mercoledì, Febbraio 1, 2023
HomeFestivalFesta del Cinema di RomaRomaFF13, Martin Scorsese: "Vi parlo del cinema italiano che ha cambiato la...

RomaFF13, Martin Scorsese: “Vi parlo del cinema italiano che ha cambiato la mia vita”

Un maestro della settima arte ha incantato Roma per una sera, accendendo i riflettori su quest’ultima e trasformandola, ancora una volta, nella capitale del cinema: a RomaFF13 è arrivato Martin Scorsese, forse l’ospite più illustre della kermesse, che ha focalizzato l’attenzione della Città Eterna e dei suoi abitanti sul significato che il cinema italiano ha avuto nella propria formazione.

Chiamato da Antonio Monda – direttore della Festa del Cinema di Roma che lo ha accolto sul palco – «genio del cinema», ha ricevuto l’ambito Premio alla Carriera direttamente dalle mani del regista Paolo Taviani, che gli ha riservato parole d’affetto e stima: «Martin, che è un amico, è un uomo che ci aiuta a capire chi siamo e io per questo lo ringrazio».

Scorsese è uno degli ultimi artigiani del cinema, formatosi ai tempi della New Hollywood degli anni ’70 che ha dominato – insieme a Coppola, Spielberg, Cimino e ad altri – rivoluzionando tematiche, estetica, e struttura della Mecca del Cinema. In questa edizione di RomaFF13, il regista italo-americano è stato protagonista di uno degli Incontri Ravvicinati con il pubblico, oltre che di una lezione di cinema con Alice Rohrwacher – alla quale ha riservato parole di profonda stima, soprattutto per il suo ultimo lavoro Lazzaro Felice – e della presentazione del capolavoro dei fratelli Taviani San Michele Aveva un Gallo.

Scorsese, durante l’incontro con il pubblico, avrebbe dovuto commentare le cinque clip dei film italiani che più lo hanno influenzato nella vita e nell’arte; ma i film da cinque sono diventati sei e infine nove, riconfermando il legame inscindibile che lega lo straordinario autore di film come Taxi Driver, Casinò, Toro Scatenato, Quei Bravi Ragazzi, L’Ultima Tentazione di Cristo e tanti altri alla propria terra d’origine.

Dopo la necessarie standing ovation che lo ha accolto in sala, Martin Scorsese ha spiegato per quale motivo i film selezionati sono tutti antecedenti agli anni ’70: questo perché «lì avevo iniziato a fare cinema e vederli era un’esperienza diversa. Invece per me quelli, specie il primo neorealismo, non erano nemmeno film, erano la vita». Non si tratta ovviamente di una classifica, bensì di una personale analisi che passa in rassegna quei film che, a detta del regista, «hanno cambiato la mia vita, letteralmente».

Il primo film sul quale si è discusso è stato Accattone, di Pier Paolo Pasolini (1969), a proposito del quale Scorsese ha detto: «Lo vidi nel 1963 o 1964 al New York Film Festival. E fu potente. Sono cresciuto in un quartiere duro di New York, Fronte Del Porto è stato il primo film in cui riconoscevo i personaggi come vicini a me ma era una produzione da grandi studios, invece questa era la prima volta in cui vedevo gente con cui entravo in connessione, con cui mi identificavo. È durissimo parlare di Pasolini qui in Italia e ci sono grandi studi critici e volumi scritti. Io non sapevo nulla, non lo conoscevo, ma riconoscevo quella gente, fu uno shock».

Segue La Presa del Potere da Parte di Luigi XIV di Roberto Rossellini (1966). Il film ha fornito a Scorsese lo spunto per rievocare la propria infanzia cinefila, a base di pane e neorealismo: «Quando avevo 5 anni (era il ‘48 o ‘49) in famiglia vedevamo i film neorealisti in tv, Roma Città Aperta, Ladri di Biciclette e Sciuscià. E per me era un altro mondo rispetto ai film che vedevo al cinema, uno creato in celluloide ma che non mi appariva come l’altro, non mi apparivano film, non solo perché non erano commerciali, c’era qualcos’altro, forse il collegamento con la mia famiglia, che esisteva in questi film che li rendeva parte della mia vita. Erano film che vedevo a casa, erano parlati come fossero ambientati a New York in quel momento, mi spiegarono cosa i film potevano essere, perché per noi erano la realtà».

Scorsese ha poi analizzato nel dettaglio quanto lo stile di Rossellini e la lezione di De Sica abbiano influenzato il suo stile: «C’è molto da dire su Rossellini ma in breve la sua arte sta tutta nell’arrivare all’essenza, scarnificare le cose, da Paisà a questo film. Mi ha ispirato e ho usato lo stesso metodo sia in Toro Scatenato che in Re Per Una Notte o in alcuni film più recenti».

E parlando, appunto, di Rossellini è inevitabile finire per parlare anche di Vittorio De Sica, l’altro maestro del Neorealismo; e dopo aver proiettato la clip di Umberto D., Scorsese ha commentato: «Credo fosse l’apice del neorealismo, dopo questo film le cose sono cambiate, è del 1952, tutto è durato meno di 8 anni. Fare un film con un vecchio come protagonista e sui cambiamenti in una società in cui gli anziani solitamente erano protetti e invece qui lui è buttato in strada, e non interessa a nessuno perché la società è cambiata».

Martin Scorsese racconta del suo amore per il cinema italiano a RomaFF13

Da De Sica si passa a Ermanno Olmi. Vedendo la clip del film Il Posto (1961) il regista italo-americano ha confessato che d’aver “copiato” (bonariamente) il regista italiano sfruttando la tecnica delle dissolvenze: «Olmi a quel punto fa una serie di stacchi sull’armadio e il guardaroba dell’uomo della sua stanza e poi una dissolvenza sulle stampelle vuote. E per me quello è il tocco di Olmi, l’ho usato tanto in Toro Scatenato, proprio quella serie di dissolvenze».

A proposito di un altro maestro del nostro cinema, ovvero Michelangelo Antonioni, non solo Martin Scorsese ha scelto di mostrare il film L’Eclisse (1962) ma per un’ovvia ragione: «Per me vedere questa trilogia – L’Eclisse insieme a L’Avventura e La Notte, NdA – è stato come ridefinire il linguaggio del cinema e dopo di quello l’unico posto in cui poteva andare era Blow Up e il finale di Zabriskie Point con le esplosioni».

Su Divorzio all’Italiana di Pietro Germi (1961) Scorsese rivela d’aver avuto un’improvvisa, quanto folgorante, ispirazione che ha poi influenzato la lavorazione del suo cult Quei Bravi Ragazzi: «Sì non ci sono dubbi, qui c’è uno humor nei movimenti di camera quando le persona ascoltano l’avvocato impareggiabile. L’ultima volta che l’ho visto fu 8 anni fa e ancora ero preso dallo stile delle riprese, l’uso del bianco e nero. Lo stile in sé è satirico, sembra quasi lo stile di una satira della Nouvelle Vague, il montaggio che vedi è tutto su Mastroianni. Già nella scena del treno iniziale, c’è bellezza in quel che dice sulla Sicilia e la musica lo aiuta ma poi capisci subito che c’è un elemento satirico anche se c’è della verità. Mi fa pensare che gli sceneggiatori amassero queste persone che non li volessero punire».

Sul Salvatore Giuliano di Francesco Rosi (1962), su quella figura di «criminale che diventa figlio, ovvero l’umanità totale» Scorsese aggiunge un tassello al suo viaggio amarcord nel cuore del ricordo e della memoria: «[…] Molti di questi film io li vidi tra in due o tre anni, per cui quando dico “La mia vita cambiò” intendo che cambiò tante volte».

Le ultime due clip scelte riguardano altri due maestri indiscussi del cinema italiano, nonché ambasciatori della creatività del Belpaese nel mondo: Luchino Visconti e Federico Fellini. Del primo, Martin Scorsese ha scelto di mostrare Il Gattopardo (1963) sul quale si è soffermato dicendo:

«Film come Senso e Il Gattopardo di certo hanno influenzato L’Età dell’Innocenza ma lì mi interessava l’antropologia di quella vita ero interessato come fossero i bicchieri e come inquadrarli, quindi ha più a che vedere con Rossellini, andare dal micro al macro. Usare i dettagli per raccontare un mondo. […] Oggi il lavoro di Visconti sembra combinare l’impegno politico con l’opera e in certi casi un melodramma senza freni. Rocco e I Suoi Fratelli che influenzò tantissimo me e De Niro per Toro Scatenato, ma anche Senso e Il Gattopardo che è il culmine di tutto questo. Quel che mi colpì – e io ho visto la versione americana da 2 ore e 25 doppiata eh – è che non ci sembra essere nessuna influenza della new wave nei film di Visconti e quel che abbiamo qui è un film con un passo deliberatamente meditativo e fermo».

A proposito del secondo, invece, dell’indiscusso genio di Fellini, Scorsese rivela che i due avevano in cantiere un documentario, interrotto dalla prematura scomparsa del regista che ha lasciato quel progetto solo abbozzato. E se La Strada è stato il primo film visto dal regista americano, è però Le Notti di Cabiria (1957) il prescelto per l’ultima parte dell’incontro:

«Conobbi Fellini nel 1970 e poi di nuovo a metà anni ‘70 lo andai a trovare sul set di La Città Delle Donne e infine nei primi ‘90 stavamo quasi per produrre un suo documentario, alla Universal, Tom Pollock disse che lo voleva fare. E invece è morto. Aveva una serie di sceneggiature già fatte, voleva fare un film su ogni comparto del moviemaking, un film o un documentario non so… Insomma un film di Fellini. Per farvi un esempio, quello sulla produzione conteneva un passaggio sulla ricerca delle location che spiegava come ad una certa ora si vada a vedere la location con il miglior ristorante, anche se poi sai che non la userai per il film. E da lì l’ho imparato, ora lo faccio anche io».

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

- Advertisment -