martedì, Gennaio 31, 2023
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Doctor Strange nel Multiverso della Follia, recensione del film di Sam Raimi

La recensione di Doctor Strange nel Multiverso della Follia, il film dei Marvel Studios diretto da Sam Raimi. Nelle sale dal 4 maggio.

Doctor Strange nel Multiverso della Follia è il nuovo tassello che si aggiunge al già ricco mosaico del Marvel Cinematic Universe, costituendo un passo in avanti nella costruzione della narrazione del Multiverso, concetto che si è già affacciato soprattutto nella serialità della “Casa delle Idee” – possiamo citare WandaVision, Loki e la serie animata What If…? – ma anche sul grande schermo, grazie al terzo capitolo delle avventure di Peter Parker, Spider-Man: No Way Home.

Con questi nuovi – ed infiniti – sbocchi narrativi davanti, è finalmente giunto il momento di alzare la posta in gioco coinvolgendo in questo nuovo progetto Sam Raimi dietro la macchina da presa e, davanti quest’ultima, Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen, Chiwetel Ejiofor, Rachel McAdams, Benedict Wong e la new entry Xochitl Gomez nei panni di America Chavez/Miss America, per un debutto (in grande stile) previsto per il 4 maggio in tutte le sale.

Nel film, Cumberbatch torna nei panni di Stephen Strange, il personaggio creato da Stan Lee e dal disegnatore Steve Ditko nel 1963: insieme al suo fidato amico Wong (Wong) e a Wanda Maximoff/Scarlet Witch (Olsen), lo Stregone Supremo dovrà affrontare l’immensità incommensurabile del Multiverso, un concetto ancora poco conosciuto e inafferrabile. Grazie all’aiuto di svariati alleati mistici appartenenti anche ad altri universi, il Dottor Strange questa volta affronterà le realtà alternative del Multiverso, pronte a rivelarsi sia sconvolgenti che pericolose, quanto ignote: tutto, pur di sconfiggere un misterioso nemico che sfugge alla loro comprensione.

Se attraverso la serialità, la Marvel aveva già iniziato a riscrivere il concetto stesso di spazio-tempo così come noi lo conosciamo, piegandolo alle logiche interne delle ferite tragiche che, fin troppo spesso, dilaniano i protagonisti del MCU, è attraverso questo nuovo Doctor Strange nel Multiverso della Follia che anni di teorie, semine concettuali, supposizioni e speculazioni esplodono in modo dirompente, acido, psichedelico e freudiano risucchiando letteralmente lo spettatore in un maelstrom seducente e pericoloso, un labirinto (incantato) degli specchi nel quale perdersi senza più ritrovarsi. La tana di un Bianconiglio sotto acido, che invita a seguirlo senza assumere nessuna pillola ma semplicemente accettando l’evidenza: non siamo la sola linea temporale in questo universo, e ogni scontro tra realtà temporali parallele (e distinti universi) può generare uno strappo, una frattura insanabile che tenderà solo a sfilacciarsi, condannando una delle due alla catastrofica rovina.

Ma ad unirsi, nel flusso unico delle avventure di Doctor Strange, non sono solo le linee temporali del Multiverso: anche le varie anime che compongono il cinecomic si ritrovano a convergere pur di raggiungere lo stesso obiettivo, ovvero narrare una storia senza trasgredirla né tradire uno dei suoi tre cuori pulsanti, legati a doppio filo con altrettanti (e inscindibili) punti di vista. Il primo è quello più tradizionale, legato al MCU e all’idea che ha di se stesso: opulento, magniloquente, ironico e sornione, il marchio Marvel è diventato una garanzia di continuità. Non c’è un tassello capace di sfuggire alla più ampia visione che si è dipanata, nel corso del tempo, sullo schermo, donando plasticità e corporeità ad un mondo di carta che si è tramutato in una realtà contingente e ben riconoscibile. Il “graffio Marvel” colpisce anche qui, tra le pieghe dello spazio-tempo di Doctor Strange nel Multiverso della Follia, regalando battute fulminanti e argute che fendono la tensione spettacolare, solleticando il piacere retinico del pubblico con fantasmagoriche scene d’azione.

E tra incantesimi, magie, evocazioni e riti di negromanzia, ecco che l’abilità da mestierante della Settima Arte di Sam Raimi lascia spazio alla sua vena autoriale più creativa e scatenata, ricordandoci quanto al cinema serva ancora il suo black humour, l’immaginario iperattivo contaminato dall’horror, dal gotico e da quel tocco splatter che delizia il palato dei veri appassionati di genere. Raimi conduce così, per mano, all’interno del secondo “cuore caldo” del blockbuster: parliamo di un regista che sa come intrattenere e come farlo con il proprio tocco, rievocando – proprio come uno Stregone Supremo – i fasti del suo cinema, da La casa passando per Darkman e L’armata delle tenebre. Nelle vicende del Multiverso dello Stregone Supremo c’è tutto questo, c’è l’oscurità che si insinua tra le pieghe della mente dei suoi protagonisti fragili, feriti, imperfetti e onnipotenti. Stephen Strange e Wanda Maximoff sono due solitudini che temono i loro poteri e gli effetti dirompenti che potrebbero provocare; hanno paura della paura stessa ma al contempo perseguono i loro obiettivi ad ogni costo, al di là del bene o del male.

Quando la macchina da presa di Raimi si muove scrutando nell’abisso nietzschiano che attraversa la mente di Wanda, ad esempio, esteticamente esplode un immaginario sinistro e horror sottolineato dalla colonna sonora composta da Danny Elfman; la realtà si trasfigura nella quintessenza del perturbante freudiano, l’Unheimlich che trasforma il quotidiano in un incubo oscuro dai contorni distorti, riconoscibile ma sinistro, probabilmente anche letale. E sembra muoversi lungo questa linea guida Doctor Strange nel Multiverso della Follia, occhieggiando tanto ai capisaldi cult dell’horror di Raimi quanto all’universo di Stephen King, tra apparizioni spettrali che evocano i fasti di Carrie – Lo sguardo di Satana.

Eppure c’è un ultimo cuore che pulsa nel petto del nuovo cinecomic Marvel: quello che asseconda le emozioni degli spettatori, cavalcando la loro lunga onda grazie al fanservice, alla comparsa di vecchi e nuovi personaggi che ampliano la mitologia del Multiverso scolpendo nuovi confini per il futuro del MCU, riscrivendo intanto il presente alla luce del passato prossimo. C’è spazio per tutti nel nuovo tessuto narrativo scritto dagli autori, perfino per più versioni degli stessi personaggi che possono concedersi il privilegio di sbagliare, commettere errori imperdonabili con la consapevolezza di poter sempre rimediare sacrificando quell’ultimo barlume di felicità che, come un’illusione esoterica, sono riusciti a conquistarsi. E nel complesso mondo del fanservice destinato (e dedicato) agli spettatori, c’è spazio perfino per gli omaggi giocosi alla filmografia di Raimi stesso, che si cita da solo creando un corto circuito meta-cinematografico che abbatte (in più punti) la quarta parete, relazionandosi direttamente con la sala.

Doctor Strange nel Multiverso della Follia cerca di bilanciare queste tre anime distinte facendole coesistere tutte e tre insieme, a fronte di una sceneggiatura/gabbia che non sempre riesce a contenerle garantendo lo stesso ritmo, e che finisce per subire numerosi scossoni e “vuoti d’aria” nel corso della visione del cinecomic; ma nonostante il viaggio turbolento, il nuovo film Marvel procede lungo la consolidata cronaca del Multiverso e dell’analisi dell’insondabile umano, quell’abisso popolato da paure e miserie che camminano insieme agli eroi stessi. Mentori o allievi (come succede di nuovo a Doctor Strange, qui alle prese con America Chavez dopo aver gestito il giovane Parker in Spider-Man: No Way Home), genitori, figli o fratelli (come nel caso di Wanda), sono comunque tutti dotati di grandi poteri da cui derivano oscure potenzialità: a loro il compito di attraversare la paura stessa per scoprirle.

Il trailer di Doctor Strange nel Multiverso della Follia

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Se attraverso la serialità, la Marvel aveva già iniziato a riscrivere il concetto stesso di spazio-tempo così come noi lo conosciamo, piegandolo alle logiche interne delle ferite tragiche che, fin troppo spesso, dilaniano i protagonisti del MCU, è attraverso questo nuovo Doctor Strange nel Multiverso della Follia che anni di teorie, semine concettuali, supposizioni e speculazioni esplodono in modo dirompente, acido, psichedelico e freudiano risucchiando letteralmente lo spettatore in un maelstrom seducente e pericoloso, un labirinto (incantato) degli specchi nel quale perdersi senza più ritrovarsi.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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Se attraverso la serialità, la Marvel aveva già iniziato a riscrivere il concetto stesso di spazio-tempo così come noi lo conosciamo, piegandolo alle logiche interne delle ferite tragiche che, fin troppo spesso, dilaniano i protagonisti del MCU, è attraverso questo nuovo Doctor Strange nel Multiverso della Follia che anni di teorie, semine concettuali, supposizioni e speculazioni esplodono in modo dirompente, acido, psichedelico e freudiano risucchiando letteralmente lo spettatore in un maelstrom seducente e pericoloso, un labirinto (incantato) degli specchi nel quale perdersi senza più ritrovarsi.Doctor Strange nel Multiverso della Follia, recensione del film di Sam Raimi