giovedì, Dicembre 1, 2022
HomeApprofondimentiScream di Wes Craven: piccoli ricordi... e un grido lungo 25 anni

Scream di Wes Craven: piccoli ricordi… e un grido lungo 25 anni

«Riattacca ancora una volta e ti apro come un branzino...». Farsa datata? Nuova forma del racconto di terrore? Riscopriamo insieme Scream...

Un manifesto in bianco e nero. Pallido come un osso spolpato, scuro come sangue venoso. Primissimo piano: sconvolta, una ragazza si porta la mano alla bocca o, forse, è la mano dell’aggressore (un amico, rivelatosi tutt’altro, accolto in casa con imprudenza?) a zittirla di colpo. Impercettibile nota di colore: il livido azzurro degli occhi sbarrati. Questa è l’immagine, la prima, più pregnante immagine di Scream annidatasi in tutti noi nel settembre del ‘97, tornati dalle vacanze, passando veloci a bordo dell’auto davanti alla bacheca del cinema in centro città oppure seduti in poltrona, “agguantando” per caso, su emittenti regionali, il provino del film nelle succose scorribande di “Anicaflash”.

Eravamo troppo piccoli… perciò, addio visione in sala. Poi, finalmente, si soffia su quattordici candeline e, quasi per magia, una videocassetta (custodia di cartone, marca ‘Cecchi Gori’) occhieggia dall’espositore di un giornalaio, pronta a insaporire decine di serate fra “compagni di merende”: timidi, metallari, neo-fanzinari e irritabili morose “un po’ maschiaccio”. Cosa mai ci teneva incollati allo schermo, stretti stretti sul sofà? Sapere fin dove Wes Craven, già autore di titoli horror epocali quali Nighmare – Dal profondo della notte (‘84), Il serpente e l’arcobaleno (‘88) e La casa nera (‘91), si sarebbe spinto, mettendo alla prova i nostri nervi? La riflessione, tra il serio e il faceto, sugli effetti di una fruizione incontrollata e maniacale delle immagini? L’odierna impossibilità di distinguere nettamente fra reale e irreale? Il gioco dei rimandi (innumerevoli, da Powell a Hitchcock, da Argento a Carpenter fino, e non è uno scherzo, a Happy Days!), la presenza del film nel film, come una macabra matrioska? Macché! Mezze magliette e ombelichi scoperti per la gioia degli “young gentlemen”; viceversa fedifraghi, boccaloni e smorfiosette-prodigio fatti a pezzettini con plauso delle “young ladies”, insieme a qualche accenno, che le stimolasse, sulla paura del dolore (o del tragico sbaglio) della “prima volta”.

Di tanto in tanto, per provocare, mamma e papà passavano davanti al televisore borbottando «Davvero vi piace questa roba?». Atmosfera rovinata. Ma, dopotutto, che importa? I teen-agers Sidney (Neve Campbell) e Randy (Jamie Kennedy), coraggiosi e un po’ goffi protagonisti della nostra sanguinolenta fiaba urbana, hanno comunque trionfato sul Male (e la pericolosa stupidità degli adulti) grazie alla conoscenza della Settima Arte (enigmi e indizi, regole scritte e non), ma soprattutto grazie al “marmocchio” leale, incontentabile, pronto a dar l’allarme che, vivaddio, hanno conservato nell’animo; marmocchio che ha permesso loro di vedere le cose per ciò che sono…

È abbastanza improbabile che il regista nativo di Cleveland – ex docente universitario, “falegname” di incubi per professione ma, dentro, persona umile, arguta e dolcissima, che riposi in pace – immaginasse per il suo spauracchio (saio nero, voce in falsetto e maschera somigliante a L’urlo di Munch) un successo tale da evolvere in una tetralogia (1997 / 2011), da lui stesso interamente firmata, nonché generare una ricca serie di “centoni” (i loffi trittici di Urban Legend e So cosa hai fatto, Valentine, Cut, Black Symphony e The Pool, quest’ultimo battente bandiera tedesca) e prese in giro (Shriek – Hai impegni per venerdì 17?).

Cosa rimane, però, di quella stagione filmica, ossia l’ultimo spicchio del decennio Novanta e i “primi fuochi” del Duemila? In fatto di opere, nate sulla scia di Scream, le uniche rilevanti sono Generazione perfetta (‘98) di David Nutter, The Faculty (‘98) di Robert Rodríguez e l’acidulo Teaching Mrs. Tingle (‘99) di Kevin Williamson (l’ideatore, non a caso, del soggetto del film di Craven e del curioso horror fantascientifico di Rodríguez appena citato) con un’eccellente e autoironica Helen Mirren.

In una prospettiva più ampia, e dunque sul terreno teorico, due spunti balzano alla mente: (1) la serie di Scream rimane forse l’ultimo esempio di cinema del terrore inteso come spontaneo e, almeno in parte, imponderabile, “evento sociologico”, compendio e, al tempo stesso, amplificatore di angosce e credulità di una generazione, a differenza di un prodotto come il di poco seguente The Blair Witch Project (’99), parto esclusivo di un’oculata quanto astuta campagna mediatica, la quale nel bene o nel male farà scuola; (2) esibendo spudoratamente e spassosamente la finzione, Wes Craven pare dirci non solo che l’Orrore oggi non è più “mitico” – bensì radicalmente urbano, patologico e ‘tecnico’ (dichiarò il regista «Ciò che alimenta di più il genere è l’America di oggi: basta guardare il cielo di L.A. nella notte con i suoi fuochi e gli elicotteri che minacciosamente sovrastano la vostra testa») –  ma ci sussurra pure che il genere spaventoso e, in un certo senso, il Cinema in sé sono ormai qualcosa di «morto e sepolto, dove può capitare di incontrare lo stesso personaggio ucciso nel film precedente, ucciderlo di nuovo e, magari, aspettarsi di ritrovarlo anche nel film successivo. Le cose morte possono ripetersi all’infinito: o meglio, essendo già morte, non possono che ripetersi all’infinito» (cit. F. Minnini).

Dulcis in fundo, Neve Campbell continua ad illuminare la scena di un particolare chiarore. Non nuova ai lidi della paura – si pensi a Giovani streghe (‘96) di Andrew Fleming –, fine ed espressiva, disciplinata e perfezionista, dopo Craven soltanto tre cineasti, purtroppo, hanno saputo valorizzarla: John McNaughton, Henry Bromell, rispettivamente nei bei noir Sex Crimes (‘98) e Panic (2000), e il grande Robert Altman in The Company (2003), atto d’amore verso il Joffrey Ballet di Chicago. Ritroveremo Neve nell’ultimo, imminente Scream di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett. Chissà quali sorprese ci riserverà…

Per un approfondimento si consigliano le seguenti letture: il saggio breve del prof. Lorenzo Moretti L’influenza del cinema horror nell’universo giovanile creato dal regista Wes Craven nella tetralogia di “Scream” in Gruppi N., Giannini G., (a cura di), Buffy non deve morire. Adolescenti, Mito e Fantastico nei Nuovi Media (Città del Sole; 2020), Wes Craven. L’artigianato della paura di Roberto Pugliese (Lindau; 2014) e Immersi nelle storie. Il mestiere di raccontare nell’era di Internet di Frank Rose (Codice; 2017).

Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

- Advertisment -