mercoledì, Febbraio 1, 2023
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Rocketman vs Bohemian Rhapsody: vite straordinarie allo specchio

Rocketman, l’atteso musical/biopic su Elton John interpretato da Taron Egerton, è da pochi giorni appodato anche nelle nostre sale dopo il successo – di pubblico e critica – riscontrato durante la scorsa edizione del Festival di Cannes. Un successo per il regista Dexter Fletcher e, allo stesso tempo, una rivincita nei confronti del destino e di alcune logiche caotiche da studio system.

Questo perché Fletcher è stato chiamato letteralmente “in corsa” per sostituire Brian Singer, prima scelta per dirigere il biopic sui Queen Bohemian Rhapsody, re delle sale, degli incassi, ma soprattutto della stagione dei premi, che si è portato a casa perfino il prestigioso Oscar al miglior attore protagonista, andato a Rami Malek. Dopo essere stato licenziato per una serie di scandali, Singer ha lasciato il timone di regia a Fletcher, che ha così terminato le riprese.

Considerando le premesse di partenza, l’hype intorno a Rocketman (qui la nostra recensione) era già notevole fin dall’inizio ed è continuato a crescere a livello esponenziale: si tratta del primo biopic musicale su un artista vivente che ha patrocinato il progetto – ricoprendo il ruolo di produttore esecutivo insieme al compagno David Furnish –, finendo per approvare in toto le scelte compiute da Fletcher e il lavoro perpetuato dal cast, soprattutto da Egerton, coinvolto in prima persona nel ruolo più complesso della propria, giovane, carriera.

Pur collocandosi nella scia tracciata da Bohemian Rhapsody (qui la nostra recensione), con il film incentrato sui Queen Rocketman condivide degli aspetti, delle sfumature, delle scelte che segnano dei punti di contatto tra i due progetti rimarcandone, allo stesso tempo, le sostanziali differenze che li separano rendendoli – a tutti gli effetti – due “gemelli separati alla nascita”: affini, ma allo stesso tempo distanti (distinti e distinguibili); orgogliosi della loro eredità musicale declinata però in modo completamente diverso: ma per analizzare le differenze, bisogna prima necessariamente partire dai punti di contatto.

Entrambe le opere finiscono per delinearsi sul mercato come delle opere di finzione ben piantate nella realtà: nessun intento documentaristico, solo la voglia di ripercorrere le gesta di grandi icone della pop culture. Cercare di condensare un’intera vita nei ranghi del tempo filmico rappresenta, più che una sfida, un oltraggio al tempo stesso, un supremo atto di Hybris che spesso sancisce e determina la riuscita effettiva del prodotto audiovisivo; la migliore delle scelte è quindi quella di selezionare una porzione limitata di tempo, costruendo intorno ad essa l’arco narrativo.

Bohemian Rhapsody trova il proprio epicentro drammatico nell’esibizione del Live Aid del 1985: tutto quello che viene narrato prima e dopo serve solo a delineare un ritratto completo dei Queen ma soprattutto dei suoi membri, tra i quali spicca l’iconografico Freddie Mercury, motore immobile dell’intera operazione. Peccato solo che tra l’esibizione – 1985 – e gli esordi della band intercorrano anni, ere geologiche, intere “vite” e reincarnazioni difficili da condensare nei tempi del grande schermo! E per ovviare a tali problemi non solo si è scelto di affidarsi a un approssimativo lavoro di “trucco e parrucco” – tra protesi ai denti e folti baffi –, ma si è puntato a uno stravolgimento completo della storia: la rivelazione di Mercury riguardo all’AIDS viene anticipata di anni, collocata storicamente in un momento inattendibile e infine utilizzata per chiudere il film stesso, lasciando la verità a mettere il punto alla vicenda.

bohemian rhapsody

Biopic musicali a confronto: Rocketman vs Bohemian Rhapsody!

Una simile struttura “a cornice” – si parte da un episodio specifico per ripercorrere un’intera vita – viene in parte sposata anche da Rocketman: ma invece di raccontare tutto quello che avremmo sempre voluto sapere (ma non abbiamo mai osato chiedere!) su Elton John, la scelta è ricaduta sulla narrazione di un frammento (abbastanza) limitato nel tempo della vita del cantante, che va dall’infanzia fino ai suoi quarant’anni, alla rinascita artistica e umana dopo la rehab. La pretesa del film non è quindi quella di raccontare fedelmente, anno per anno, la vita di una rockstar, bensì quella di creare una narrazione fluida capace di snodarsi nel tempo a ritmo di musica.

Pur parlando entrambi di vite due straordinarie, i due film intraprendono delle scelte narrative diverse a partire dall’approccio all’argomento: quello sui Queen è un biopic, le musiche ci sono necessariamente ma funzionano come nelle colonne sonore “jukebox”; i pezzi più famosi che hanno contrassegnato la carriera della band vengono utilizzati per dare ritmo e come espediente narrativo, raccontandone la genesi in studio e mostrando il peso e la risonanza che spesso hanno avuto nella vita di Mercury.

Nel film incentrato sulla figura di Elton John, invece, la scelta è determinata in partenza: si tratta di un musical basato “On a True Fantasy”, come recita la tagline del progetto. Fletcher non mostra intenti documentaristici, ciò che importa è ricreare il mondo di John sullo schermo, trasportare quell’eccesso glam e pittoresco che caratterizzava le performance dell’artista sul palco declinandole in un altro contesto. Le scene sono rutilanti, accompagnate da strabilianti coreografie come nella migliore tradizione dei film musicali; come se gli eccessi della vita della rockstar venissero mostrati “caricati”, resi più artificiosi – ma efficaci – dalla patina di finzione che ne enfatizza la portata, spettacolarizzandola ma riportandola al tempo stesso ad una dimensione più umana e meno morbosa.

Incredibilmente, il distacco di Rocketman consente allo spettatore di immergersi nel mondo – e nei dolori – di Reginald Dwight/Elton John; oltre i lustrini, dietro lo scintillio dei riflettori, lontano dalla superficie resta solo l’uomo e le proprie contraddizioni, le incertezze, i dubbi e le insicurezze. Al contrario, il Freddie Mercury di Bohemian Rhapsody rimane cristallizzato sullo schermo, ridimensionato alla stregua di un poster patinato, ingabbiato in quelle contraddizioni e idiosincrasie che contribuirono a crearne la fama, a consolidarla nel tempo e a trasfigurarlo semplicemente in una maschera, ingabbiato tra prostetica e costumi.

Il film di Fletcher, rispetto al biopic, compie la scelta coraggiosa di tradire la curiosità bramosa dei fan allontanandosi dalla verità e facendo rotta verso il regno della fantasia: le canzoni – rigorosamente non in ordine d’uscita – traducono emozioni, sentimenti contrastanti, sottolineano luci ed ombre; “suggeriscono” senza essere didascaliche e finiscono per trasformarsi nella voce di un uomo alla ricerca di se stesso e di qualcosa che non ha mai avuto prima: l’amore!

Il Freddie Mercury mostrato in Bohemian Rhapsody, come tutte le grandi icone della Storia della musica, oscilla tra i medesimi chiaroscuri che hanno animato anche la carriera di Elton John; anime affini, entrambi alla ricerca dell’emancipazione da loro stessi e dal loro background, entrambi alla ricerca del modo migliore per poter esprimere liberamente la propria identità, svincolati da qualunque preconcetto o pregiudizio; entrambi istrionici sul palco, paladini del glam e dell’eccesso, fragili e a tratti vittime della stessa fama che ha avvolto – e avvolge – i propri alias, Freddie Mercury ed Elton John, appunto.

Rocketman, nonostante la mano affine dello stesso regista, compie uno scarto evolutivo in più rispetto al biopic sui Queen: dà voce – e vita – alla fantasia creativa di un artista, a quelle contraddizioni pericolose tra eccessi e redenzioni che hanno però permesso a Reginald/Elton John di comporre canzoni meravigliose (in coppia con il sodale paroliere Bernie Taupin) che hanno lasciato un solco nella storia della musica, lasciando trapelare allo stesso tempo l’uomo nascosto dietro i lustrini: la musica si trasforma in un fluido correlativo oggettivo per interpretare il caos creativo nell’animo di un’icona.

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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