venerdì, Dicembre 9, 2022
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Generazione low cost, recensione del film con Adèle Exarchopoulos

La recensione di Generazione low cost, film di Julie Lecoustre e Emmanuel Marre con Adèle Exarchopoulos. Dal 12 maggio al cinema.

«La patrie d’un homme qui peut choisir, c’est où viennent les plus vastes nuages» («La patria di un uomo che può scegliere è là dove arrivano le nubi più vaste»), disse una volta André Malraux. Se così fosse sarebbe bellissimo… ma Cassandre (Adèle Exarchopoulos), un nome un presagio, protagonista di Generazione low cost (tutt’ora nelle sale italiane con “I Wonder”), a dispetto della giovane età, le molte ambizioni e altrettanti sogni, non è affatto (ancora?) libera di scegliere. Vivacchia ma non vive. E le Nubi restano lassù, patria celeste dimenticata e insieme familiare. Il loro candore, le forme frastagliate e ascendenti si stagliano, in due suggestive sequenze del film, sulle note di To the unknown man (’77) di Vangelis. Verso l’Uomo Ignoto, dunque, l’Uomo di là da venire, pare sempre più proteso l’odierno scenario. Come sarà? Cosa ci attende, di fatto? Intanto, l’Uomo Presente “vaga” troppo e troppo “attende” o “riposa”, rubando comunque delle ore a ciò che conta davvero, sentendosi sempre sotto accusa (persino da un operatore telefonico che promuove una nuova compagnia) e diviso da sé e da tutti, affannandosi per generare solo tracce destinate a scomparire.

Assistente di volo per una compagnia a basso costo, l’eroina dell’opera d’esordio di Julie Lecoustre e Emmanuel Marre incarna quest’Uomo, fragile e abulico, in modo esemplare. Lei segue il flusso, non (si) fa domande. Svolge i compiti con decoro, senza convinzione. Quando l’ingranaggio rallenta, la nostra, come canta Lucio Dalla, apre le dita e lascia volar via un po’ di vita, fra “strani amici di una sera”, mignonettes di whisky bevute tutte d’un sorso, ciarle da beoni, fasci laser sul dance-floor e sbirciatine ai profili Instagram dei VIP, illudendosi di poter passeggiare un giorno sulle stesse spiagge bianche, presso gli stessi alberghi, vestita delle stesse pregiate sete. Come una doccia fredda, arrivano però la scadenza del contratto e un errore (se così si può chiamare) che ne renderà difficile il rinnovo…

Generazione low cost (Rien à foutre, in originale: lett. «vaff….lo») si divide equamente tra pregi e difetti. I secondi si notano soprattutto nella preoccupazione di “dimostrare”, riducendo da un lato i personaggi principali a compendi di stereotipi sulla dipendenza dalle mode (monopattini, cuffiette e vari ammennicoli digitali), l’instabilità, la solitudine, l’apparente cinismo (delle nuove generazioni) nonché sulla carenza di incisive presenze genitoriali, specialmente materne («Hai lottato fin dalla nascita. Le tue manine annaspavano, cercavano un seno… ma c’ero solo io» confessa il padre [Alexandre Perrier] a Cassandre); dall’altro incapsulando i comprimari, ossia gli speditivi datori di lavoro, precisamente nel lessico e negli atteggiamenti padronali-capitalisti («Ricordati, non c’è passato né futuro, solo il presente, il tuo presente, che si decide in questi trenta secondi di sorriso» ripetono i reclutatori agli aspiranti hostess e steward) che lo spettatore si attende, di modo che l’idea sia posta e il “teorema” dimostrato, senza che abbia luogo un’autentica riflessione sul gramo quadro attuale rievocato fin dal titolo. La coppia di registi guarda, poi, esplicitamente al cinema di Abdellatif Kechiche (non è casuale la presenza della Exarchopoulos) ma anziché prenderne a modello la vivida concretezza ne assorbe l’inerzia e certi passaggi di sfiancante, compiaciuta prolissità.

Fortunatamente – arriviamo così ai primi, cioè ai pregi – Lecoustre e Marre confidano nella forza delle immagini (di Olivier Boonjing, mentre le scene portano la firma della brava Anna Falguères). Quando il duo si abbandona, “mostrando” semplicemente, libero dal fardello della tesi, la “macchina-cinema” lo asseconda e genera alcune memorabili, fugaci “epifanie”: squarci della sunnominata coltre di nuvole, albe, elementi urbani (viali, vetrate che separano da mondi interi o dagli oggetti del proprio desiderio), non-luoghi (passerelle, scale mobili) e indecifrabili ricordi. Ad esempio, quando Cassandre e la sorella Mélissa (Mara Taquin) fumano una sigaretta, avvolte come sono nel buio, di loro scorgiamo unicamente il rosso del piccolo tizzone; esso appare e scompare: ecco che di colpo un accidente fisico si trasforma nel mesto spettacolo di due lucciole che “supplicano” nelle tenebre di oggi. Il Passato non è un ingombro, né una vuota parola: Cassandre ne ha bisogno, come pure di riferimenti costanti, anche simbolici, di affetti, di un’identità, di narrazioni nelle quali credere, fossero anche i fiabeschi racconti di “Père Castor”, la serie a cartoni animati (rievocata nei dialoghi) che lei e Mélissa guardavano da bambine.

Forse sono queste le sole armi per difendersi, per salvarsi in una società innervata di utopie ormai puramente meccaniche e freddi miraggi come la fontana a zampilli cronometrati dell’epilogo a Dubai (quale significato ha, a tal proposito, il roundie scattato da Cassandre? Entrare una volta per tutte nella mischia del mondo di domani e non sentirsi più sola? Fare un giro di 360 gradi per ritornare, in ogni senso possibile, al punto di partenza?). Troppe domande aperte lasciate sul tavolo da Lecoustre e Marre ma pure una buona fede a motivo della quale li attendiamo volentieri all’opera seconda.

Per un confronto, si consiglia di riscoprire, oltre al recente #IoSonoQui di Éric Lartigau, il classico La vallée (’72) di Barbet Schroeder, anch’esso, in qualche modo, guidato dal sogno di un regno giusto e felice tra le più vaste nubi; nostalgia accompagnata dalle note di Obscured by clouds dei Pink Floyd anziché del compianto musicista greco.

Guarda il trailer ufficiale di Generazione low cost

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Generazione low cost si divide equamente tra pregi e difetti: l’ansia di “dimostrare” ma pure (qui sta la forza dell’esordio di Julie Lecoustre e Emmanuel Marre) una ammirevole capacità di “mostrare”, tale da generare fugaci epifanie e volgere la nuda cronaca in un monito sul valore del Passato e nel sogno di un regno giusto e felice tra le nubi più alte.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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