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Flee, recensione del film di Jonas Poher Rasmussen

La recensione di Flee, il film del regista danese Jonas Poher Rasmussen candidato a 3 premi Oscar 2022. Dal 10 marzo al cinema.

Un aspetto non trascurabile per chiunque commenti il docu-drama Flee (“Flugt” in originale ossia “fuga”) o volesse semplicemente consigliarlo agli spettatori (in molti, troppi ancora riluttanti a tornare in sala) è che da due settimane i teleschermi, in Italia come nel resto del mondo, restituiscono, quasi ininterrottamente, i reportages sul culmine della crisi russo-ucraina: pesano questioni ideologiche, d’orgoglio, si ascoltano sofismi diplomatici e gli occhi, già stanchi e maltrattati per tante ragioni, si riempiono una volta di più con fotogrammi di pianto, macerie, vergogna, innocenze “scippate” e impossibili da restituire…

Vale la pena, è necessario chiedersi, per il pubblico scostarsi dal vicino panorama per immergersi, nel buio del cinema, in un altro panorama, non meno angoscioso, non meno problematico, risalente però a 38 anni fa? Ci riferiamo all’ultimo scorcio del conflitto sovietico-afghano, al quale un giovane di nome Amin, “eroe” suo malgrado della nostra (reale) vicenda, riesce a scampare… ma solo per veder poi incidere, per sempre, sulla pelle e nella memoria proprie e dei propri cari: i rastrellamenti, le delazioni, gli interrogatori della guerra civile avviata nel giugno del ’92 dall’islamista radicale Gulbuddīn Hekmatyār in risposta all’insediamento del “moderato”, aperto all’Ovest, Burhānuddīn Rabbānī (appena succeduto al comunista Mohammad Najibullah); l’emigrazione per mare e altre vie, con il corpo pieno di nausea e gelo e il fragile conforto di brevissime amicizie, canzoni al walkman dei ‘A-ha’, dei ‘Roxette’ oppure di “ombre” dal tubo catodico (film di arti marziali e melense telenovelas messicane); il miraggio del Vecchio Continente (il quale assume le forme superbe e inarrivabili di un transatlantico, non dissimile dal “Rex” felliniano) che “seduce”, “promette” ma non può (o non vuole) mantenere; la scoperta, timida, graduale, dolente della propria omosessualità, nascosta per anni ad una famiglia e a una cultura che non solo non l’avrebbero capita ma neppure possedevano un vocabolo nella lingua-madre che definisse tale condizione.

Vale la pena, ripetiamo, assistere a tutto questo, trascorrere un’ora e mezza insieme ad Amin e al suo compagno di vita, conosciuto a Copenaghen, a fianco del quale, ci auguriamo, riesca a crearsi un radioso domani? Candidata agli imminenti premi Oscar 2022 in tre categorie (pellicola d’animazione, documentario e opera straniera), la quarta fatica dell’olandese Jonas Poher Rasmussen, classe ’81, ci fa rispondere di “”. Un “” non retorico, non interessato, men che meno scontato vista la delicatissima circostanza storica, sociale ed emotiva su descritta. Nel corso della visione ci ha conquistato (e senz’altro vi conquisterà) proprio la forma espressiva, non nuova eppure sorprendente, generosa nelle sue piccole “deflagrazioni” di poesia: il disegno animato, appunto, rivolto ad adolescenti intellettualmente precoci e adulti sensibili che non hanno scordato il valore della tenerezza. Sul solco tracciato da Una tomba per le lucciole (’88), Valzer con Bashir (2008), in parte da Le stagioni di Louise (2016) e, per ultimo, Another Day of Life (2018) – rievocanti rispettivamente i bombardamenti di Tokyo nell’estate del ‘45, l’eccidio compiuto dalle Falangi di Kataeb nel settembre ‘82, la Campagna di Francia, la guerra civile angolana tra ‘Mpla’ e ‘Unita’ – si inserisce, dunque, Flee narrandoci l’ennesima fosca pagina del secondo Novecento, alternando tratti scarni e severi a improvvisi “voli” onirici, incubosi, sfilaccianti di inchiostro (i momenti più belli).

È facile attardarsi, per un eventuale dibattito finale, in divagazioni teoriche e riflessioni politiche ma… quel che più conta è che al fruitore giunga la storia, avvincente e disarmante nella sua sincerità, di un semplice ragazzo che potrebbe benissimo essere suo figlio, fratello o compagno di studi. Noi stessi partecipiamo della sua ricerca di silenzio, di felicità… in un certo senso del suo desiderio di far ritorno (e in ciò risiede il segreto pregio della sceneggiatura di Rasmussen) al Paradiso, al Giardino dell’Eden (rimpianto racchiuso nella frase di Amin «Voglio tornare a casa»; ma di quale “casa” stiamo parlando effettivamente?) che, nell’epilogo, assumerà una delle sue tante, armoniose forme. Curiosità: il manifesto di C’era una volta il West di Leone si “nasconde”, birichino, in un’inquadratura del film. Scovatelo.

Guarda il trailer italiano ufficiale di Flee

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Discutendo su Flee è facile attardarsi in divagazioni teoriche e riflessioni politiche ma... quel che più conta è che ci giunga la storia, avvincente e disarmante nella sua sincerità, di un semplice ragazzo che potrebbe benissimo essere nostro figlio, fratello o compagno di studi; partecipiamo della sua ricerca di silenzio, di felicità; in un certo senso del suo desiderio di far ritorno (e in ciò risiede il segreto pregio del docu-drama animato di Jonas Poher Rasmussen) al Paradiso, al Giardino dell’Eden che, nell’epilogo, assume una delle sue tante, armoniose forme.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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Discutendo su Flee è facile attardarsi in divagazioni teoriche e riflessioni politiche ma... quel che più conta è che ci giunga la storia, avvincente e disarmante nella sua sincerità, di un semplice ragazzo che potrebbe benissimo essere nostro figlio, fratello o compagno di studi; partecipiamo della sua ricerca di silenzio, di felicità; in un certo senso del suo desiderio di far ritorno (e in ciò risiede il segreto pregio del docu-drama animato di Jonas Poher Rasmussen) al Paradiso, al Giardino dell’Eden che, nell’epilogo, assume una delle sue tante, armoniose forme.Flee, recensione del film di Jonas Poher Rasmussen