mercoledì, Febbraio 1, 2023
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Il Medico di Campagna, recensione del film con François Cluzet

Il regista Thomas Lilti in un’altra vita – professionale – è stato un medico internista e questo impegno civile preso nei confronti dei malati (ma, prima ancora, delle persone) ha segnato in modo inconfondibile anche il suo passaggio dietro la macchina da presa. Già a partire dal suo lungometraggio di debutto, Hippocrate, fino alla sua ultima fatica, in uscita nelle sale italiane il prossimo 22 dicembre: si tratta dello struggente e malinconico Il Medico di Campagna con protagonista François Cluzet, già acclamato protagonista di Quasi Amici.

Nelle rurali campagne del nord della Francia il medico Jean–Pierre Werner cerca di portare conforto e sostegno non solo ai malati ma all’intera comunità, che lo vede come una sorta di totem sciamanico al quale “aggrapparsi” in ogni momento di sconforto o per ogni impegnativa scelta da compiere. La sua vita è scandita dai ritmi forsennati del lavoro e delle visite a domicilio e in ambulatorio, almeno finché una brutta notizia non arriva per squarciare la sua serenità come un tuono nella notte: gli viene diagnosticato un tumore al cervello, inoperabile. Potrà salvarsi solo con le cure giuste e una buona dose di riposo.

Per questo motivo un suo amico medico gli propone una sostituta, e la scelta ricade su Nathalie Delezia, un’ex infermiera che ha da poco terminato gli studi in medicina e che si ritroverà catapultata in una realtà che non conosce, che all’inizio fatica ad accettarla e nella quale Jean–Pierre non ha assolutamente voglia di accompagnarla, per paura di perdere il proprio ruolo. Per loro sarà l’inizio di una difficile convivenza professionale ed umana che dovranno sfruttare per imparare a conoscersi e per guadagnare, ogni giorno sempre di più, la fiducia di ogni membro della comunità.

L’esperienza medica di Lilti viene messa al servizio di una storia bigger than life che segue l’onda ritmica di una malinconica ballata blues. Pur trovandoci nella Francia rurale del nord, plumbea e verdeggiante, ci sono echi e suggestioni del delta del Mississippi che passano attraverso scelte musicali  e stilistiche ben precise, suggestioni e inquadrature specifiche.

Il film, prima che essere una parabola educativa sul rapporto che dovrebbe intercorrere tra medico e paziente, è un anomalo road movie dell’animo e degli animi, che si snoda tra le dedaliche stradine di campagna alla ricerca di quei fili sottili che legano i rapporti tra le persone e ne svelano l’umanità nascosta. Jean–Pierre è proprio come dovrebbe essere un buon medico, un medico onesto, un uomo che ha scelto di sacrificare la propria vita alla medicina sposando la causa degli altri (non a caso, è divorziato): il suo granitico e ferreo integralismo su alcuni principi viene scalfito lentamente, passo dopo passo, dal personaggio di Nathalie, che riesce a conferire alla vita dell’uomo una crepa d’ossigeno nella camera oscura del proprio animo nel quale si è rinchiuso.

Nessuno sviluppo nei rapporti umani che intercorrono tra i personaggi è prevedibile nel film: ogni evento è lasciato in balia della vita e delle capricciose scelte del fato, con la conseguente riflessione che solo lo sforzo umano, la caparbietà, la determinazione ma soprattutto l’umanità possono – in qualche modo – alterare il corso degli eventi, modificandoli.

Il Medico di Campagna lascia addosso quella sensazione di malinconica felicità mista a triste ottimismo tipica, come già accennato, della musica americana dal blues alle infinite sfumature del jazz. Proprio come l’Hallelujah di Leonard Cohen innalzata durante la scena che immortala una tipica festa country/folk, oppure come la voce struggente e roca di Nina Simona che intona Wild Is the Wind mentre accompagna Nathalie e Jean–Pierre durante uno dei loro lunghi viaggi in auto.

Guarda il trailer ufficiale de Il Medico di Campagna

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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