domenica, Gennaio 29, 2023
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Camorra recensione del documentario di Francesco Patierno

Camorra è il nuovo film che segna il ritorno di Francesco Patierno sul grande schermo. Dopo il successo di Napoli ’44, Diva! e La Guerra dei Vulcani il regista porta al cinema la lucida analisi – sotto forma di documentario – di un fenomeno criminale come la camorra. Il documentario è stato presentato nella sezione Sconfini di Venezia 75.

Dopo mesi di ricerca scavando tra i filmati delle Teche Rai e le fotografie dell’Archivio Riccardo Carbone, Patierno è riuscito a ricostruire una puntuale cronistoria del fenomeno camorristico radicato in Campania, coprendo un arco temporale che va dagli anni ’60 fino ai ’90, dalle fasi successive al dopoguerra in cui dominavano il contrabbando passando poi per l’ascesa del boss Raffaele Cutolo fino alle drammatiche trattative condotte con lo Stato pur di liberare l’assessore Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse.

La recensione di Camorra di Francesco Patierno, presentato nella sezione Sconfini di Venezia 75

Camorra è un documentario dalla solida struttura tradizionale: la sua durata (70 minuti), la voce narrante che accompagna immagini e filmati e che appartiene a Meg, cantante dei campani 99 Posse, l’uso della colonna sonora originale sospesa tra modernità estrema e tradizione, non fanno altro che confermare la natura del prodotto realizzato da Patierno.

Siamo nell’ambito del documentario, dove lo spettatore non può evitare il confronto forzato con le tematiche, con argomenti che lo mettono di fronte a scomode verità proiettate sul grande schermo. E in questo Camorra si configura come un esempio eccellente, a tratti riduttivamente didattico perché capace di riordinare con arguta coscienza un materiale d’archivio pressoché infinito.

Le immagini mostrate riconfermano il concetto di larger than life, permettendo alla realtà stessa di scolpire la narrazione, senza bisogno di una gabbia narrativa talmente forte da organizzare il girato consegnandolo, in tal modo, alla sfera della finzione.

Ma nonostante l’alto valore morale e gli intenti di partenza che hanno spinto Patierno a confrontarsi con una materia così scottante, Camorra subisce l’arma a doppio taglio del documentario stesso, conformandosi a un’estetica ancorata alla tradizione. Quelli che sono i suoi punti di forza distintivi si trasformano in debolezze che ne fanno vacillare la potenza, restituendo un prodotto brillante ma poco incline alla sperimentazione, più vicino alla narrazione classica che ai guizzi della post-modernità.

Il film di Patierno, per la sua importanza, meriterebbe una lunga vita on the road, che possa permettergli di mostrare il lato più oscuro, ambiguo e misterioso del nostro paese, il vero dark side of the moon del Belpaese, quello lontano dal sole, dal mare e dalla Dolce Vita ma che prospera in mezzo ad essi, finendo per contaminarli come un’infezione.

Camorra preferisce la verità e la forza del ricordo – quanto della realtà – alla finzione e alla violenza gratuita: poche sono le scene di violenza, quelle che siamo abituati a sentire e vedere ogni giorno propinate dai Tg; il regista preferisce dare spazio ai silenzi e ai vuoti degli ultimi, di coloro che hanno vissuto e si sono annidati nell’ombra, come quell’esercito di piccoli “lazzari” che si vede spesso nel film, un’intera generazione rubata di bambini diventati uomini troppo presto.

Attraverso la potente arma del documentario, Patierno cerca di scuotere le coscienze degli spettatori, sperando che questo breve viaggio possa permettere loro di distinguere il bene dal male, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, semplicemente analizzando i fatti, gli eventi e le situazioni; ascoltando le voci dei protagonisti, di coloro che hanno lasciato un solco nella storia della cronaca nera di questo paese.

Perché è solo attraverso la comprensione di un fenomeno, la sua analisi completa e spregiudicata, lucida e a tratti crudele ma sempre dotata di malinconico umorismo, che si può sperare di instillare il germe del cambiamento, considerando il passato come uno specchio del presente attraverso il quale si può, e si deve, andare senza paura o timore.

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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