domenica, Febbraio 5, 2023
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Black Panther: Wakanda Forever, recensione del film di Ryan Coogler

La recensione di Black Panther: Wakanda Forever, il film dei Marvel Studios diretto da Ryan Coogler. Nelle sale dal 9 novembre.

Black Panther: Wakanda Forever arriva a conclusione della Fase 4 del MCU, la più travagliata – ad oggi – dell’ormai longevo franchise di successo. Una fase di passaggio tra quello che è stato e quello che sta diventando il Marvel Cinematic Universe, sempre più interessato ormai ad espandere il proprio tessuto narrativo anche – e soprattutto – al mondo della serialità, con risultati particolarmente degni di nota (pensiamo alla serie WandaVision o ai film Spider-Man: No Way Home e Doctor Strange nel Multiverso della Follia) e altri che si sono invece rivelati alquanto deludenti (Moon Knight e Thor: Love and Thunder su tutti).

Se c’è però un merito che è impossibile non riconoscere a questa “problematica” Fase 4 – la prima della cosiddetta “Saga del Multiverso” (che si concluderà con le Fasi 5 e 6, in programma tra il 2023 e il 2026) – è quello di aver osato tanto nella mescolanza dei generi quanto nella rappresentazione dei personaggi, introducendone di nuovi e caratterizzandone con sfumature inedite tutti gli altri. In entrambi i casi, negli ultimi due anni i Marvel Studios si sono addossati un enorme rischio, costretti in qualche modo a ribaltare un universo che, inevitabilmente, non poteva più essere uguale a sé stesso, o comunque a quello che il pubblico ha scoperto, conosciuto e amato negli ultimi 12 anni.

In tal senso, il sequel di Black Panther rappresentava una delle sfide più grandi che Kevin Feige e soci abbiano mai dovuto affrontare. E questo perché non era mai successo prima che il secondo capitolo di una serie di film incentrati su un determinato supereroe si ritrovasse a dover fare i conti con l’assenza di chi quel personaggio l’aveva incarnato mirabilmente. Sappiamo tutti della tragica scomparsa di Chadwick Boseman, interprete di T’Challa/Black Panther nel primo film del 2018, ed è proprio attorno a questo tragico evento che i Marvel Studios hanno dovuto (ri)costruire non solo i toni e le atmosfere, ma anche gli intenti di questo sequel, azzerando totalmente i tradizionali confini tra realtà e finzione, in modo da far combaciare il dolore effettivo, tangibile, con quello della narrazione cinematografica.

Perché Wakanda Forever rappresenta proprio questo: l’esigenza di raccontare una storia non solo per riflettere su un pesante lascito testamentario, ma anche per esorcizzare una sofferenza collettiva, cercando di superarla proprio tramite l’esperienza della condivisione dentro e fuori lo schermo, per arrivare così a metabolizzare il lutto, chiudere con un passato malinconico e guardare ad un futuro radioso. Questo è quello che provano a fare tutti i personaggi del film, a cominciare da quello di Shuri, la sorella di T’Challa interpretata da Letitia Wright, centro nevralgico di questa nuova storia, che dopo la morte dell’amato fratello si ritroverà a dover prendere in mano non solo le redini di una nazione, ma anche quelle della propria vita, nella speranza di riuscire a contrastare una nuova pericolosissima minaccia.

Un sequel meno incisivo del suo predecessore

A conti fatti, Black Panther: Wakanda Forever sembra rispecchiare un po’ le caratteristiche che – nel bene e nel male – hanno definito la fase del MCU a cui lo stesso film appartiene: il sequel di Ryan Coogler potrebbe tranquillamente essere definito una sorta di rito di passaggio, necessario a costruire un ponte tra un passato al quale poter sempre guardare con tenerezza e un futuro che possa essere il più prospero possibile. L’omaggio al ricordo di Boseman è più sentito che mai e va ad impreziosire anche il più misterioso dei dettagli, sia dal punto di vista narrativo che da quello della messa in scena.

La morte dell’attore statunitense nella realtà e del personaggio di T’Challa sul grande schermo hanno spinto il regista e Joe Robert Cole (che firmano di nuovo a quattro mani la sceneggiatura) a confrontarsi con tematiche particolarmente delicate: il fulcro della storia diventa la morte, così come il dolore e l’elaborazione del lutto, che aleggiano come uno spettro su eventi e personaggi, giustificandone cause e conseguenze, azioni e motivazioni. Dove c’è la palese volontà di non esacerbare mai un dolore al fine di provocare un emozione del tutto gratuita, però, c’è anche la palpabile mancanza di un assetto drammatico autentico e concreto, in grado di dare vita a momenti realmente suggestivi o toccanti.

Wakanda Forever tende a rimanere vittima del suo voler essere fin troppo ambizioso, tante sono le dinamiche da sviscerare, le parentesi da aprire e chiudere, i personaggi da ridefinire e da introdurre (come ad esempio Riri Williams/Ironheart, interpretata da Dominique Thorne, che in futuro sarà protagonista di una serie a lei interamente dedicata, in arrivo su Disney+). Ciò si traduce in uno squilibrio strutturale che grava pesantemente sul ritmo generale della narrazione, impedendo allo spettatore di lasciarsi veramente coinvolgere dal susseguirsi dei numerosi avvenimenti, tra i quali sembra esserci spesso poca compattezza.

Tuttavia, ci sono anche diversi elementi che conferisco a questo sequel un discreto fascino e che sarebbe ingiusto non menzionare: sicuramente l’importanza che assumono tutti i personaggi femminili (non solo Shuri, ma anche Ramonda/Angela Bassett, Nakia/Lupita Nyong’o e il gruppo delle Dora Milaje), ma anche la chiarezza e la precisione che contraddistinguono le scene d’azione, oltre all’aspetto lussureggiante che assumono le nazioni – in conflitto – del Wakanda e di Talocan (in realtà molto più simili di quanto si possa immaginare). Ultimo, ma non meno importante, il talento e il fascino magnetico di Tenoch Huerta, attore messicano noto per la serie Narcos: Messico, che conferisce al suo Namor, il re di Talocan, una dose mai eccessiva di grinta e autorevolezza (sopperendo così ad una scrittura che non riesce mai veramente a renderlo un antagonista di rilievo).

C’è indubbiamente una certa delicatezza nel modo in cui Coogler confonde in maniera raffinata i confini tra il reale e l’immaginario, permettendo alle varie fasi di elaborazione del lutto e del dolore di definire la traiettoria della storia di Shuri e del popolo di Wakanda. Sfortunatamente, però, il sequel di Black Panther presenta un sovraffollamento di personaggi e situazioni che conferisce sempre più disomogeneità al film. Encomiabile è l’appassionato omaggio a Chadwick Boseman e la volontà di volersi discostare da alcuni meccanismi stereotipici tipici delle precedenti ere Marvel, ma è fuori discussione che Wakanda Forever sia ben lontano dall’essere veramente incisivo come il suo predecessore, decisamente più illustre.

Guarda il trailer di Black Panther: Wakanda Forever 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Encomiabile è l'appassionato omaggio a Chadwick Boseman e la volontà di volersi discostare da alcuni meccanismi stereotipici tipici delle precedenti ere Marvel, ma è fuori discussione che Black Panther: Wakanda Forever sia ben lontano dall'essere veramente incisivo come il suo predecessore, decisamente più illustre. 
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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