lunedì, Dicembre 5, 2022
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Elvis, recensione del film di Baz Luhrmann

La recensione di Elvis, il biopic di Baz Luhrmann su Elvis Presley con protagonisti Austin Butler e Tom Hanks. Dal 22 giugno al cinema.

Elvis Presley è il re incontrastato, l’icona – tragica e opulenta – che ha fatto irruzione nella storia del XX Secolo attraversandola, con fare seducente e ammaliatore, rivoluzionario e sfrontato tanto da guadagnarsi estimatori e haters (per usare un linguaggio contemporaneo), catalizzando su se stesso le luci (e le epiche ombre) che il successo porta con sé. Elvis è l’artista che ha infranto i maggiori record di sempre, coniando perfino una frase idiomatica ormai radicata nello slang a stelle e strisce: “Elvis has left the building”, “Elvis ha lasciato l’edificio”. Con riferimento, in particolare, ad una delle sue famose performance faraoniche e all’immagine del re che, affaticato e stanco, lascia finalmente la festa portando con sé gli ultimi sprazzi di gioia.

Ma dietro l’icona, il ciuffo elaborato, le tute pacchiane dai colori sgargianti, il colorito abbronzato, c’è prima di tutto un uomo dilaniato da fragilità e dubbi, costretto a crescere in fretta e travolto da un successo senza precedenti, a metà strada tra la venerazione fanatica da rockstar/popstar e l’idolatria che accompagna la divinità. Ed è proprio questo aspetto che Baz Luhrmann, visionario regista di film come Romeo + Giulietta, Moulin Rouge! e Il grande Gatsby, cerca di portare in scena attraverso la sua ultima fatica omonima, Elvis, biopic atipico – ma dal gusto classico – che riporta in vita il re incontrastato del rock ‘n’ roll grazie alle interpretazioni (in stato di grazia) di Austin Butler, Tom Hanks, Richard Roxburgh e Olivia DeJonge.

Il film, che approderà nelle sale italiane dal 22 giugno, rivisita in chiave cinematografica la storia di Elvis (Butler) attraverso il prisma della complicata relazione con l’enigmatico manager, il colonnello Tom Parker (Hanks). L’opera approfondisce le complesse dinamiche tra i due nell’arco temporale di 20 anni: dagli esordi alla fama di Presley, che raggiunse un livello di celebrità senza precedenti sullo sfondo di un panorama culturale in evoluzione che segna la perdita dell’innocenza in America. Al centro di questo viaggio, una delle persone più significative e influenti nella vita del re del rock: ovvero la moglie Priscilla Presley (DeJonge).

Elvis, come già scritto in precedenza, è un film biografico che riesce a sposare tanto la post modernità rutilante dello stile di Luhrmann, quanto la classicità impeccabile (e, a tratti, limitante) di uno storytelling tradizionale che accarezza le convenzioni, prediligendo – sul versante narrativo – il racconto di una vertiginosa ascesa e di una progressiva caduta rovinosa, mentre sullo sfondo scorrono le immagini più significative della Storia (del Secolo Breve).

Luhrmann, nello scegliere il punto di vista privilegiato del suo racconto, cerca di dare spazio – e voce – alla versione del colonnello Tom Parker, temibile manager (e demiurgo pantrocratore) del “mito” Elvis, che ritarda il suo ingresso sulla scena instillando nel pubblico in sala lo stesso desiderio bruciante che potevano provare, live, i primi spettatori davanti agli show del ragazzo di Memphis. Quando infine, quest’ultimo, fa il suo ingresso, è uno shock emotivo nel quale sacro e profano si rincorrono in modo forsennato, con l’altezza del gospel che abbraccia la carnalità del blues, fino a creare un cortocircuito comunicativo alla base della rivoluzione del rock.

Elvis rivive sullo schermo grazie all’interpretazione vibrante di Austin Butler – già avvistato nel tarantiniano C’era una volta a Hollywood – che evita con attenzione il cliché della macchietta carnevalesca, evocando tic, espressioni, sorrisi, sguardi e movimenti del re del rock fino a riportarlo in vita (come un negromante), sovrapponendosi all’originale, diventando il suo doppelgänger spettrale e affascinante, seduttivo quanto innocente. La regia di Luhrmann riprende topoi già utilizzati nei suoi precedenti film, costanti narrative immancabili e cifre stilistiche imprescindibili: lo stile opulento e barocco, ridondante e post moderno, iper-pop, citazionista e derivativo, forte dell’immancabile voce narrante che accompagna le immagini rutilanti. Un’overdose visiva che travolge il pubblico, attraversata dal brivido elettrico della musica, delle ricche performance ricostruite fin nel dettaglio che imitano quelle reali fino a potenziarle, affidandole infine alla magia dei trucchi della macchina-cinema.

Ma Elvis, a fronte dello sforzo titanico e del tentativo di non cadere negli ossimori da biopic, sembra mancare di una profondità di campo lontana dal mondo mainstream e forse più aderente alle contraddizioni della realtà. Il ragazzotto di Memphis è qui eternamente giovane e fulgido, non toccato dallo scorrere inesorabile del tempo e dalla corruzione del successo; il testa a testa con il colonnello Parker diventa il fulcro della sceneggiatura, che vuole però – allo stesso tempo – raccontare di più, ripercorrendo la storia degli States attraverso l’emblematica vicenda di uno dei suoi simboli. Un intento fin troppo titanico, impossibile da concretizzare senza banalizzare la storia dietro l’uomo, riducendola ad una serie di eventi salienti pronti a susseguirsi sullo schermo con un’incalzante colonna sonora, stereotipo di situazioni pop che funzionano ma arrivano appunto depauperate del proprio potenziale drammatico.

La via dell’eccesso non sempre conduce al palazzo della saggezza, e questo Elvis di Baz Luhrmann lo sa: una volta trasformata una vita straordinaria – e larger than life – in un racconto più innocuo e mainstream atto a intrattenere il grande pubblico, ciò che rimane è pura, splendida, forma ma senza una sostanza dietro. Perché una volta tolto il tormento dalle viscere del rock, del blues e anche del country, quello che rimane è un santino agiografico laico splendido e luccicante, privato dai contrasti forti che da sempre accendono le nostre esistenze, soprattutto le più straordinarie.

Guarda il trailer ufficiale di Elvis

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Elvis è un film biografico che riesce a sposare tanto la post modernità rutilante dello stile di Luhrmann, quanto la classicità impeccabile (e, a tratti, limitante) di uno storytelling tradizionale che accarezza le convenzioni, prediligendo il racconto di una vertiginosa ascesa e di una progressiva caduta rovinosa sullo sfondo della Storia. Ma una volta trasformata una vita straordinaria – e larger than life – in un racconto più innocuo e mainstream atto a intrattenere il grande pubblico, ciò che rimane è pura, splendida, forma senza una sostanza dietro.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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Elvis è un film biografico che riesce a sposare tanto la post modernità rutilante dello stile di Luhrmann, quanto la classicità impeccabile (e, a tratti, limitante) di uno storytelling tradizionale che accarezza le convenzioni, prediligendo il racconto di una vertiginosa ascesa e di una progressiva caduta rovinosa sullo sfondo della Storia. Ma una volta trasformata una vita straordinaria – e larger than life – in un racconto più innocuo e mainstream atto a intrattenere il grande pubblico, ciò che rimane è pura, splendida, forma senza una sostanza dietro.Elvis, recensione del film di Baz Luhrmann