lunedì, Dicembre 5, 2022
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Dunkirk, recensione del film di Christopher Nolan

1940, spiaggia di Dunkirk. Dopo la disastrosa sconfitta per mano dei nazisti, migliaia di soldati britannici si trovano intrappolati sulla costa nord della Francia, in attesa di soccorsi che sembrano non arrivare. Tra tante figure e storie non dissimili, la fuga del soldato Tommy (Fionn Whitehead) si intreccia con l’eroica missione di salvataggio marittimo dell’anziano Mr. Dawson (Mark Rylance), mentre gli spitfires dei piloti Ferrier (Tom Hardy) e Collins (Jack Lowden) pattugliano e combattono nel cielo.

Tra terra, acqua e aria, Christopher Nolan dipinge un affresco di volti e di personaggi che, con un’umanità rara, trascinano lo spettatore nell’orrore della guerra. Puntellando di speranza anche le scene più drammatiche, Nolan si dimostra abile nel mettere in scena una storia che travalica il conflitto armato, affacciandosi ad un mondo individuale e collettivo capace di proliferare nonostante le difficoltà. Un film poetico, dunque, che nasconde nella costante enfasi bellica un significato più complesso e profondo, dal sottotesto profondamente attuale.

Molto più di un mero resoconto di cronaca, Dunkirk diventa quindi un’ode universale che, con dolcezza e tenacia, vuole mostrare il lato umano di soldati privati delle proprie vite. Soprattutto nelle sequenze che seguono Tommy e nel suo incontro/scontro con Gibson (Aneurin Barnard) e Alex (Harry Styles), gli eventi si fanno ancora più commoventi e coinvolgenti, grazie a personaggi innocenti, impauriti da una guerra infinita e da un futuro incerto. Accanto a loro, non mancano ritratti di uomini maturi altrettanto riusciti che, come il già nominato Mr. Dawson o il comandante Bolton (Kenneth Branagh), incarnano le valorose – ma non paternalistiche – vecchie generazioni.

La regia di Nolan, come sempre razionale e controllata, si muove tra spazi differenti e tempi disarticolati, offrendo tuttavia una perfetta coerenza narrativa e stilistica. La suspence, raramente rintracciabile nei film storici, si sprigiona con picchi costanti, comprovando la naturale propensione del cineasta britannico agli escamotage hitchcockiani. Così come per i cinecomics del Cavaliere Oscuro e per la fantascienza sui generis di Inception e Interstellar, anche questo bildungroman oscilla tra attese nervose e sequenze sincopate, ipnotizzando totalmente chi guarda.

Accanto all’ottima regia, si muove un poliedrico cast corale che, rifuggendo volutamente qualsiasi protagonismo, promuove un senso di coesione e fratellanza fortunatamente privo di moralismo. Se la sequenza inaugurale si apre con la sensibile interpretazione di Fionn Whitehead e con l’emozionante espressività di Aneurin Barnard, gli eventi si articolano poi attraverso una sfilata quasi infinita di interpreti più o meno celebri, tra cui il bravissimo Cillian Murphy nel ruolo di un malato di shell shock, l’intenso Mark Rylance e il sorprendente Harry Styles.

Anticipato da un’attesa spasmodica che ha accomunato pubblico e critica, Dunkirk conferma dunque l’estremo trasformismo di Christoper Nolan, il quale, dopo essersi confrontato con generi diversi, tenta la strada del poema bellico, non legandolo esclusivamente al succedersi storico ma caricandolo di un senso universale e atemporale. Tra un cast portentoso e una regia sapiente, l’ultima fatica di Nolan diventa quindi un film magistrale ed intenso, capace di raccontare la guerra attraverso la speranza e di tramettere un senso di ottimismo oggi insperato.

Guarda il trailer ufficiale di Dunkirk

Gabriele Landrini
Gabriele Landrini
Perché il cinema non è solo un'arte, è uno stile di vita | Film del cuore: Gli Uccelli | Il più grande regista: Alfred Hitchcock | Attore preferito: Marcello Mastroianni | La citazione più bella: "Vorrei non amarti o amarti molto meglio." (L'Eclisse)

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