mercoledì, Febbraio 1, 2023
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Diabolik – Ginko all’attacco!, recensione del film dei Manetti Bros.

La recensione di Diabolik – Ginko all’attacco!, il sequel del film dei Manetti Bros. con Giacomo Gianniotti. Dal 17 novembre al cinema.

Il re del terrore è tornato e questa volta la posta in gioco è ancora più alta: consolidato il proprio status di infallibile (e imprendibile) criminale, coadiuvato dalla presenza della “partner in crime” Eva Kant, Diabolik è pronto a mettere le mani su Clerville, in un turbinio di crimine, amore e sensualità. Con Diabolik – Ginko all’attacco!, i Manetti Bros. (Marco e Antonio) tornano a maneggiare una storia adattata da uno degli albi partoriti dalla mente di altre due sorelle, a loro speculari: Angela e Luciana Giussani, creatrici del primo personaggio nero e oscuro del fumetto italiano.

Come dichiarato dai due registi durante la conferenza stampa che ha presentato questo secondo capitolo, la nuova storia si presenta del tutto autonoma rispetto al precedente Diabolik e lontana dal voler essere un mero sequel; il re del terrore torna alla ribalta, ma si rinnova. Cambiando pelle e identità ancora una volta, trasformando l’attore Giacomo Gianniotti (Grey’s Anatomy) nella sua nuova incarnazione (di “celluloide”) e ritrovando Miriam Leone e Valerio Mastandrea rispettivamente nei panni di Eva Kant e Ginko. New entry del cast è anche l’attrice Monica Bellucci, che dal 17 novembre apparirà sugli schermi d’argento italiani nei panni di Altea, interesse amoroso dell’ispettore Ginko.

In questo secondo ciclo di avventure, Diabolik ed Eva Kant sembrano avere un piano apparentemente perfetto per un nuovo colpo; ma ignorano che, dietro l’apparente facilità, si celi una trappola ordita dell’astuto ispettore Ginko, nemesi storica del re del terrore, che mette a dura prova il loro legame. Tradita dal suo partner in crime, Eva decide di vendicarsi proponendo all’ispettore di collaborare alla cattura dello stesso Diabolik, sempre più braccato dalla polizia. Una decisione difficile per Ginko che deve anche affrontare l’arrivo (quasi) inaspettato di Altea, duchessa di Vallenberg, eterna fidanzata dell’ispettore, nobildonna stravagante e anticonvenzionale dotata di un carattere forte e indipendente.

Già dal titolo si può desumere l’intento – titanico – dei Manetti Bros., ovvero quello di “edificare”, a tutti gli effetti, un universo cinematografico pronto a trasferirsi dalla carta allo schermo, cambiando medium e adattandosi ai tempi, al pubblico e ad un mercato in continuo divenire. Un “Diabolik-verse” nostrano che, in piccolo, strizza l’occhio alle ambizioni Marvel, alla fabbrica delle idee che è riuscita a dar corpo al fumetto, rendendo solidi e concreti sogni e fantasie che hanno accompagnato intere generazioni. E nella trasposizione i Manetti dimostrano di essere meticolosi, filologici ed eziologici nella loro ricerca, ispirati tanto dall’opera pop di Mario Bava quanto dalle suggestioni di un’epoca passata, trasformando i loro film in vere e proprie “capsule del tempo” pronte a disseppellire – dalla memoria collettiva – ricordi, suggestioni ed emozioni di un’epoca che fu.

Giacomo Gianniotti in Diabolik – Ginko all’attacco! Foto di Nicole Manetti.

Vizi di forma che continuano ad inficiare la resa finale

Anche l’estetica di questo secondo capitolo ricostruisce le atmosfere del fumetto delle Giussani, replicando un mondo grazie anche a delle sonorità – firmate da Pivio e Aldo De Scalzi – che guardano alla tradizione del prog-rock nostrano e regalano a Diodato, autore del tema principale, un momento bondiano raffinato e memorabile, che conduce lo spettatore nel cuore (estetico e tematico) di questo nuovo film. Perché Diabolik – Ginko all’attacco! gioca ancor di più con le suggestioni culturali e storiche, con i riferimenti cinematografici e con un gioco di ombre – e specchi – che regalano la luce (della ribalta) ad alcuni personaggi, lasciandone altri in ombra: è così che il re del terrore dei Manetti finisce per essere impalpabile, imprendibile, evanescente ma tossico come un gas letale. Diabolik c’è, aleggia sui destini di tutti gli altri, ma non si vede; pericoloso come una pantera, si aggira nella notte oscura, pronto a colpire nel silenzio dopo aver calcolato le proprie mosse.

Il rapporto costruito con Eva è ormai paritario, lontano dal lungo setup del primo film: i due sono partner in crime inscindibili, follemente innamorati, liberi, mondani e disinibiti in una società borghese dalle troppe regole sociali. Nei loro atteggiamenti sfrontati e anti-borghesi, Diabolik ed Eva sono punk, ribelli ma sofisticati come gli (anti)eroi di un film di Hitchcock, immortalati con uno stile pericoloso e sinistro. Dalle suggestioni cinematografiche a quelle letterarie, con un Ginko che sembra uscito dalla penna di Simenon, malinconico come un Maigret al quale non è concesso uno spiraglio di libertà, una “crepa” nella quale proiettare le proprie fragilità umane abbracciando perfino una nuova dimensione, quella dell’uomo innamorato (e ricambiato). Eva e Diabolik; Altea e Ginko: due facce della stessa medaglia, copie – in negativo e in positivo – dello stesso spettro dell’innamoramento, simboli di rapporti di coppia moderni ed emancipati, lontani da rigidi standard e regole arcaiche.

A fronte dell’indiscussa riuscita di Diabolik – Ginko all’attacco!, portatore sano di un’identità più definita, di una cifra stilistica specifica finalmente raggiunta dai Manetti Bros. nei confronti del materiale di partenza e del successivo adattamento, lontano da quell’effetto “lungo setup” che avvolgeva il primo film, purtroppo ci sono dei vizi di forma che continuano ad inficiare la resa finale sul grande schermo. Primo fa tutti, un’attenzione alla regia – dal punto di vista tecnico – che esula però le performance degli attori, spesso ridotti a meri strumenti per la progressione della storia. I personaggi si muovono, davanti agli occhi dello spettatore, come sagome balzate fuori dalle gabbie del fumetto, vincolati a dialoghi “rigidi” e poco credibili che non contribuiscono a quella sospensione dell’incredulità fondamentale per un prodotto audiovisivo del genere.

La recitazione trattenuta, quasi accidentale, “distratta” (parafrasando un concetto caro a F. S. Fitzgerald); au contraire, una regia tecnica che gioca con la macchina cinema, recuperando esteticamente forme e modelli cari agli anni ’60 (come, ad esempio, l’uso dello split screen) e infine dei dialoghi funzionali ma poco incisivi, a loro volta pigri tentativi di imitare la rigidità composta del fumetto che pone l’immagine al primo posto (della percezione), sono tutta una serie di elementi che contribuiscono – nel caso di Diabolik – Gino all’attacco! – ad una riuscita incompleta, che forse incontrerà la propria quadratura solo con l’arrivo, nelle sale, del terzo e ultimo capitolo della saga di questo universo.

Guarda il trailer di Diabolik – Ginko all’attacco!

GIUDIZIO COMPLESSIVO

A fronte dell’indiscussa riuscita di Diabolik – Ginko all’attacco!, portatore sano di un’identità più definita, di una cifra stilistica specifica finalmente raggiunta dai Manetti Bros. nei confronti del materiale di partenza e del successivo adattamento, lontano da quell’effetto “lungo setup” che avvolgeva il primo film, purtroppo ci sono dei vizi di forma che continuano ad inficiare la resa finale sul grande schermo, primo fa tutti un’attenzione alla regia – dal punto di vista tecnico – che esula però le performance degli attori, spesso ridotti a meri strumenti per la progressione della storia.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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A fronte dell’indiscussa riuscita di Diabolik – Ginko all’attacco!, portatore sano di un’identità più definita, di una cifra stilistica specifica finalmente raggiunta dai Manetti Bros. nei confronti del materiale di partenza e del successivo adattamento, lontano da quell’effetto “lungo setup” che avvolgeva il primo film, purtroppo ci sono dei vizi di forma che continuano ad inficiare la resa finale sul grande schermo, primo fa tutti un’attenzione alla regia – dal punto di vista tecnico – che esula però le performance degli attori, spesso ridotti a meri strumenti per la progressione della storia.Diabolik – Ginko all’attacco!, recensione del film dei Manetti Bros.