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Ada, recensione del film di Kira Kovalenko

La recensione di Ada, opera seconda della regista e sceneggiatrice russa Kira Kovalenko, co protagonista Milana Aguzarova. Dal 14 luglio al cinema.

Il laboratorio di regia tenuto da Alexander Sokurov all’Università di Cabardino-Balcaria continua a donarci nuovi frutti. Aspri, salutari. Alle voci di Kantemir Balagov (La ragazza d’autunno), Alexander Zolotukhin (Mal’chik russkij; trad. “Ragazzo russo”) e Vladimir Bitokov (Glubokije reki; trad. “Fiumi profondi”) si sovrappone così, armonicamente ma decisa, quella di Kira Kovalenko. Fattezze che si imprimono bene in mente, un po’ Valentina Cortese un po’ Anne Wiazemsky, lunghe ciocche rosso granata, questa giovane cineasta originaria di Nal’čik vanta già nel “carniere” interessanti corti e un non meno vigoroso esordio sul grande schermo, risalente al 2016: Sofichka, tratto da un classico della letteratura abcasiana, l’omonimo romanzo breve di Fazil’ Iskander; una felice commistione di tensione epica e sensibilità antropologica salutata con entusiasmo alla XVa edizione dell’International Debut Film Festival «The Spirit of Fire» di Chanty-Mansijsk. L’opera seconda, si sa, è la più rischiosa, vulnerabile: Ada (Razzhimaja kulaki in originale; lib. trad. “A pugni schiusi”) non sfugge alla regola.

Di per sé è già un azzardo (e un piccolo miracolo) che Movies Inspired abbia scelto di distribuire la pellicola in Italia, aldilà del prestigioso premio assegnatole allo scorso Festival di Cannes (sezione ‘Un certain regard’): raramente, infatti, si è percepito nelle filmografie (europee, orientali o a stelle e strisce) degli ultimi anni uno sguardo così torvo, radicale e inflessibile gettato sui rapporti famigliari. Il mestiere del Genitore, sogghignava l’occhialuto liceale di un film horror, è un «lavoretto da Erode»: oscurare il Sole ai figli se mai la sua vista consentisse loro di far luce sull’essenza profonda delle cose; far sì che restino per sempre “maleodorantemente” bambini nascondendogli, con la scusa che possa sciuparsi, il passaporto per la vita; impedire che escano dall’utero cucendone, letteralmente e simbolicamente, l’ingresso di modo che la fine, quando giungerà, abbia per loro lo stesso lenitivo suono e il calore ingannevolmente benigno del principio. Tutto questo, pare quasi gridare la Kovalenko, caratterizza la Famiglia e senza posa lo farà, ad ogni latitudine. Nel nostro paese, dove le sale estive sono dominate da roboanti F-14 e sauri antidiluviani, ma soprattutto dove ancora si canticchia, sottovoce, tremanti ma convinti, a 30 come a 70 anni, “Mamma son tanto felice / Viver lontano, perché?” come potrebbe essere accolta dal pubblico un’opera del genere?

Bisognerebbe fuggire lontano, certo. Ma è inutile. Il Genitore non si lascia né lui vorrebbe lasciare noi: esso (il Padre, nel caso in esame) è destinato a ritornare sotto le mentite spoglie del moroso, forse futuro marito o forse no, il quale ne erediterà non solo il vezzo di decidere al posto nostro ma addirittura… il “profumo”. «Hai l’odore di papà» bisbiglia Ada (Milana Aguzarova, occhi di bimba, incerte movenze da sirena da poco mutata in umana: sentiremo ancora il suo nome) del primo amore Akim (Soslan Khugayev), confusa, stretta stretta a lui mentre, sul centauro, i due corrono veloci verso l’ignoto, senza mai voltarsi indietro, magari per timore di cambiarsi in statue di sale. Cosa si lasciano alle spalle? Mizur, piccolo borgo minerario nel Caucaso del Nord, in cui Ada lavorava come commessa d’emporio, vendendo dolciumi e misere scarpine da ballo che non conosceranno mai alcun palcoscenico mentre tutt’intorno è solo piscio, calcinacci, colpi di scacciacani esplosi per gioco dai ragazzini di strada contro mura fatiscenti; il fratello minore, Dakko (Hetag Bibilov), semidiota atterrito da strani incubi il quale non è da escludere che abbia capito tutto, prima e più di tutti i cosiddetti “sani”… e, appunto, l’anziano padre Zaur (Alik Karaev), manovale, vedovo taciturno, chiuso in sé stesso, colpito da un attacco ischemico proprio nel bel mezzo di un abbraccio che, per poche, temibili ore, si tramuterà per Ada in una sorta di “castigo arcaico” non dissimile a quello che infliggevano gli Etruschi legando, vivi, gli incriminati ad un cadavere per poi seppellirli.

Sotto vari aspetti Ada può ricordare due precedenti film: Come pietra paziente di Atiq Rahimi e Dio è donna e si chiama Petrunija di Teona Strugar Mitevska. Dal primo la Kovalenko (autrice della sceneggiatura insieme a Ljubov’ Mulmenko e Anton Yarush) mutua la malinconica idea che il duello / confronto con l’Autorità (sia essa religiosa, politica, maritale o paterna) possa aver luogo (uscendone relativamente “vittoriosi”) quando quest’ultima è “paralizzata”, inerme, costretta quindi finalmente ad ascoltarci; del secondo ritornano il disagio di un cuore incorrotto, di un animo “non conciliabile” scagliati nel mondo di fuori, manesco e ignorante, e non ultimo, benché espresso in una forma più sottile e non subito intuibile, il rimpianto per una Bellezza e un’Innocenza pagane, perfino della stessa ancestrale perfezione ed unità fisica quando gli uomini non mancavano di nulla e non v’era distinzione tra maschio e femmina.

Qui risiede l’aspetto più intrigante della messa in scena. Nel film della Mitevska ciò veniva suggerito dalla presenza di un manichino, simulacro desideroso di colmare la propria parte mancante. Viceversa, in Ada lo spettatore partecipa a un sensuale, “liberatorio” episodio di bagno notturno in una sorgente termale, tra corpi fumanti e gioiosi sfoghi (come nelle “feste fluviali” di Tarkovskij e Kusturica), e così del “segreto” che la timida protagonista nasconde sotto l’inguine (in realtà, un’infezione urinaria che il padre non vuol farle curare ma la cui reticenza si ammanta, involontariamente, di un’atmosfera a tratti “ermafroditica”).

I pugni di Kira Kovalenko sono ben chiusi e non in tasca, altro che storie! Non le manca la risolutezza né l’immaginazione come dimostrano le suggestioni su elencate – alle quali vanno aggiunte: la spettrale bambolina col velo da sposa legata al cofano di un auto, il passaggio in cui Tamik (Arsen Khetagurov), goffo garzone dell’emporio, copre di baci l’ombelico di Ada, rileggendo alla sua maniera, “animalesca” e insieme tenera, una delle pagine più note del Cantico dei Cantici – tuttavia, al contrario di Sofichka, l’esordio di cinque anni fa, la narrazione è stavolta più faticosa, non avvince e l’emozione troppo spesso latita. Era lecito attendersi molto di più. Attendiamo, dunque, la regista e il suo impegno alla prossima, più matura occasione. Si segnala la fotografia di Pavel Fomintsev (noto in patria per la serie tv Anna German).

Guarda il trailer ufficiale di Ada

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Opus n. 2 della talentuosa Kira Kovalenko, ad Ada non manca la risolutezza né l’immaginazione come dimostrano il duro sguardo gettato sui vincoli famigliari, a qualunque latitudine, e le molte suggestioni tematiche (e figurative). La narrazione è, tuttavia, più debole rispetto all’esordio e l’emozione scarseggia. Toccante, comunque, l’interpretazione di Milana Aguzarova.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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