venerdì, Dicembre 9, 2022
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Black Parthenope, recensione del film di Alessandro Giglio con Marta Gastini

La recensione di Black Parthenope, esordio alla regia di Alessandro Giglio con Marta Gastini e Jenna Thiam. Dal 2 giugno al cinema.

Barocco …and then there were none “scalciante” nel ventre di Napoli, verso Black Parthenope non si può provare che simpatia. È poca cosa, come una ciù ciù sciolta in fretta sul palato, eppure lascia lo stesso amabile, lieve sapore. Anfratti gocciolanti, fuochi fatui, corridoi ad arco levigati dai secoli, presenze pagane, fatali cupidigie, un istrionico “nocchiero” sospeso fra realtà opposte (Luce e Tenebra, Castigo e Clemenza, Fatto e Fantasia) ma che talvolta si bilanciano e si compenetrano, dimenticate riprese in 16mm dove sonnecchiano spettri pronti a uscir fuori, a rivolgere un dito accusatore contro la platea per poi assalirla, come avveniva nei macabri spettacoli di fine XVIII sec. inscenati da Robertson o dal danese Walgenstein… “merce” preziosa, dunque, per lo spettatore a caccia di nuovi incubi di celluloide nelle sale estive; spettatore magari prevenuto sulla carente “visionarietà” del cinema italiano quando quest’ultimo, sottovoce, lento ma costante, sta invece ringiovanendo in volto nel segno del Mystery, dell’Eccesso, dell’Assurdo, purissimo intrattenimento. Accanto al messinese Massimo Coglitore, il grossetano Stefano Lodovichi, i romani Giordano Giulivi e Gabriele Mainetti, il barese Roberto De Feo e l’anconetano Beniamino Catena si aggiunge, dunque, il partenopeo Alessandro Giglio (classe ’76, diversi videoclip all’attivo e alcune regie teatrali, ha scritto Twins, il nuovo lavoro di Lamberto Bava con Gérard Depardieu, attualmente in post-produzione) fra i cineasti di casa nostra che, nel recente quinquennio, portano avanti la salutare (comunque ancora quieta) “cura”.

«Voi Bonnet siete solo degli arroganti». Molte volte Cécile (Jenna Thiam, la vedemmo in Capri-Revolution di Martone), figlia di un magnate belga del settore edilizio, ha udito il nome di famiglia in simili commenti ed è pronta a ben di peggio visto che l’avido padre si è imbarcato in una nuova, losca speculazione: costruire una rete di parcheggi all’avanguardia con l’alibi della riqualificazione di un antichissimo complesso di rovine, acquedotti, passerelle, ossari e camere sepolcrali scavate nella roccia, celato quaranta metri sotto i piedi degli abitanti della capitale campana. Tutto è ormai pronto: Yannis (Maziar Firouzi), fratellastro di Cécile, il giovane guappo Antonio (Gianluca Di Gennaro), ultimo rampollo della famiglia che da generazioni ha in custodia lo storico sito, e obtorto collo Gennaro (Giovanni Esposito, la sua è la prova migliore), il quale ne è “Cicerone” e fedele guardiano, provvederanno al crollo; profumatamente pagato, il geom. Di Marino (Nicola Nocella) ne maschererà l’origine dolosa; non ultimi l’occhio di triglia, il caschetto “alla Louise Brooks” e il bel corpicino di Greta (Marta Gastini), assistente e amante del vecchio Bonnet, sapranno ungere a tempo debito la ruota della Giustizia. Manca all’appello tale Markus Lang (cognome che è tutta una “ballata”, espressionista si capisce): una forza ancestrale sepolta nelle viscere della terra gli ha forse dato il suo colpo di falce… e presto accadrà pure agli altri sei incauti intrallazzatori. Chi mai potrà udire le loro grida d’aiuto?

Varie le incertezze strutturali (pause e digressioni, accelerazioni e balzi sulla poltrona, non sempre ben dosati), quasi inevitabili in un’opera d’esordio, ma ciò che Black Parthenope (distribuito da ‘Volcano Pictures’) patisce più di tutto il resto è il doppiaggio: girato in lingua inglese, risulta evidentissimo nel film di Giglio lo scollamento fra la recitazione (buona) in presa diretta degli attori e la difficoltà degli stessi nel restituire, a posteriori, ai propri corpi e volti (e quindi riprodurre al leggio) lo studio compiuto sul personaggio davanti alla macchina da presa. Il timore del microfono e dell’andare o meno a sincrono (strumenti non abituali: non sono, infatti, doppiatori di professione) prevale sulla necessità di “ritornare” sull’interpretazione, sulla prestazione emotiva offerta in scena… e l’esito, piange il cuore scriverlo, sa di dilettantesca e spesso involontariamente comica “imitazione”.

Tuttavia il pubblico soprassiederà volentieri poiché, fin dall’inizio, avrà occhi soltanto per… l’ambientazione. Moderni “prestigiatori da fiera”, la scenografa Antonella Di Martino (Bella e perduta) e il direttore della fotografia Federico Annicchiarico (tra le sue collaborazioni ricordiamo il documentario Alida di Mimmo Verdesca) e il supervisore ai trucchi ottici Matteo Quintili, pur muovendosi in spazi preesistenti, di per sé già fortemente evocativi (es. il Cimitero delle Fontanelle, la piscina Mirabilis di Bacoli, le cave di tufo nel cuore della collina di Posillipo, l’Acquedotto Augusteo del Serino, il Tunnel Borbonico), compongono, tassello dopo tassello, un unico, allucinatorio microcosmo assai vicino alle Carceri piranesiane: una fitta trama di contrafforti e scale spiraliformi, ovunque carcasse di corriere del Primo Dopoguerra, portacandele, specchiere anamorfiche, cassepanche tarlate, tavoli in pietra lavica scheggiati o coperti di ragnatele. Nella parte centrale prende, poi, forma la sequenza più bella: una ripresa ad altezza terra segue Cécile in fuga per poi “abbandonarla” e arrestarsi su una mappa ingiallita del complesso sotterraneo; segue una serie di dissolvenze incrociate mediante la quale le immagini reali cedono il passo a un disegno animato, stile “graphical painting”, memore delle creazioni del moscovita Anatolij Petrov (1937-2010). La “catabasi” della protagonista diviene così, al tempo stesso, una discesa negli abissi del Settima Arte e il “filmino rivelatore” sulla genesi del “Munaciello”, lo spauracchio della nostra storia, ricalca senza dubbio la più triste letteratura d’appendice immortalata su pellicola dalla pionieristica “Partenope Film” (1914-1918) di Roberto Troncone.

«Se il Sacro esulasse dal mondo, esso cadrebbe in cenere: deve dunque conservarsi inviolabile nelle tradizioni e negli usi» sussurra, in fondo (e non estraneo ad un’inquietante ambiguità), il regista ma ciò non gli impedisce di divertirsi e, se si è disposti a seguirlo, far divertire. Volendo un po’ scherzare, se mai nascesse una rubrica intitolata “Mezzanotte di cuoco”, Giglio presenterebbe così il suo “piatto”: prendete il romanzo Il labirinto oscuro (1947-‘58) di Lawrence Durrell e “iniettatene” il dedalo cretese e la bieca comitiva nelle inesplorate, vaste arterie della Ninfa Partenope; cambiate poi lo Spirito del Minotauro con ‘O Munaciello, accentuandone malignità e destrezza così da farlo somigliare all’invulnerabile frate-sicario de I fiumi di porpora 2 – Gli angeli dell’Apocalisse. Mescolate ben bene il tutto e servitelo, caldo, nella “terrina” di Francesco Mastriani (1819-1891) con le sue fluviali, ineguagliate pagine di assassinii, infamie e oscuri anatemi. Bon appétit!

Se Black Parthenope vi è piaciuto, apprezzerete anche: …e poi, non ne rimase nessuno (‘74) di Peter Collinson, The Cave – Il nascondiglio del Diavolo (2005) di Bruce Hunt e Devil (2010) di J. E. Dowdle. Si consigliano, inoltre, queste intriganti letture: Napoli nel cinema di Paliotti e Grano (Marotta & Cafiero; 2006), Napoli, la città velata di Maurizio Ponticello (Controcorrente; 2007).

Guarda il trailer ufficiale di Black Parthenope

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Fin dalla sua prima comparsa, il pubblico avrà occhi solo per l’ambientazione di Black Parthenope: moderno “prestigiatore da fiera”, Alessandro Giglio si diverte e fa divertire tessendo un personalissimo “Dieci piccoli indiani” scalciante nel ventre di Napoli, aiutato dal notevole lavoro di Antonella Di Martino, Federico Annicchiarico e Matteo Quintili. Per una serata “da brividi”.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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