venerdì, Dicembre 9, 2022
HomeRecensioniFull Time - Al cento per cento, recensione del film di Éric...

Full Time – Al cento per cento, recensione del film di Éric Gravel

La recensione di Full Time - Al cento per cento, film di Éric Gravel con protagonista Laure Calamy. Dal 31 marzo al cinema.

La cinepresa passa sulle pieghe del copriletto. Filtrato dalle tende, il primo sole ha già inondato la stanza di Julie Roy di un fiotto pesante, color ambra sporco. Dalla bocca della donna esce un soffio spezzato, quasi sordo. Passano, tra l’essere e il nulla, fulminei bagliori: immagini rugose e sovraesposte di una risacca che trascina via l’addormentata con un bimbo fra le braccia. Un incubo? Un brutto ricordo? La palpebra destra freme, si schiude appena. Gracchia la sveglia, prende avvio una specie di “coreografia” (rubinetti a manopole aperti, tazze da latte rapidamente disposte sul tavolo, due paia di piccoli lacci da scarpe subito allacciati) composta con “tribale”, geometrica cupezza: surreale e logorante, è come se Julie venisse al mondo ogni volta e ogni giorno fosse per lei il primo giorno. Lo stesso giorno. La protagonista dell’incalzante Full time – Al cento per cento (tutt’ora in sala con “I Wonder Pictures”), incarnata da Laure Calamy (meritata vincitrice del ‘Premio Orizzonti’ all’ultima Biennale veneziana), “nasce” dunque ad ogni turno lavorativo, “muore” a sera e, nolente, l’indomani “fa ritorno”. Intanto, dietro il finestrino del treno in corsa, che porta al mattino presto Julie a Parigi, scorrono, simili a fotogrammi, luci sparse di edifici i cui abitanti la nostra difficilmente incontrerà, miraggi di stanze, gruppi, giardini, “mondi” ai quali forse non avrà mai accesso. Questa moderna “pena di Sisifo” avrà un termine?

Il soggetto del film di Éric Gravel, stimato direttore della fotografia qui all’opera seconda, occuperebbe giusto un trafiletto di cronaca (madre, divorziata, non lontana dalla cinquantina, già analista di mercato per un’azienda casearia provinciale, ricopre ora il ruolo di prima governante in un albergo a cinque stelle della capitale francese, distante parecchi chilometri dal suo domicilio; ma il richiamo delle vecchie mansioni, da ricoprire magari in una ditta più grande, è troppo forte: l’ambizione di riacquisire un agio piccolo-medio borghese, unita alla più che umana incapacità di sostenere stringatissimi ritmi di vita e produzione, le si ritorcerà contro) o una breve menzione in una delle tante rubriche tv d’inchiesta se non che la regia, nervosa, a tratti persino “visionaria” (anch’essa giustamente premiata al Lido), coadiuvata dalle plumbee immagini di Víctor Seguin (ha fotografato Gagarine di Liatard & Trouilh) e dalla partitura musicale di Irène Drésel, ossessiva e ipnotica, trasforma a mano a mano lo strazio pendolare di una lavoratrice, comune a molti, troppi individui, in una claustrofobica allegoria, di sensibilità inconsapevolmente vicina al buddhismo, sul divenire ciclico, inesorabile dell’esistenza terrena; un pantano da lasciare il prima possibile ma i cui suoni e odori sanno essere penetranti, irresistibili e “necessari” sopra ogni bene, compresi i più viscerali tra gli affetti (e le responsabilità) umani.

Indimenticabile, a tal proposito, l’episodio in cui Julie, appena licenziata, accosta con l’auto vicino al parcheggio della stazione dove quotidianamente si recava: in teoria è “libera”; sebbene incerto il futuro le appare per pochi, irripetibili istanti stranamente più chiaro, “vero”, percorribile di quanto non fosse prima; i due figli la chiamano festosi ma… l’annunciatrice ferroviaria, Meccanica Sirena, ha una voce più “convincente”. La cinepresa inquadra la protagonista di spalle, in primo piano. Julie sa che, in fondo, ha ancora (solo?) bisogno di quell’inebriante sospensione, quella febbrile eccitazione, poco importa se si risolverà nell’ennesimo grumo di ore scippato allo spirito, alla salute. Potersi trovare in un luogo che c’è e non c’è, in uno spazio esistenziale “di mezzo” dove si è e non si è al tempo stesso… non c’è gioco, figlio, consorte o rapporto umano in genere che valga tutto questo!

Ormai non si lavora più per vivere: si vive per lavorare. Non svolgiamo un incarico: diveniamo l’incarico medesimo. “Siamo” il nostro ruolo e forse, oggi, non si ha diritto ad essere altro, qualunque soddisfazione, piccola o grande, facile o “sudata”, si ottenga. Il messaggio di Full time (“À plein temps”, in originale) giunge potente e inequivocabile. Quello che tuttavia impedisce di dare una piena valutazione al comunque notevole lavoro di Gravel è un limite che non riguarda solo l’opera in esame ma coinvolge la stragrande maggioranza delle pellicole (si guardino Money Monster, Sorry, we missed you, il cruento Il giorno sbagliato o il recentissimo Un altro mondo) che esplorano, pur efficacemente, malesseri psicologici, disagi e gravi contraddizioni dell’odierno assetto sociale ed economico… ovvero che la singola persona (e non il sistema, l’insieme) sia la chiave di tutto; essa è l’unica artefice del proprio destino, infausto o proficuo, e non il contesto. In tal senso, la sceneggiatura (del regista) è meticolosamente cosparsa di apposite “trappole” ed espedienti drammaturgici (es. la fragile “fedeltà” di Julie, probabile causa del divorzio; il fatto che, da buon ex analista, lei non cessi mai di prevedere, presumere, contrattare e “ricattare” sottilmente, se occorre, chi la circonda per ottenere vantaggi, anche piccoli; l’arroganza nei riguardi della collega senegalese [Marème N’Diaye] ecc…) che portano (e di certo porteranno) non pochi spettatori a simili conclusioni, legittime quanto insidiose.

Per fortuna l’epilogo alle giostre, rievocante con fine dissimulazione quello del capolavoro Coeur fidèle (‘23) di Epstein, rimescola silenziosamente le carte in tavola e impedisce alla vicenda di adagiarsi su una variazione, in ogni caso più problematica, de La ricerca della felicità di Muccino. Bella, infine, la figura dell’anziana Mme Lusigny (Geneviève Mnich) che promette ai figliolini di Julie di raccogliere insieme le zucche nell’orto. Per un confronto, si consiglia la visione dei seguenti tre film: A tempo pieno (2001) di Laurent Cantet, Mi piace lavorare (Mobbing) (2003) di Francesca Comencini e Cacciatore di teste (Le couperet) (2005) di Costa-Gavras.

Guarda il trailer di Full Time – Al cento per cento

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Ormai non si lavora più per vivere: si vive per lavorare. Non svolgiamo un incarico: diveniamo l’incarico stesso. “Siamo” il nostro ruolo e forse, oggi, non si ha diritto ad essere altro, qualunque soddisfazione, piccola o grande, facile o “sudata”, si ottenga. Il messaggio di Full time, potente opera seconda di Éric Gravel, giunge inequivocabile. Meritato il veneziano ‘Premio Orizzonti’ a Laure Calamy per la miglior interpretazione femminile.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

- Advertisment -
Ormai non si lavora più per vivere: si vive per lavorare. Non svolgiamo un incarico: diveniamo l’incarico stesso. “Siamo” il nostro ruolo e forse, oggi, non si ha diritto ad essere altro, qualunque soddisfazione, piccola o grande, facile o “sudata”, si ottenga. Il messaggio di Full time, potente opera seconda di Éric Gravel, giunge inequivocabile. Meritato il veneziano ‘Premio Orizzonti’ a Laure Calamy per la miglior interpretazione femminile.Full Time - Al cento per cento, recensione del film di Éric Gravel