci di definire un periodo scolpendo un immaginario.

Guarda il trailer ufficiale de Il mostro della cripta

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Il Mostro della Cripta è una rara figurina incollata su un vecchio album, una patinata replica di modelli, situazioni, atmosfere che hanno caratterizzato - in modo inconfondibile - un decennio: gli anni ’80, pronti a rivivere ancora una volta sullo schermo, rielaborati dall’immaginazione iperattiva (e nostalgica) di Daniele Misischia.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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Il Mostro della Cripta è una rara figurina incollata su un vecchio album, una patinata replica di modelli, situazioni, atmosfere che hanno caratterizzato - in modo inconfondibile - un decennio: gli anni ’80, pronti a rivivere ancora una volta sullo schermo, rielaborati dall’immaginazione iperattiva (e nostalgica) di Daniele Misischia.Il mostro della cripta, recensione del film di Daniele Misischia