sabato, Dicembre 10, 2022
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Vento di Passioni di Edward Zwick: la via hollywoodiana al tragico

Opera triste, cangiante, tutt’ora in attesa di uno studio serio. Come il suo “divo”, forse. L’icona di maliardo incarnata da Brad Pitt a inizio carriera ha, infatti, un che di sinistro. Per anatema o sventura, i suoi “eroi” attirano la morte su coloro che amano: non ravvivano (come Jack in Titanic o Robert ne I ponti di Madison County) spenti ardori ma “logorano”, dolcemente, nel passare degli anni, come araldi della “bella morte”. L’attore diede poi voce direttamente alla Nera Mietitrice (la sua prova migliore, finora) in Vi presento Joe Black… ma prima venne il Tristan di Vento di passioni e, con esso, il fardello “wagneriano” del nome.

Edward Zwick (Defiance), forte della penna di Bill Wittliff (Country), porta sullo schermo il romanzo Leggende d’autunno” (Sperling & Kupfer, ’82) di Jim Harrison, seguendolo fedelmente tranne in alcuni passi, emotivamente caricati. Colpo di Pugnale (Gordon Tootoosis), nativo Nakoda ormai anziano, rievoca cinquant’anni di vita del colonnello William Ludlow (Anthony Hopkins), la moglie Isabel (Christina Pickles) e i tre figli: Alfred (Aidan Quinn), Samuel (Henry Thomas) e, appunto, Tristan.

Alfred è un primogenito cauto e un po’ vile; il biondo Tristan è attratto dalla religiosità indiana, dalla sua morale guerriera; il più piccolo, Samuel, non invecchierà a fianco della promessa Suzannah (Julia Ormond), come sperava. Alla vigilia del primo conflitto mondiale, i tre lasciano la tenuta paterna per unirsi alle truppe canadesi, alleate della Gran Bretagna. Samuel cade sul campo. Furente, Tristan irrompe nelle linee tedesche, uccidendo e strappando scalpi. Vedova prima ancora di sposarsi, Suzannah sdegnerà Alfred per il baldo Tristan ma la malia dei Nativi, nomade e rovinosa, che aleggia sul giovane, ha già deciso altrimenti…

I cuori di pietra ancora si addolciscono, dopo anni, rivedendo Vento di Passioni. Sarà per il ritratto dei fratelli Ludlow, visceralmente leali gli uni agli altri nonostante gli urti profondi. Sarà la fotografia di John Toll (Braveheart), vincitrice dell’Oscar, che immortala la regione del Ghost River Wilderness, con i suoi crepuscoli e i boschi di conifere, senza sfumare nell’album di cartoline. Non tutto, però, suona conciliante. Di rado l’esaltazione degli affetti si è unita a toni così nefasti nella Hollywood di metà anni ’90.

Gli artifici mélo sono una facciata, la tragedia antica è il vero modello: essa rimarcava la vulnerabilità dei mortali il cui dolore è provocato dall’incontro fra le gesta umane e quelle divine. Tale forma non è più inscenabile oggi: in un mondo che adombra il Divino al massimo si può vivere (o ideare, per una storia) un grande dramma.

Eppure, in un quadro intimamente nordamericano, fra orsi, asce e giacche da vaccari, la tragica lotta fra la volontà dell’Uomo e il fato degli Dèi per due ore e dieci torna ad echeggiare e così pure, fra Tristan e la gelosa Suzannah / Isolde, “il sogno artistico di un amore ideale, tanto paradisiaco quanto infernale per la sua impossibilità di concretizzarsi” (Gioveni, 2019). Il film di Zwick vale ancora per tutto questo. Da confrontare con Lo straniero che venne dal mare di Beeban Kidron.

Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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