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Il Castello di Vetro, recensione del film con Brie Larson e Woody Harrelson

La recensione de Il Castello di Vetro, film di Destin Daniel Cretton interpretato da Brie Larson e Woody Harrelson. Dal 6 dicembre al cinema.

In una recente canzone, il cantautore bolognese Luca Carboni afferma vigorosamente di essere stufo di fare l’amore, e di essere alla ricerca di un miracolo. Mutatis Mutandis, l’atteggiamento sviscerato dal cantante è lo stesso che contraddistingue, in altro ambito, il cinefilo che si reca oggigiorno in sala.

Ormai stufo di crogiolarsi nella comunque piacevole mediocrità della maggior parte dei film contemporanei, il cinefilo si insinua in sala nella speranza (spesso vana) di trovarsi di fronte a un’opera capace di sconvolgerlo (un miracolo, appunto!), e che gli faccia vivere una vera e propria “esperienza cinematografica”.

Purtroppo, però, di film così, capaci di prendere per mano lo spettatore e fargli vivere emozioni intense e genuine, oggi ne vengono prodotti sempre meno, specie al di là dell’Oceano, in quella Hollywood che, negli ultimi anni, sembra carente di fosforo, capace di sfornare opere sempre più anonime.

Quel che è peggio, è che spesso ci si imbatte in film che, pur avendo sulla carta uno straordinario potenziale, deludono le attese. È questo il caso de Il Castello di Vetro, film diretto da Destin Daniel Cretton (Short Term 2) e tratto da un celebre (almeno negli Stati Uniti) romanzo autobiografico della giornalista Jeanette Walls.

Un ottimo materiale narrativo, un ottimo cast di attori che comprende il premio Oscar Brie Larson (Room) e i candidati all’Oscar Naomi Watts (The Impossible) e Woody Harrelson (Tre manifesti a Ebbing, Missouri), eppure senza quella scintilla capace di illuminare una visione che scivola ben presto nel già visto, forse per colpa di una sceneggiatura che si limita ad abusare del cliché dell’andirivieni temporale per raccontare allo spettatore le vicissitudini della famiglia Walls tra passato e presente, e per una regia che non va oltre il compitino ben fatto, senza neppure cercare di dare una forma, uno stile al racconto.

Il Castelllo di Vetro racconta, tra passato (gli anni ’60) e presente (il 1989), la storia della famiglia Walls: del padre padrone Rex (Woody Harrelson), un vagabondo che si spaccia inventore e il cui sogno è costruire un’abitazione per la sua famiglia simile a un castello di vetro, della dolce e forse un po’ troppo remissiva moglie pittrice Rose Mary (Naomi Watts) e dei quattro figli della coppia, Jeanette, Lori, Maureen e Brian. Se durante l’infanzia i bambini crescono “plagiati” dai libertari (anche fin troppo) precetti paterni, con il passare del tempo la discutibile filosofia di vita promossa dal padre comincia a stare stretta a quei bambini che, nel frattempo, si sono fatti prima adolescenti e poi adulti.

Così, uno dopo l’altro, i quattro fratelli Walls non solo mettono in discussione i precetti paterni e ma decidono di allontanarsi dalla propria famiglia per cercare la propria strada nella vita, pur non riuscendo a sottrarsi alla sfera d’influenza paterna. Lo sa bene Jeanette (Brie Larson), quando, ormai cresciuta e diventata un’affermata giornalista (nonché promessa sposa di un rampante yuppie newyorkese), si trova a dover fare nuovamente i conti con il passato e l’ingombrante figura del padre Rex.

Il Castelllo di Vetro (qui il trailer italiano ufficiale) è un’opera costruita intorno ad una semplice (eppure non scontata) domanda: che cosa resta del padre nella vita degli figli? Ovvero, quanto il passato e in particolar modo l’infanzia (intesa come primordiale fase di presa di coscienza del mondo e della società), oltre naturalmente alle figure che ci accompagnano alla scoperta del mondo, ovvero i genitori, incidono sulle nostre vite?

Partendo da questa domanda, e seguendo il tentativo di emancipazione di Jeanette nei confronti del padre, il film propone allo spettatore di intraprendere, insieme alla protagonista, un viaggio che è allo stesso tempo interiore (quindi intimo) e spazio-temporale. Un vagare attraverso i ricordi di una vita contraddistinta da un passato difficile da metabolizzare, e da un rapporto (conflittuale) padre-figlia che ha esplorato tutte le fasi (sentimentali) del legame: amore incondizionato, ammirazione, stima, delusione, odio, fino a giungere (forse) all’accettazione della figura paterna pur riconoscendone gli umani difetti.

Il film, quindi, è incentrato sul tema del rapporto tra padre e figlia, anche se difetta della profondità necessaria per affrontare una tematica così complessa e sfaccettata. La sensazione è che l’opera di Destin Daniel Cretton voglia raccontare troppo, privilegiando la narrazione e il giochino degli “incastri temporali” non solo alle psicologie dei personaggi, ma anche alle emozioni.

Se le sequenze nel passato appaiono tutto sommato riuscite e il racconto delle complicate disavventure famigliari dei Walls cattura l’interesse dello spettatore (a tratti il film diviene un on the road puro), è nella parte ambientata negli anni ’80 che l’opera appare poco convincente, specie per quanto riguarda la descrizione dei personaggi, tanto abbozzati da risultare nulla di più di semplici macchiette, nonché per un buonismo che sfocia, nel finale, in una “risoluzione” della vicenda che fa rimpiangere la profondità di un film per certi versi non dissimile (ma di tutt’altro livello): lo splendido Le meraviglie di Alice Rohrwacher.

I limiti narrativi de Il Castelllo di Vetro inficiano naturalmente anche sulla prova degli attori. Va da sé che il personaggio di Rex sia quello tratteggiato con maggior cura (Woody Harrelson dimostra una volta di più la sua bravura), mentre sacrificate appaiono non solo le figure dei figli co-protagonisti e della madre, Rose Mary, ma soprattutto (ed inspiegabilmente) anche quella di Jeanette.

Apprezzata in Room e prossima a tramutarsi nella super eroina Captain Marvel, Brie Larson non riesce quasi mai a fare emergere il suo talento, costantemente ingessata nei panni dell’arricchita giornalista di grido che cerca di lasciarsi alle spalle le proprie origini per fare una prorompente scalata sociale verso lo sfavillante mondo della high class newyorkese, ma che è costretta, novella figliol prodigo, a tornare sui propri passi e a riconsiderare gli insegnamenti paterni (buoni o cattivi che siano), non riuscendo però (e qui, forse, risiede il limite principale del film) a creare un legame empatico con lo spettatore.

Guarda il trailer ufficiale de Il Castello di Vetro

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Il castello di vetro è un film incentrato sul tema del rapporto tra padre e figlia, anche se difetta della profondità necessaria per affrontare una tematica così complessa e sfaccettata. La sensazione è che l’opera di Destin Daniel Cretton voglia raccontare troppo, privilegiando la narrazione e il giochino degli “incastri temporali” non solo alle psicologie dei personaggi, ma anche alle emozioni.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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Il castello di vetro è un film incentrato sul tema del rapporto tra padre e figlia, anche se difetta della profondità necessaria per affrontare una tematica così complessa e sfaccettata. La sensazione è che l’opera di Destin Daniel Cretton voglia raccontare troppo, privilegiando la narrazione e il giochino degli “incastri temporali” non solo alle psicologie dei personaggi, ma anche alle emozioni.Il Castello di Vetro, recensione del film con Brie Larson e Woody Harrelson