sabato, Gennaio 28, 2023
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Alamar, recensione del documentario di Pedro González-Rubio

Alamar è il nuovo film di Pedro González-Rubio, documentarista che si è fatto conoscere nel circuito festivaliero internazionale con le sue precedenti opere (come, ad esempio, Toro Negro) e che in questo caso torna, ancora una volta, a riflettere sul tema della famiglia ma soprattutto sul complesso rapporto tra padre e figlio, entrambi colti nella difficile ricerca della felicità.

Grazie alla distribuzione indipendente garantita da Ahora! Film, Barz and Hippo e Rossosegnale, Alamar è pronto a trasportare lo spettatore nella realtà sospesa e remota della splendida barriera corallina di Banco Chinchorro (Messico), un Eden incontaminato che permette ai due protagonisti della vicenda di scavare fin nel cuore del loro complesso rapporto recuperando un legame inscindibile con la natura selvaggia e mozzafiato che li circonda, ma che soprattutto cerca di sopravvivere all’incalzante arroganza degli uomini.

Jorge è messicano con antiche origini Maya; con la sua compagna italiana, Roberta, il legame è ormai giunto al capolinea. Pronto a tornare in Messico dal padre, un pescatore noto come Matraca che vive su una palafitta affacciata sul Banco Chinchorro, decide di passare un’estate in compagnia del figlioletto, Natan, proprio in quei luoghi incontaminati per insegnargli a vivere in stretto contatto con la natura, rispettandola e imparando la lezione più importante: che nessun addio è definitivo, e che la vera felicità si annida nelle piccole cose.

Lezione di vita prima ancora che di cinema, Alamar cattura lo spettatore grazie alle immagini mozzafiato degli incontaminati luoghi della barriera corallina, protagonisti della vicenda narrata insieme ai veri interpreti: Jorge, Natan, Matraca, i pescatori del villaggio, Roberta, tutte pedine che si muovono sulla grande scacchiera della vita, pezzi di un gioco talmente imponente – il Destino stesso – che finiscono per subire irrimediabilmente, cercando piuttosto un compromesso per scendere a patti con l’esistenza, accettando gli eventi e la loro ineluttabilità.

Le piccole cose nascondono il segreto della felicità, trasformandosi – grazie alla regia di González-Rubio – in una laconica elegia, una triste bossa nova dal ritmo esotico, dolce come una ninna nanna ma malinconica proprio come una vecchia canzone. Il regista ha scelto di raccontare l’intera vicenda condividendo il punto di vista del bambino, del piccolo Natan, che viene coinvolto dal padre in questo viaggio verso le proprie origini per ri-appropriarsi dei veri valori della vita, e per capire che ogni separazione non è mai una fine ma un nuovo inizio.

Natan si muove, libero e indipendente, sospeso tra due mondi, tra il Messico incontaminato e la civiltà metropolitana romana ma nonostante tutto è scevro da qualunque pregiudizio: ogni posto può essere casa, l’importante è condividere quei momenti di felicità con le persone giuste.

Girato con un budget bassissimo e in digitale, con una troupe costituita solo dal regista e dal fonico, Alamar rappresenta un complesso e raffinato ibrido tra fiction e realtà, documentarismo d’autore e narrazione del reale tramite la macchina da presa.

Raffinata e pulsante, la regia di González-Rubio non solo pone l’attenzione sui sentimenti e sulle relazioni che legano gli esseri umani, ma accende i riflettori del mondo su una realtà naturalistica – quella, appunto, del Banco Chinchorro – dichiarato Riserva Naturale della Biosfera dall’UNESCO nel 1996, ma che ancora attende di essere dichiarato Patrimonio dell’Umanità.

Guarda il trailer ufficiale di Alamar

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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