mercoledì, Febbraio 1, 2023
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Baby Driver: Edgar Wright presenta il suo “film commerciale con l’anima”

Edgar Wright, regista inglese classe 1974, presenta a Roma la propria ultima fatica, Baby Driver, un action pop adrenalinico ispirato ai gangster movie americani degli anni ’30. Wright, fuoriclasse dal talento indiscusso, capace di giocare con i generi e creatore di film ormai cult come quelli che compongono la famosa Trilogia del Cornetto (tra i quali l’inossidabile L’Alba dei Morti Dementi) oppure il “fumettistico” Scott Pilgrim vs. The World, approfitta della tappa romana del press tour dedicato al film per parlare con la stampa della sua ultima fatica. Ecco cosa ha raccontato.

Baby Driver è frutto di una lunga rielaborazione dei temi tipici della tua filmografia, pur essendo maggiormente ancorato alla realtà rispetto ai tuoi precedenti film: sei quindi d’accordo nel considerarlo come una sorta di summa?

«Sì, è in parte vero ma non sono completamente d’accordo: in diversi film ho affrontato, ad esempio, il tema della maturità e le difficoltà legate alla crescita; ma qui, nel caso specifico di Baby Driver, un ventenne – il protagonista – è un genio criminale, un vero professionista che vuole intraprendere però la via della normalità, al contrario dei miei altri film dove si partiva dalla normalità per raggiungere, progressivamente, da parte dei miei personaggi lo stato di protagonisti assoluti, con tanto di P maiuscola.»

Il finale del film, senza spoilerare nulla, è molto più convenzionale dei soliti ai quali ci hai abituato: è sempre stato così fin dall’inizio?

«Quello che vedrete al cinema è sempre stato l’unico finale possibile per il film. L’unica vera differenza riguarda la percezione di questo finale, più moralista, diciamo eticamente “impegnato” rispetto agli altri; al contrario, gli Studios in un primo momento avevano opzionato una soluzione finale più irresponsabile per Baby, mentre io, invece, avevo subito puntato i piedi affermando che no, non volevo assolutamente quel tipo di finale quanto uno nel quale il ragazzo si assumesse, finalmente, le proprie responsabilità, consideriamolo una sorta di finale etico. Per Baby Driver mi sono ispirato ai vecchi gangster movie americani degli anni ‘30 con però un finale etico – e non moralista – al contrario proprio di quei film dove i protagonisti raggiungevano il loro obiettivo. Queste conclusioni, questi strani “happy ending” non mi hanno mai convinto troppo perché pensavo: cosa succederà adesso nei successivi 15 minuti?»

Edgar, quest’anno ti ritroverai in giuria nella prossima edizione del Festival di Venezia. Che tipo di film, da giurato, noterai e amerai?

«Sono già stato a Venezia ma mai nella giuria di un festival; mi è già capitato al Sundance due anni fa. Mi attira molto vedere i film che non andrei mai a vedere al cinema da spettatore; il mio compito, infatti, sarà quello di essere totalmente oggettivo nel visionare i film; inoltre mi interessa soprattutto vedere sul grande schermo, nella sala gremita di pubblico, film che difficilmente altrove troverebbero una distribuzione internazionale, come accade a Los Angeles dove è davvero difficile vedere film provenienti da un mercato estero internazionale.»

Puoi dirci qualche curiosità sul cast di Baby Driver?

«Strano ma vero, sono stati davvero tutti straordinari sul set; spesso quando lavori con dei grandi attori in un cast simile si tratta di camei, piccole apparizioni; qui invece erano tutti insieme sullo stesso set e nelle stesse scene, e soprattutto in quelle dove si relazionavano tutti insieme magari con il personaggio di Baby, era un vero onore osservare due attori del calibro di Kevin Spacey e Jamie Foxx mentre si ritrovavano, faccia a faccia, nella stessa inquadratura: erano due Premi Oscar insieme, wow! Si lavora bene con attori simili, Premi Oscar, perché si rispettano e stimano a vicenda, osservandosi e studiandosi, com’è accaduto quando Jamie osservava Kevin mentre recitava qualche monologo; in quei casi anch’io mi godevo la scena e mi dimenticavo, per un momento, di essere il regista e lo sceneggiatore del film.»

baby driver

Baby Driver recensione del nuovo film di Edgar Wright

Sempre parlando di Venezia, si sa che in una giuria conta molto la diplomazia: chi conosci già della giuria?

«Dopo l’esperienza al Sundance ho capito che non è poi così difficile, che semplicemente si tratta di votare e raccogliere, appunto, dei voti e niente più. Alcuni giurati di Venezia li conosco bene, come Rebecca Hall e Annette Bening. Per il festival imminente non ho una strategia vera e propria, credo proprio che mi godrò ogni film e cercherò di premiare più film e non uno solo, una sorta di asso piglia tutto della situazione.»

Se in Scott Pilgrim il fumetto ha preceduto il film, in questo caso vedremo mai il contrario, ovvero il fumetto di Baby Driver?

«Certo, sarebbe molto interessante, è un procedimento però che richiede molto tempo. Qualcosa di simile lo abbiamo fatto con L’Alba dei Morti Viventi, seguendo uno degli zombie trasmigrato a fumetti. Ma per il momento non c’è niente alla orizzonte.»

Qual è il grado di anarchia e di controllo creativo che applichi ai tuoi film e come si relaziona questo con gli Studios hollywoodiani, oggi, nel pieno della crisi della politica degli autori?

«Nel mio percorso, nell’arco di cinque film, ho trovato alla fine la mia strada; i miei prodotti vengono definiti indipendenti e anch’io, di riflesso, sono considerato come un regista indipendente. Baby Driver è il primo che realizzo con la Sony, ad esempio. L’anarchia è sempre espressa e presente anche in questo caso, quando sono alle prese con un film mainstream ma, come già accadeva con i mie film precedenti, l’importante è attirare un pubblico sempre maggiore e più ampio, introducendo però degli elementi imprevedibili. All’inizio con Scott Pilgrim, ad esempio, una persona/spettatore medio che vedeva anche solo il trailer restava colpita ma allo stesso tempo rimaneva dubbiosa; Idem per Baby Driver. Alcuni elementi attirano il pubblico di massa in una confezione commerciale, che nasconde però al proprio interno elementi che piacciono anche a me in prima persona perché sono in linea con la mia poetica cinematografica. In fin dei conti, ho fatto un film commerciale ma personale. Dopo 5 o 6 anni di lavoro presso uno Studios, con 40 milioni di dollari di budget e 200 milioni incassati fino ad oggi, questo è stato un processo lungo ma allo stesso tempo personale: in definitiva, c’è davvero molto di me nel film.»

Padroneggiare i generi è uno degli elementi cardine della tua poetica cinematografica: dopo il periodo della trilogia del cornetto ti senti diverso, stai attraversando una nuova fase creativa?

«Ci metto molto tempo a fare un film perché scrivo anche la sceneggiatura di solito; vorrei accelerare i tempi, ma di solito non ce la faccio: ecco spiegati i tre anni che ho impiegato per realizzare il film. Avendo poco tempo mi piace quindi giocare con i generi ed esplorarli perché li amo, ecco spiegato perché li sperimento. Poi c’è la mia visione personale, che ogni volta provo ad inserire pur spaziando, senza mai perdere me stesso, in una sorta di fil rouge comune alla mia poetica»

Il film è coreografato ed integrato alla perfezione con bene con la colonna sonora originale, in un unicum: sei partito dalle canzoni per scrivere le scene?

«Un po’ tutte e due le cose devo ammettere, ma senza i brani giusti non riuscivo a scrivere al meglio le scene: quando ho scritto la prima stesura della sceneggiatura al 90% avevo già deciso la colonna sonora, e anche durante le prove e tutta la fase di produzione del film cercavo di far riprodurre i brani sul set, per permettere agli attori di calarsi al meglio sul set e nelle scene.»

Cosa puoi dirci su Walter Hill?

«Walter Hill è un amico ormai, e il suo Driver-L’imprendibile mi ha sempre fatto amare la sua cinematografia e il suo modo di fare cinema. Sono un grande fan e ho avuto il privilegio di diventare suo amico 6 o 7 anni fa, quando gli ho espresso la mia ammirazione confessandogli che stavo scrivendo questo film, che è il mio omaggio a lui e a un certo tipo di cinema. Hill rifiutò di venire a una delle anteprime di Baby Driver per andarlo a vedere al cinema, pagando il biglietto; nel film regala un cameo vocale che per me è l’ennesimo omaggio a questo regista.»

E riguardo alla Marvel?

«In quella situazione io ero orgoglioso della sceneggiatura anche perché fino a quel momento avevo sempre diretto i miei film, scritti o co-scritti con altri; non volevo essere solo il regista del film scritto da qualcun altro, non ho rimpianti anche se pensavo che con un cinecomics alle spalle avrei potuto realizzare Baby Driver e invece… alla fine ci sono riuscito nonostante tutto!»

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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