domenica, Dicembre 4, 2022
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Dante: Pupi Avati racconta il sommo poeta, tra evocazione e viaggio

Dante è il nuovo film di Pupi Avati sulla vita del sommo poeta, con Sergio Castellitto e Alessandro Sperduti. Dal 29 settembre nelle sale.

Non è un’impresa facile trasporre sul grande schermo la figura, sospesa tra mito e realtà, di Dante Alighieri: la sua Divina Commedia è un capolavoro della letteratura – e della lingua – italiana, tradotto all’estero; un’opera ancora capace di affascinare e sedurre il lettore. Ma anche la fantasia creativa dei cineasti, come ha dimostrato Pupi Avati (Lei mi parla ancora) che, caparbiamente, ha cercato per oltre vent’anni il modo giusto per raccontare, sullo schermo, la criptica esistenza dell’immortale poeta sfruttando infine un escamotage: svelare i suoi segreti attraverso il viaggio che il biografo ufficiale, Giovanni Boccaccio (sì, proprio l’autore del Decameron), compì per saldare il debito che Firenze aveva nei confronti dell’esilio dell’artista, morto a Ravenna.

Dante, il nuovo film di Avati che arriverà nelle sale il prossimo 29 settembre, ruota intorno a due perni fondamentali: il concetto di evocazione e quello di viaggio. Perché Dante è il poeta dell’evocazione per eccellenza, che ha richiamato trasversalmente, nel ricco corpus delle sue opere, i baci e la presenza angelicata dell’amata Beatrice; e poi è il poeta del viaggio, del percorso conoscitivo che è tanto sul piano fisico quanto su quello spirituale, e che nel film viene compiuto da un Boccaccio provato nel corpo ma non nello spirito, convinto che quel percorso possa rappresentare un’espiazione collettiva per se stesso e per l’intera Firenze.

Il regista ha definito questo film come un progetto speciale, perché nasce da «un antico rapporto di inadempienza verso Dante, come un po’ come tutti del resto; l’ho sempre percepito come lontano da noi e per questo ho cercato di superare quell’impostazione scolastica che ce l’ha fatto odiare. Personalmente, solo quando ho letto La Vita Nova, dove parla di Beatrice, allora ho avuto l’idea per il film Dante, attingendo soprattutto al Trattatello in Laude di Dante scritto da Boccaccio. Dante meritava di essere risarcito e avvicinato di nuovo alle persone, soprattutto a chi non l’ha amato e nemmeno letto da autodidatta. La sua opera e il suo smisurato genio poetico andavano avvicinato di nuovo a tutti noi, e l’unico modo per farlo era continuando a vederlo come un eterno ragazzo, esattamente come fa Boccaccio».

Un ragazzo che, in Dante, ha il volto di Alessandro Sperduti, già visto in “abiti d’epoca” nella serie Rai I Medici: «Confesso di essere partito anch’io con un’idea a tratti inquietante e distante di Dante: non l’ho mai sentito vicino, così quando Pupi mi ha detto che lo avrei interpretato sullo schermo, gli ho chiesto se era sicuro di quella scelta! Mi ha subito suggerito di focalizzarmi sull’umanità di Dante, concentrandomi sulla figura di un ragazzo che ha delle difficoltà nel rapportarsi con gli altri; dovevo quindi avvicinarmi ad un punto di vista diverso dal solito. C’è una caratteristica rivoluzionaria in Dante, grazie alla quale il poeta non ha paura di mostrare la sua sensibilità e fragilità: oggi la necessità di dover valorizzare la nostra unicità è diventato quasi un mantra che rischia, però, di smarrirsi, il cui senso si perde facilmente. Cosa dobbiamo fare per essere veramente noi stessi? Dante su questo non aveva limiti: metteva se stesso a disposizione di tutti, partendo anche dalla sua ambizione. Eccolo il punto di vista nuovo su questo personaggio immortale».

Un film dalla grande ambizione

In Dante sono proprio i sonetti dello stesso poeta fiorentino a fare da “colonna sonora” ai momenti più significativi della sua vita, sottolineando un’idea di amicizia moderna e inossidabile, che ricorda da vicino alcune tematiche che hanno attraversato l’intera filmografia di Pupi Avati, un regista che spera ancora, in un momento così difficile per il cinema italiano, che la poesia e i film possano salvarlo e riportare la gente in sala, accendendo magari la scintilla creativa dell’ambizione che latita nella nostra industria e nell’intero sistema occidentale, ma che invece dovrebbe essere una fiamma viva e alimentata di continuo.

Dante è un film dalla grande ambizione, che vuole esserlo e pretende di esserlo” ha concluso il regista, che ha infatti scelto la via meno semplice per raccontare, in modo atipico, una storia molto nota. Per farlo, si è affidato soprattutto ad un protagonista come Sergio Castellitto, che si è calato con maestria nei panni inediti di Giovanni Boccaccio.

«Mi permetto di dire spesso che l’incipit della Divina Commedia è un vero e proprio verso psichiatrico», esordisce l’attore. «L’elemento che ha mosso, fin da subito, il mio interesse per Dante è stato determinato in parte dall’impossibilità di raccontare l’irraccontabile, e poi dal fatto che nessuno si sia mai lanciato, prima d’ora, nell’impresa di realizzare un film su Dante stesso o sulla Divina Commedia. Il fatto che abbia scelto di far raccontare tutto ciò che, fino ad oggi, è rimasto confinato nel regno della parola affidandolo a Giovanni Boccaccio e al suo viaggio rende tutto unico. Un altro gigante della poesia e della cultura compie un pellegrinaggio che si trasforma in un gesto di sconfinata umiltà e di amore filiale, quando spesso l’umiltà viene scambiata per sottomissione, mentre invece consiste nel chinare la testa di fronte a chi è più grande di te, in uno slancio dettato da un sentimento granitico.

Quando ci si ritrova ad interpretare un poeta, si pensa sempre di procedere per “vie aeree” o spirituali; mentre in Dante, ciò che mi sembrava veramente interessante era la puzza, il tanfo che potevo sentire nella mia immaginazione lavorando su un uomo che affronta un viaggio faticosissimo, è divorato dalla scabbia, ha fame ma continua a pensare a ciò che scoprirà; Boccaccio è un padre inadatto, e porta con sé tutta questa imperfezione tipica dell’essere umano, uno dei tratti più interessanti da portare in scena. Pupi Avati mescola le teorie del neorealismo ad attori navigati: è qualcosa di pasoliniano da vedere sullo schermo, con un’opera alla fine apparentemente classica ma molto sorprendete soprattutto per la costruzione delle immagini, perché racconta la claustrofobia e la sterminatezza di quell’epoca. A rafforzare questo impatto emotivo, ci hanno pensato dei luoghi capaci di scuotere nel profondo e sospesi tra la Toscana, il Lazio, l’Emilia Romagna e l’Umbria, che non ha il mare ma un cielo sconfinato che lo sostituisce: ecco, tutto il Medioevo ha aspirato naturaliter al cielo, partendo dalle viscere della terra».

Un punto di vista inedito

Dante è incentrato sulla vicenda di un artista straordinario ma interpretato attraverso un punto di vista nuovo, spingendo così ogni spettatore a mantenere una leggerezza e una capacità poetica tipica degli adolescenti, dei quattrodici-quindicenni “capaci di dire ancora “per sempre” quando ormai è stato espropriato perfino dal linguaggio quotidiano; il poeta, invece, ha dentro di sé quest’idea immortale”. E Pupi Avati ne è convinto, tanto quanto del ruolo salvifico ricoperto dall’arte nella vita e, in particolare, dal cinema che è da sempre parte integrante della sua esistenza:

«Dante racconta la storia di un uomo cacciato, esiliato, privato dell’amore della sua vita; è stato un soldato ed è stato povero, potrebbe quindi rappresentare ognuno di noi. Chi non si è mai sentito così, esiliato, depresso? Oggi si parla della depressione come di un “buio della mente”, di una selva oscura che ben incarna tutta la fragilità della propria esistenza. E quest’ultima si è ricomposta proprio nella sua opera straordinaria, attraverso un’arte che solo i poeti possono esercitare per salvarci perché sono gli unici ad essere così moderni. I poeti non ricompongono, ma estraggono proprio come i minatori, tirando fuori dalle profondità la tanto agognata pepita d’oro.

Con Dante ho cercato di trovare un senso; per mia moglie sarebbe un bellissimo regalo se io smettessi di fare del cinema, tuttavia è in momenti come questo, dopo aver terminato un film risarcitorio nei riguardi di Dante Alighieri, che capisco quanto per me il cinema sia davvero importante. Questo film è una summa della nostra tradizione audiovisiva; non è conclusivo, ma dentro c’è tutto quello che abbiamo appreso e imparato, trasformandolo nella nostra calligrafia o nel nostro specifico timbro vocale. Io stesso mi riconosco assolutamente in questo film unico, che non smetterei di rivedere».

Guarda il trailer ufficiale di Dante

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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