domenica, Dicembre 4, 2022
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RomaFF16: Quentin Tarantino si racconta tra cinema e scrittura

Quentin Tarantino, che ha ricevuto il Premio alla Carriera di RomaFF16, ha ripercorso con la stampa la sua carriera tra cinema e scrittura.

Quentin Tarantino è uno di quei pochi registi che si è trasformato con il tempo in un aggettivo, come a voler identificare un determinato genere – o gusto – cinematografico. Forse il premio più prestigioso (tra i tanti ricevuti nel corso della sua carriera) per questo eterno ragazzo del Tennessee, appassionato di film e pop culture, dotato di un’immaginazione iperattiva talmente forte e determinata da influenzare la Settima Arte degli anni ’90, ridefinendone i contorni e gli scenari e dando vita a una serie di nuovi, arditi quanto rischiosi esperimenti nei territori del pulp e della contaminazione tra i generi, dando la possibilità ad altri coetanei ed epigoni di esprimersi e di trovare il proprio posto sotto il sole di Hollywood.

Oggi, con nove film alle spalle e un decimo che dovrebbe sancire la fine della sua carriera come regista prima di un “buen retiro” (si parla di un possibile sequel del dittico di Kill Bill, sancendo in tal modo la nascita di una trilogia, quanto di uno spaghetti western), Quentin Tarantino è un’icona indiscussa che continua ad affascinare il suo pubblico tra film e sprazzi creativi, come ha dimostrato con l’uscita del suo primo romanzo C’era una volta a Hollywood, che già nel titolo dichiara la sua appartenenza all’universo messo in piedi con il suo ultimo film. Un “Tarantino-verse” in continua espansione, come ha dichiarato lui stesso nella cornice della 16esima Festa del Cinema di Roma, dove ha ricevuto un prestigioso Premio alla Carriera direttamente dalle mani di uno dei suoi mentori, il “maestro dell’horror” Dario Argento.

«Tutto ha avuto inizio quando, negli anni ’70 e ’80, ho iniziato a leggere i primi romanzi tratti da film. Mi piacevano molto e spesso scoprivo, grazie a questi, delle opere che non avevo nemmeno mai visto. Poi due o tre anni fa ho iniziato a rileggerne qualcuno e, più andavo avanti, più pensavo… “Ma che gran figata!” così mi è venuto in mente di fare qualcosa di simile anche per uno dei miei film, ricollegandomi in tal modo ad un discorso che faccio da sempre sull’arte alta e bassa. Ecco, questi libri appartengono alla forma più bassa di letteratura, rasentiamo il trash perché è tratta da film, e la mia prima scelta – pescando tra i miei – è stata Le Iene. Lo vedevo già su uno scaffale dei libri crime. Ma… mi sono ricordato di colpo di tutto il materiale che avevo raccolto mentre lavoravo su C’era una volta a Hollywood. Così mi sono detto “perché no? Perché non espandere quell’universo?”».

Quentin Tarantino è un fiume in piena di riflessioni e aneddoti sul cinema: la sua conversazione, brillante ed impetuosa, divertente e inarrestabile, travolge il pubblico fino a trasformarlo in una parte attiva del discorso, instaurando con lui un dialogo attivo identico a quello stesso processo di fascinazione che riesce ad esercitare attraverso i suoi film, diventati dei cult fin dalla loro prima uscita negli anni ’90. Ma non è sempre stato idilliaco il rapporto con la critica, o comunque con l’opinione pubblica che ha accolto le sue opere alla loro uscita. Si parla di una creatività che è “libertà e provocazione” per i suoi film, in risposta anche alle critiche odierne figlie di una società che inizia ad osteggiare il politicamente scorretto:

«Fare dei film oggi è più difficile ma non impossibile: bisogna volerlo fare credendo sempre nei propri principi senza preoccuparsi se alla gente piacerà o meno la proprio opera. Ricordo che quando è uscito Pulp Fiction, la stampa ci aveva riservato un’accoglienza positiva ma c’erano stati anche dei critici severi che lo avevano giudicato severamente, ridimensionandolo. Ma rileggendo oggi quelle critiche, a distanza di anni, mi sono reso conto che non bisogna prendersela troppo, perché se si continua a parlare ancora di un film vuol dire che ne vale la pena, che vale la pena parlarne nonostante le critiche poco lusinghiere e le opinioni discordi. Credo che una delle conseguenze principali dell’uscita nelle sale di Pulp Fiction, negli anni ’90, sia stata quella di inaugurare un periodo più permissivo e sperimentale per il cinema, lontano dai tempi repressivi degli anni ’80. Se fosse arrivato tutto in ritardo, sul finire degli anni ’90, sono convinto che la risposta – anche da parte della stampa – sarebbe stata più severa e, appunto, meno permissiva».

Il cinema di Quentin Tarantino è sempre ruotato intorno a dei capisaldi, punti fermi imprescindibili che sono tornati innumerevoli volte nei suoi filmi – dal debutto con Le Iene fino ai western e all’ultimo C’era una volta a Hollywood – e che vanno dalla revisione della Storia, la capacità di agire sul tempo cambiandone le sorti, oltre al fascino per i generi e per il cinema italiano di genere, fino all’amore incondizionato per la macchina cinema stessa, un amore che lo accompagna fin da quando lavorava come commesso in una videoteca californiana. E a chi gli chiede se il cinema è morto – soprattutto dopo la pandemia – Tarantino risponde:

«Credo che sia impossibile rispondere a una domanda simile. Io a Los Angeles ho acquistato ben due sale cinematografiche dove proiettiamo film revival, e dopo la pandemia stiamo vedendo un’affluenza incredibile con le sale piene tutte le sere. Io non credo che sia morto – altrimenti non avrei comprato un’altra sala! – ma siamo al livello di una “boutique di nicchia”. Se invece parliamo del mondo mainstream, beh… non so se tornerà ai livelli di prima, dobbiamo vedere. So solo che noi siamo stati fortunati a poter girare C’era una volta a Hollywood nel 2019. Siamo stati come… come un uccello che attraversa una finestra prima che quest’ultima si chiuda, schiacciando qualche piuma. Abbiamo attraversato in tempo quella finestra».

Uno degli aspetti più interessanti del processo creativo di Quentin Tarantino si annida proprio nell’importanza che dà alla scrittura, al tempo che dedica alla fase preliminare per la creazione di un film e su come, spesso, siano i personaggi stessi – e le storie – a sorprenderlo in corsa, suggerendogli esiti inattesi. Ad esempio, le sue famose “riscritture” della Storia – la seconda guerra mondiale, la schiavitù in America e il massacro di Cielo Drive nel 1969 – nascono in modo del tutto casuale mentre è immerso nella stesura della sceneggiatura: è proprio mentre è immerso in quel flusso che, di solito, decide come andranno gli eventi e cosa succederà, sorprendendosi da solo. Ovviamente qualcuno potrebbe obiettare, perché gli esiti di questo processo sono sempre molto simili, portatori sani di una variabile impazzita che finisce per plasmare i finali di film come Bastardi senza gloria, Django Unchained e C’era una volta a Hollywood. Ma ai detrattori Tarantino sa bene cosa rispondere: «quello è il mio finale, l’ho inventato io e posso farlo! Me lo posso permettere ogni volta che mi pare», ovviamente ridendo.

«Quando scrivo un mio film» ha poi continuato Tarantino, tornando serio «non penso mai al film stesso ma alla pagina bianca che ho davanti, alla carta, alla penna e al tavolo dove scrivo. Quello che conta è la qualità narrativa dei personaggi, scoprire chi sono e come sono arrivati fino ad un certo punto e poi come svilupperanno la narrazione. Prima penso in termini narrativi, poi solo quando sono sul set inizio a ragionare in termini registici: prima conta scoprire la storia e i personaggi, poi quando arriva il momento di girare tutto è già dato per scontato e iniziare a pensare a come girare le singole scene dal punto di vista tecnico, scegliendo le inquadrature. Ci sono tanti personaggi che ho creato nella mia carriera: alcuni li ho amati – ad esempio Cliff Booth – per altri invece nutro compassione o addirittura odio, come per Calvin Candie e Rick Dalton. Ma di una cosa sono sicuro: non è detto che se mi piacciono, ci devo per forza anche passare del tempo insieme, perché non ho mai creato dei mondi nei quali vivrei».

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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