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Il lupo e il leone, recensione del film di Gilles de Maistre

La recensione de Il lupo e il leone, film di Gilles de Maistre con Molly Kunz e Graham Greene. Dal 20 gennaio al cinema.

In Francia, è indubbio, si annida qualcosa di “insaziabile” e follemente temerario. Sarà per la forte tradizione di studi scientifici, i viaggi immaginari (Verne) e non, le pionieristiche voci (Levillain, Blanchard, Filhol, Joubin), le storiche sedi (il Museo di Storia Naturale e l’Istituto Oceanografico parigini)… qualunque sia la ragione, nel succedersi degli intervalli generazionali, ecco che un vivace scatto, un pizzicore quasi “pagano” spinge taluni cineasti d’Oltralpe a lasciare alle proprie spalle la maleodorante civiltà per far “passeggiare”, come stupefatta, la macchina da presa fra i curiosi tesori di Madre Natura, per terra o per mare.

Dopo il “flamenco” dei nudibranchi di Painlevé, la “tarantella” delle capesante di Cousteau, i mammiferi regali di Annaud, i variopinti lepidotteri dei coniugi Nuridsany & Pérennou e i pinguini del savoiardo Jacquet, tocca oggi a Gilles de Maistre prendere per mano i bimbi (nell’intimo o d’età) e, con l’aiuto del garbato Il lupo e il leone, prodotto da ‘Gaumont’ e distribuito in Italia da ‘01’, aprir loro gli occhi a miracoli che troppo spesso si danno per scontati. E che, un giorno, potrebbero non esserci più.

«Venti ore di esercizio al giorno e tutto ciò che sai dirmi è che suono benissimo? La prova dev’essere perfetta!». Basta questa frase, rivolta al maestro di piano, per capire di che pasta sia fatta Mia (Molly Kunz), arrivando perfino a rifiutare, sotto gli occhi sgomenti dei compagni di corso, un prestigioso contratto discografico. Il capriccio di una giovane ricca e orgogliosa? Può darsi. O, forse, la nostra eroina dai capelli rossi ha intuito, per la prima volta da quando ha appoggiato le dita su una tastiera, quale sia il vero fine di un’esecuzione musicale: non è destinata ai concorsi, alle meschine consorterie interne di molte scuole; in un certo senso non è destinata neppure all’uditorio umano che s’illude di capirla solo perché avverte commozione. Ad ascoltare la musica di Mia saranno quindi, più degni di ogni altra creatura, un lupacchiotto e un leoncino, ribattezzati ‘Mozart’ e ‘Sognatore’. L’Artista e due Fiere, la Velleità della Perfezione e la genuina “seduzione” della Natura (non priva, però, di ombre). Attraverso quali peripezie vi condurrà il fiabesco trio lo scoprirete solo immergendovi nel buio amico della sala…

Inutile dire che i due animali, dapprima “peluches” da coccolare e infine signori dei boschi, costituiscano il cuore del film: giochiamo assieme a loro; respiriamo, corriamo, nuotiamo, soffriamo e festeggiamo al loro fianco, passaggio dopo passaggio, stagione dopo stagione. Loro sono la più semplice, profonda ragion d’essere dell’operazione. Certo, le riflessioni del regista, avviate già con Il primo respiro (2007) e Mia e il Leone Bianco (2018), sulle sostanziali impotenza ed inettitudine umane al cospetto della travolgente forza della Vita, i tragici errori commessi verso di Essa pur con nobili intenzioni (a ben vedere non c’è un solo personaggio che sia realmente simpatico o con il quale sia spontaneo identificarsi), proseguono qui manifeste e coerenti ma appesantiscono fastidiosamente il racconto, diviso fra il disneyano Red e Toby (‘81) e Due fratelli (2004) del succitato Annaud senza tuttavia possedere la levità del primo o l’epicità (e la genuina ironia) del secondo.

Ciò nonostante, la proiezione scorre piacevole. Per un’ora e mezza, o poco più, gli orrori della pandemia restano fuori dalle mura; il piccolo Rapha (Rhys Slack), con il suo coraggio e l’iPad traboccante di musica classica, ci fa ben sperare per l’avvenire… e, non ultima, la “filigrana” del raggiante scenario del Lago Sacacomie (Québec) – ben fotografato da Serge Desrosiers – sembra nascondere, a suo modo, il mito di Orfeo che estasia e rinfranca le belve con il suono della lira dal momento che l’unico suono che sono costrette a sentire, nel tempo presente, è quello degli spari e delle risa becere.

Si consiglia, insieme alla filmografia degli altri registi menzionati, la lettura di Une brève histoire des paganismes au cinéma. Mondes païens, épopées, contes de fées (KDP Amazon, self-publ.; 2017) di Nicolas Bonnal.

Guarda il trailer ufficiale de Il lupo e il leone

GIUDIZIO COMPLESSIVO

I due protagonisti a quattro zampe sono la vera ragion d’essere de Il lupo e il leone di De Maistre: corriamo, soffriamo e gioiamo insieme a loro. Le riflessioni del regista sull'impotenza ed inettitudine umane verso la Natura finiscono, tuttavia, per appesantire fastidiosamente il racconto.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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