venerdì, Febbraio 3, 2023
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Pinocchio, Matteo Garrone: “La mia versione di un classico universale”

Pinocchio è l’atteso nuovo progetto che vede protagonista il regista Matteo Garrone: uno dei più talentuosi cineasti italiani della contemporaneità torna dietro la macchina da presa in un adattamento dell’immortale capolavoro scritto da Collodi, realizzando una nuova versione che vede – davanti alla macchina da presa – la presenza di attori come il Premio Oscar Roberto Benigni, Massimo Ceccherini, Rocco Papaleo, Massimiliano e Gianfranco Gallo, Teco Celio insieme ai giovani Marine Vacht e Federico Ielapi, rispettivamente nei panni della Fata Turchina e del protagonista Pinocchio, burattino ostinato con il desiderio di diventare un bambino vero.

Un adattamento che, per il regista, rappresenta una vera e propria sfida con un classico della letteratura e con un intero immaginario collettivo: sulle sue spalle aleggia ancora l’ombra dell’immortale Pinocchio di Comencini quanto dell’ultimo tentativo portato sul grande schermo da Benigni stesso, che dai panni del burattino senza fili si è ritrovato a vestire quelli dell’affettuoso padre Geppetto. E proprio quest’ultimo, insieme al “demiurgo” Garrone, al piccolo protagonista Ielapi, alle due fatine Vacht e Alida Baldari Calabria (già presente nel cast di Dogman), alla coppia Ceccherini-Papaleo e al “mostro sacro” Proietti hanno presentato alla stampa il progetto, in uscita nelle sale il prossimo 19 Dicembre in oltre 600 copie.

A spiegare nel dettaglio la natura – e l’essenza – del nuovo Pinocchio oltre allo spirito che ha animato la collaborazione, orchestrando una crew di professionisti al servizio di una causa artistica, è stato proprio lo stesso Matteo Garrone, che si è rimesso al giudizio insindacabile del pubblico, l’unico che potrà decretare o meno il successo del film:

«Tutti noi siamo convinti di aver fatto del nostro meglio con questa nuova versione di Pinocchio; personalmente, ho iniziato a disegnare la storia di Pinocchio a 6 anni e da allora mi accompagna nella mia vita, sia come racconto che come idea. Come regista, quindi, non riuscivo a resistere alla tentazione di realizzarlo e ho avuto degli straordinari compagni di viaggio, perché tutti gli attori mi hanno aiutato a dar vita ai personaggi realizzando un film che ha in sé un personalissimo tocco comico, un taglio leggero che può risultare inedito. Attraverso uno dei miei precedenti film – Il Racconto dei Racconti – ho iniziato con ad esplorare il territorio del reale e del soprannaturale immortalati in quel limbo dove si mescolano insieme; ma qui in Pinocchio ogni fotogramma mi appartiene pur trattandosi, alla fine, di un film popolare che può arrivare a tutti e si rivolge a tutti; il nostro più grande sforzo è stato quello di riuscire a realizzare un prodotto che potesse far riscoprire un grande classico che è nell’immaginario di tutti ma che fosse ancora in grado d’incantare e sorprendere il pubblico, l’unico che deciderà se abbiamo vinto o meno questa scommessa.

Per quanto riguarda le citazioni e le suggestioni visive, molti potranno scorgere delle analogie con i lavori di registi come Tim Burton o John Landis: personalmente, posso ammettere che ammiro molto Burton ma qualunque tipo di rimando non è premeditato, in modo volontario non ho mai cercato di citarlo nel mio percorso registico. Al contrario sono stato ispirato dalle origini e da queste sono partito per realizzare l’assetto visivo del film: ad esempio ho preso come punto di riferimento Mazzanti, l’illustratore che lavorò con Collodi nella prima versione di Pinocchio; poi i Macchiaioli e ovviamente il Pinocchio di Comencini per le atmosfere e la realtà povera messa in scena. Con tutti gli attori poi abbiamo fatto un percorso insieme, partendo dalle suggestioni evocate da un bozzetto realizzato da Pietro Scola (nipote di Ettore, NdR); ad esempio, con Roberto siamo partita da questa immagine che mostrava come avevamo immaginato Geppetto nel film: un uomo segnato, vissuto, invecchiato e ho chiesto a Roberto di trasformarsi fisicamente, una cosa che non aveva mai fatto prima sul grande schermo: lui ha subito accettato di prendere parte a questo viaggio insieme, lanciandosi senza reticenze nel progetto.

Il fascino universale di Pinocchio risiede nel fatto che è una storia che può essere letta in mille modi diversi: la lettura parte in modo spontaneo come una profonda storia d’amore tra padre e figlio, con un “bambino” (di legno) che, attraverso i propri errori, capisce la redenzione e la forza dell’amore; ma è anche un bambino che non rispetta gli ordini o le regole, talmente indisciplinato che ogni bambino si può riconoscere nei suoi panni. Infine si tratta anche di una storia ricca di immagini e personaggi tipicamente italiani ma, allo stesso tempo, universali.

La forza del film è soprattutto nel fatto che è italiano al 100%, anche se spesso si ha uno sguardo non all’altezza Pinocchio andava fatto in Italia, con le giuste facce italiane che hanno reso la storia tanto commovente quanto divertente, grazie ad attori che hanno contribuito a rendere tutte queste sfumature, dimostrando tutti insieme – fin dall’inizio – di avere un profondo rispetto per Collodi. Come ogni opera audiovisiva, anche questa è il risultato di un lavoro di squadra e l’unico merito che, secondo me, ha un regista come me è quello di trovare le persone giuste, di assemblarle e poi di mettere insieme tutti questi talenti per realizzare un prodotto unico.» 

Alla fine del proprio discorso Garrone aggiunge alcune note riguardo alla sceneggiatura, scritta (e revisionata) a quattro mani con l’attore Massimo Ceccherini che ha definito il regista come la «sua Fata Turchina»:

«La collaborazione con Ceccherini sulla sceneggiatura è nata per caso mentre lavoravamo sul suo personaggio e così abbiamo finito per riscrivere le scene, rivedendole insieme; io mi ero avvicinato di più al testo di Collodi, ma con Massimo ho visto che potevamo cambiare dei dettagli che potevano rendere più divertenti le situazioni creando delle crepe comiche e un dando al racconto un tono più leggero, riconfermando il talento di Massimo e il suo ruolo fondamentale all’interno dell’economia di questa versione di Pinocchio.»

Ad arricchire il discorso è arrivato il contributo di Roberto Benigni, Premio Oscar per La Vita è Bella e a sua volta autore di un’altra versione di Pinocchio:

«Questo Pinocchio realizzato da Matteo è bellissimo ed è per tutti, semplicemente perché fa parte della nostra storia, è sempre davanti a noi e i famosi insegnamenti che suggerisce/impartisce fanno parte ormai della grande letteratura; per me è quasi un libro divinatorio più che una semplice fiaba, e poi è una storia d’amore tra un padre e un figlio, con Geppetto che è il padre più famoso di sempre insieme a San Giuseppe: entrambi falegnami, entrambi padri adottivi, c’è qualcosa di evangelico nel personaggio che interpreto.

Garrone è capace di realizzare delle immagini straordinarie degne delle grandi pitture che vanno dai Macchiaioli agli incubi di Bosch; ma, allo stesso tempo, sa anche raccontare con le immagini e questo elemento lo rende un grande regista capace di emozionare, commuovere e divertire allo stesso tempo. Questo Pinocchio è un grandissimo regalo per gli italiani ma anche per me, perché lo considero come il compimento di una carriera, considerando che è un prodotto che va dagli 8 agli 80 anni. Per calarmi nel migliore dei modi nel mio personaggio ho semplicemente seguito il sentiero tracciato da Matteo, che ha in sé sia la forza che la dolcezza, senza dimenticare la messa in scena di quella povertà che ricorda da vicini il tocco di Rossellini, elementi che lo rendono un regista sempre attento, pronto a fare del cinema come scrivendolo con la penna Biro.

Per quanto riguarda il discorso della povertà, credo che all’interno del libro di Pinocchio tra le parole più ripetute ci sono di sicuro dignità, povertà, miseria, umiltà, fame e babbo: il concetto di povertà è dignitoso e la vita, in quest’ottica, si trasforma in un miracolo; in ogni singola gag ad esempio c’è l’esempio di Chaplin, il grande padre di tutte le forme di povertà ed è proprio nella povertà che, appunto, diventa ricchezza che Pinocchio riesce a trasformarsi da burattino senza fili in bambino, guadagnando la vita che è la ricchezza più grande. Pinocchio è una storia che ormai va ben oltre il classico perché, a parte i semplici significati che offre la storia, c’è qualcosa che parte dal libro e tocca le corde più profonde della nostra anima; questo perché gli insegnamenti altrimenti sarebbero noiosi ma non qui, grazie alla volontà di Collodi d’insegnare ricorrendo a metafore, allegorie etc. Ci sono insegnamenti diretti e miliardi di colori, di emozioni e frecciate nascoste per un libro che va oltre le semplici pagine, permettendo in tal modo ad ognuno di ricostruirsi la propria, personale, versione di Pinocchio.»

L’ultima parola è toccata a Mark Coulier, anch’esso Premio Oscar e Prosthetic Make-Up Designer che ha realizzato i complessi trucchi che si vedono nel film, svelando in tal modo alcuni dettagli del proprio affascinante lavoro sul set:

«Quello affrontato con Pinocchio è stato avvero un viaggio impegnativo che ha presentato delle caratteristiche difficili per due motivi fondamentali: restare fedeli alla storia ed a un personaggio amatissimo da tutti nel mondo, e poi realizzare il make up soprattutto su un bambino piccolo che doveva restare in sala trucco per una media di 3/4 ore al giorno; avendo già lavorando con il face painting mi rendo conto che è terribile tenere un bambino fermo anche solo per 10 minuti, figuriamoci per tutte quelle ore; ma alla fine ci siamo riusciti e il piccolo Federico è stato più che collaborativo. Insieme a Pietro (Scola, NdR) abbiamo collaborato insieme sulla realizzazione dei concept sui quali lui aveva già lavorato; poi abbiamo cercato di raffinare il lavoro e di rendere i personaggi più simili possibili al desiderio di Garrone, superando le difficoltà più critiche come far sì che il silicone sembrasse legno, senza però coprire l’infinita gamma di emozioni provate dal piccolo protagonista.»

Guarda il trailer ufficiale di Pinocchio

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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