domenica, Dicembre 4, 2022
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Everything Everywhere All at Once: Ke Huy Quan a Roma per presentare il film definitivo sul Multiverso

Ke Huy Quan ha presentato a Roma l'atteso Everything Everywhere All at Once, ripercorrendo la sua carriera da Indiana Jones e I Goonies fino ad oggi.

Ke Huy Quan è un nome che potrebbe non suggerire molto al grande pubblico, ma non fatevi ingannare: essere “sopravvissuti” a due cult immortali come Indiana Jones e il tempio maledetto e I Goonies è un onore riservato a pochi. E Quan, con la sua classe e con la sua gentilezza, è riuscito a ritagliarsi di nuovo un ruolo d’eccezione nel panorama cinematografico, in un film destinato a trasformarsi in un instant cult contemporaneo.

Everything Everywhere All at Once è il titolo del film dei Daniels (nome con cui si identificano comunemente i due registi Daniel Kwan e Daniel Scheinert), prodotto da un’altra celebre coppia, i fratelli Anthony e Joe Russo (Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame), che lasciano il loro graffio incisivo nella storia della Settima Arte con questo film manifesto sul concetto di Multiverso, già abbondantemente esplorato nel Marvel Cinematic Universe da loro edificato.

E Ke Huy Quan, protagonista insieme a Michelle Yeoh, Stephanie Hsu, Jenny Slate e Jamie Lee Curtis di questo piccolo gioiello, ha presentato – accanto al co-produttore Jonathan Wang – alla stampa romana questo film prodotto dalla A24 (la stessa dietro il grande successo di Hereditary, ad esempio), che approderà nelle nostre sale dal 6 ottobre.

Una scena di Everything Everywhere All at Once.

La chiacchierata inizia con un simpatico “fun fact”: nonostante siano passati diversi anni dall’uscita di Indiana Jones e il tempio maledetto e I Goonies, Ke Huy Quan è doppiato ancora una volta dallo stesso doppiatore italiano, Francesco Pezzulli, “voce” ufficiale di Leonardo DiCaprio, che torna a distanza di venti – e più – anni nei “panni vocali” di Quan. L’attore ha poi raccontato il suo ritorno davanti alla macchina da presa e le difficoltà incontrate durante il percorso, mentre cercava di affrontare le svariate versioni del suo personaggio, Waymond (tre, per la precisione).

«Confesso che ero molto nervoso all’idea di interpretare Waymond con le varie versioni che provengono da angoli diversi del Multiverso; per fortuna ho avuto molto tempo per prepararmi, scegliendo bene un acting coach, un voice coach per poter differenziare i tre personaggi e perfino un coach per imparare a camminare in maniera differente, così che lo spettatore – vedendomi – possa immediatamente capire qual è la versione che si muove sullo schermo», ha spiegato Quan.

«Dal punto di vista emotivo, invece, ho inserito tutto il mio vissuto, la mia intera vita – dall’esordio passando per le mie personalissime lotte, senza contare le difficoltà per continuare a recitare – che ho finito per riversare nel personaggio e in tutte le sue ‘sfumature’. Devo ammettere che, dei tre differenti personaggi – erano cinque all’inizio, due sono stati tagliati e uno ridimensionato – quello con il quale trovo maggiori affinità è il ‘Waymond delle tasse’, perché è gentile, amorevole e attento. Non cambierei nulla di questo character, è così sfaccettato e complesso… interpretarlo è stato un vero e proprio sogno che coltivavo da tempo, un vero dono. Waymond emana un’empatia che vorrei avere anch’io nella vita di tutti i giorni, alla quale aspiro quotidianamente».

A tal proposito, ha aggiunto il produttore Jonathan Wang: «Immaginate di essere uno sportivo professionista che, per oltre ventidue anni, non ha più giocato; poi, all’improvviso, gli viene chiesto non solo di tornare a giocare ad altissimo livello ma addirittura ricoprendo tre ruoli diversi. È un aspetto che può intimidire, ma Ke Huy Quan – da vero professionista – ha imparato ogni singola parte dello script a memoria calandosi in ben cinque – poi ridotti a tre – panni diversi: tutti sintomi della passione e dell’amore che prova verso la recitazione, e che si possono sintetizzare bene in un aneddoto tratto direttamente dal set».

«Un giorno, per tirare su la troupe in un momento di stanchezza e sconforto, abbiamo proiettato una delle scene più action-cult del film: erano tutti presenti tranne Quan stesso, che è rimasto nella sua roulotte chiedendo solo dopo come fosse andata; era proprio come un padre che non vuole assistere alla nascita del figlio».

Ke Huy Quan e il produttore Jonathan Wang a Roma per Everything Everywhere All at Once. Foto di Rocco Giurato.

Everything Everywhere All at Once ha rappresentato per tutti una grandissima occasione e un esperimento sofisticato nel quale investire tempo, passione e dedizione. Tuttavia, per Ke Huy Quan ha incarnato anche il vero ritorno per vestire, di nuovo, dei panni fittizi mettendo da parte i motivi che lo hanno spinto a lasciare la recitazione dedicandosi, ad esempio, alla regia.

«Ho iniziato molto piccolo con la recitazione, per poi allontanarmi da quest’ultima: non era facile trovare lavoro ad Hollywood in quanto attore asiatico», ha spiegato. «Per cui immaginate il mio stupore di fronte a Everything Everywhere All at Once che rappresenta un’opportunità unica e rara, ovvero quella di poter lavorare su un progetto del genere, che mi ha convinto fin da subito a tornare davanti la macchina da presa proprio quando non pensavo fosse più possibile. Si tratta di un film sorprendente e fantastico con il quale spero di inaugurare una nuova fase della mia carriera, perché nel prossimo futuro vorrei proprio continuare a recitare… vista anche l’accoglienza piacevolissima – e totalmente inaspettata – che il pubblico mi ha riservato!»

Un film che non guarda solo al tema del Multiverso… 

Everything Everywhere All at Once è, quindi, un ritorno prestigioso in un film particolare e sperimentale, che non solo guarda al tema del Multiverso – esplorandolo nelle sue infinite potenzialità – ma a una pluralità di voci, lingue e generi che lo fanno somigliare (letteralmente) ad un gioco di scatole cinesi, nel quale ogni storia (e ogni linea narrativa) ne genera subito dopo un’altra, come se lo spettatore si ritrovasse di fronte ad un film multi-genere. Ma questa sensazione ha investito anche Quan e il produttore?

Ke Huy Quan: «Quando ho letto la sceneggiatura per la prima volta ero davvero molto contento, perché in alcune scene – e in alcune linee narrative specifiche del multiverso portato in scena – ho percepito con forza le suggestioni del cinema di Wong Kar-wai, dal quale ho sempre imparato moltissimo: mai avrei immaginato, nel corso della mia vita, di ritrovarmi davanti la macchina da presa in una “fantasia” che imita la sua opera, che mi ha influenzato notevolmente a livello personale».

«Dal punto di vista puramente attoriale, è stato incredibile leggere la sceneggiatura: ogni volta avevo davanti un film diverso e pure sul set, un giorno mi ritrovavo in un film sci-fi, un’altra volta in un drama o in una commedia romantica. Da attore è la realizzazione di un sogno, e la possibilità di interpretare tutti questi ruoli insieme – dopo non averlo fatto per diversi anni – e in un film come questo… è un dono e un regalo, che ha creato dei legami inscindibili all’interno del cast».

Jonathan Wang: «Innanzitutto Everything Everywhere All at Once è un film multi-lingua, perché se si osserva bene c’è l’inglese e il cinese e la trascrizione del dialetto cinese… I Daniels sono stati così bravi da trascriverlo da un punto di vista linguistico e, soprattutto, del dialogo: i due registi sono stati molto abili a lavorare su questo aspetto e non abbiamo cambiato quasi nulla della sceneggiatura che era già scritta così bene, limitandoci a girare ciò che era segnato».

«Forse il personaggio più difficile tra tutti è quello di Michelle Yeoh, perché interpreta delle persone decisamente molto diverse tra loro; ma tutti non si sono mai lasciati andare, anzi, hanno lasciato fluire ciò che sentivano dei personaggi, abbandonandosi e dando tutto pur non capendo fino in fondo cosa stavano maneggiando. Ke Huy Quan però è stato l’unico che ha avuto un approccio diverso: non si è lasciato guidare nell’affrontare i personaggi, ma era ben presente sul set e durante le riprese, sempre».

Una scena di Everything Everywhere All at Once

Tra i tantissimi temi affrontati dal film di Daniel Kwan e Daniel Scheinert che emergono con vigore tra i tanti strati da cui è composto, uno dei più importanti riguarda la gentilezza, vera chiave di lettura dell’opera dei Daniels e di tutte le relazioni che legano i sottili fili di ogni universo.

A tal proposito, Wang ha aggiunto: «L’obiettivo principale era quello di cercare di affrontare la cultura di internet in cui stiamo vivendo, perché ogni giorno sperimentiamo qualcosa di nuovo, simile a frammenti di verità contraddittoria. È difficile capire a chi credere e in cosa credere: anche i politici assumono posizioni sempre più estreme, e tutto ciò suscita sensazioni contrastanti e travolgenti».

«Come viene mostrato in Everything Everywhere All at Once, la gentilezza è la risposta più semplice e facile da assorbire, ma non la gentilezza superficiale che si riduce ad un sorriso: parliamo di quella empatica, che cerca di capire realmente le persone da dove vengono, perché si trovano in una determinata posizione e come la pensano. La gentilezza è un concetto molto più profondo».

 

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Guarda il trailer di Everything Everywhere All at Once

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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