mercoledì, Febbraio 1, 2023
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Bullet Train, recensione del nuovo film di David Leitch con Brad Pitt

La recensione di Bullet Train, il nuovo film action di David Leitch con protagonista Brad Pitt. Dal 25 agosto al cinema.

Bullet Train, il nuovo film diretto da David Leitch, è proprio come un’attrazione spettacolare in un parco a tema: mastodontica, colorata, iperbolica, capace di centrifugare ed elettrizzare a tal punto chi la prova da far esclamare, al termine della giostra… “Possiamo rifarla di nuovo?”. Lo stesso effetto che provoca questo action (iper) post-moderno e adrenalinico nello spettatore, accorso in sala magari richiamato dai nomi altisonanti in cartellone, a partire da quel Brad Pitt che sembra essere l’essenza e il cuore pulsante dell’intero progetto, affiancato da Joey King (The Princess), Aaron Taylor-Johnson (che vedremo molto presto nei panni di Kraven il Cacciatore), Brian Tyree Henry (già avvistato, invece, in Eternals), Andrew Koji, Hiroyuki Sanada, Michael Shannon e Sandra Bullock.

Un cast di stelle per il film del regista di Atomica bionda, Deadpool 2 e Fast & Furious – Hobbs & Shaw il cui nome, però, è legato indissolubilmente alla saga di John Wick (co-diretta insieme al socio Chad Stahelski, anche lui ex stuntman) che sembra aver influenzato Bullet Train con le sue atmosfere – e un linguaggio – da fumetto, tanto da realizzare un’opera affilata e veloce come un proiettile d’argento scagliato a tutta velocità, simile al treno protagonista della vicenda, che da Tokyo a Kyoto ospita un nutrito gruppo di assassini diversi tra loro, tutti con obiettivi collegati ma contrastanti, sullo sfondo di una corsa senza sosta attraverso il Giappone moderno. Il film, presentato in anteprima italiana al Festival di Locarno, approderà nei cinema dal 25 agosto.

Bullet Train è la conferma che, in un mercato del cinema in veloce evoluzione, affamato di grandi effetti speciali mainstream, di storie quanto mai votate all’intrattenimento su grande scala, prodotti replicanti che si rigenerano tra sequel, prequel e reboot, spesso semplificati in uno storytelling ormai ridotto ad un esile canovaccio, è ancora possibile confezionare con creatività, stile, ironia e intelligenza un prodotto commerciale dal richiamo irresistibile, un interessante giocattolo per giovani adulti alla ricerca di brividi (cinefili) nuovi, pronti a vivere esperienze di sala totalizzanti per i propri sensi i quali, proprio come in un’attrazione da luna-park, finiscono per essere tutti coinvolti e annullati dallo stupore di un’incredulità sospesa e annichilita.

Leitch conosce bene il suo mondo, che è quello del cinema, e il suo mestiere (stuntman): unendo queste due competenze specifiche ad una sicurezza sfacciata e navigata, il risultato finale è una regia patinata e “fumettosa” che può scavalcare la rigidità delle gabbie di una qualunque striscia illustrata per approdare, ipercinetica, sullo schermo d’argento costellato di inquadrature fluide. I personaggi che si muovono in Bullet Train potrebbero essere figli di una qualunque graphic novel che incrocia generi e stili, e nello specifico mostrano la loro eredità con l’opera originale del giapponese Kōtarō Isaka intitolata “I sette killer dello Shinkansen”: nella loro trasposizione dalla carta alla “pellicola” (Ça va sans dire) si liberano dalle costrizioni formali ed esprimono il loro potenziale in una realtà plausibile ma palesemente alterata, nella quale le normali leggi della fisica vengono deformate fino a creare un mondo “da fumetto” dove è possibile sopravvivere a sparatorie letali e perfino salire in corsa su un treno al altissima velocità, il tutto risultando coerente con l’integrità narrativa del racconto.

E Leitch sembra sposare questa lezione consapevole anche dei bellissimi stunt eseguiti, coreografie prima ancora che mere sequenze action, talvolta siparietti slapstick irresistibili che strizzano l’occhio alla comicità d’azione di Jackie Chan, e soprattutto alla complessità tutta orientale nel creare l’architettura dello scontro corpo a corpo, mai banale rissa da bar ma sempre incline ad uno sguardo da passo a due adrenalinico e fatale. Una regia così ispirata è coadiuvata da una fotografia patinata e satura che si sposa alla perfezione con l’ambientazione scelta – Tokyo e il Giappone –, sfruttando i suggestivi punti di forza della cultura del Sol Levante: modernità, design, K-Pop style e manga plasmano la forma fino a diventarne parte, con i caratteri giapponesi che introducono i singoli protagonisti tra le “grida” sgargianti di colori fluo.

Anche la sceneggiatura, che potrebbe rischiare di scivolare mestamente nel dimenticatoio in un film così centrato sul ruolo delle immagini, trova invece un ispirato (ancora una volta) equilibrio tra umorismo, azione e profondità: c’è un significato profondo che emerge dopo tutto il rumore prodotto in Bullet Train e non è nemmeno così scontato. L’essere umano non può controllare il proprio destino, ma è comunque la fortuna – intesa proprio come la Tyche greca – a controllare gli eventi e la piega che essi assumono; la fortuna e la sfortuna sono solo due modi che l’universo ha per palesare la propria volontà. E questa lezione, chiara fin dalle prime scene del film, viene ribadita per 126 minuti tra coincidenze e incontri che non sono frutto del caso, ma di un preciso disegno degli eventi, degli uomini e… dello sceneggiatore Zak Olkewicz, che dimostra di avere una chiara visione d’insieme di una storia forse scontata, ma permeata di un umorismo pungente e irresistibile, brillante e mai banale, sboccato al punto giusto e incalzante come il ritmo dell’intero script.

Azione e umorismo immortalati insieme in un fitto dialogo, stretti in un avvincente paso doble reso possibile dalla capacità di evocare personaggi credibili pur nel loro eccesso, inclini ad una parvenza di realismo nonostante in Bullet Train, di realismo, ce ne sia molto poco: è fin dal setup che il pubblico si appassiona a Ladybug, Tangerine, Lemon e perfino alla mefistofelica Prince perché queste figurine (di carta) con dei buffi nomignoli, nonostante la loro bidimensionalità, hanno uno spessore che li rende affascinanti, letali e complessi come veri attori alla ribalta di una tragedia che tra inganni e tradimenti si consuma tra i vagoni di un treno giapponese.

Anzi, con quei soprannomi creativi e la loro appartenenza al sottobosco criminale, fanno tornare subito alla mente i fasti dei “cani da rapina” di Quentin Tarantino, quei protagonisti de Le Iene che proiettano anche Bullet Train in un universo pulp analogo tra eccessi e violenza grafica, risate, wuxia e fiotti di sangue che omaggiano, nel miglior modo possibile, tanto la rilettura post moderna tarantiniana del pulp quanto le origini, quel legame inscindibile che lega il (macro) genere al fumetto dozzinale, alla meravigliosa “spazzatura” di serie B destinata al grande pubblico, un tempo avido di avventure e intrattenimento.

Bullet Train è, quindi, un’opera pulp contemporanea che rielabora, in modo brillante, la lunga tradizione cinematografica che l’ha preceduta; per farlo e per smarcarsi definitivamente da banali reinterpretazioni mainstream (un po’ come accaduto con il recente The Gray Man), si affida all’eccesso e all’iperbole, al crescendo di paradossi difficili da arrestare che non possono far altro che crescere e continuare ancora a crescere, fino ad una pirotecnica esplosione finale nella quale tutti i nodi vengono al pettine e lo spettatore (esaltato) esclama: “È già finito? Possiamo rifarlo daccapo?”.

Guarda il trailer ufficiale di Bullet Train

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Bullet Train è un’opera pulp contemporanea che rielabora, in modo brillante, la lunga tradizione cinematografica che l’ha preceduta; per farlo e per smarcarsi definitivamente da banali reinterpretazioni mainstream, si affida all'eccesso e all'iperbole, al crescendo di paradossi difficili da arrestare che non possono far altro che crescere e continuare ancora a crescere, fino ad una pirotecnica esplosione finale nella quale tutti i nodi vengono al pettine e lo spettatore (esaltato) esclama: “È già finito? Possiamo rifarlo daccapo?” 
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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Bullet Train è un’opera pulp contemporanea che rielabora, in modo brillante, la lunga tradizione cinematografica che l’ha preceduta; per farlo e per smarcarsi definitivamente da banali reinterpretazioni mainstream, si affida all'eccesso e all'iperbole, al crescendo di paradossi difficili da arrestare che non possono far altro che crescere e continuare ancora a crescere, fino ad una pirotecnica esplosione finale nella quale tutti i nodi vengono al pettine e lo spettatore (esaltato) esclama: “È già finito? Possiamo rifarlo daccapo?” Bullet Train, recensione del nuovo film di David Leitch con Brad Pitt